SENZA GLI IMMIGRATI, LA GERMANIA SAREBBE UN PAESE FINITO

DI MARISA CORAZZOL

(nostra corrispondente da Parigi)

 

La falsa immagine di una Germania meno propensa rispetto agli Stati Uniti ed alla Francia ad accogliere i migranti si è sciolta come neve al sole nel 2015, anno in cui si è registrato il più alto flusso proveniente dalla Siria e dall’ Afganistan.

La verità è che quel Paese porta in seno una lunghissima ed audace storia in materia di sapiente utilizzo e di integrazione della mano d’opera straniera. La Prussia che fu all’origine dell’unità tedesca, fu una società non solo “militare”, ma fu anche sperimentale nel senso che seppe sfruttare intelligentemente una buona parte dell’immigrazione proveniente in primis dalla Francia con l’arrivo degli ugonotti cacciati da Luigi XIV.

Intorno al 1700, infatti, a Berlino un abitante su tre era francese. La revoca dell’ Editto di Nantes del 1685, non solo impoverì la Francia, ma contribuì ad arricchire notevolmente la Prussia e l’ Inghilterra.

Molto più in là, durante la seconda guerra mondiale, “l’importazione” di milioni di emigrati stranieri contribuì in maniera radicale all’evoluzione dell’industria tedesca, pianificata e diretta da un patronato certamente nazista, ma dal senso molto pragmatico, tuttavia.

Ora, nella Repubblica Federale tedesca, la denatalità è iniziata nel decennio compreso fra il 1965 ed il 1975, confermandosi nel 1995 con un notevole ammanco di persone adulte in grado di lavoraree quindi di produrre ricchezza.

In futuro, pertanto, gli storici porranno al centro della crisi tedesca la questione demografica per evocare il periodo compreso fra il 2017 ed il 2050, prendendo in considerazione il fatto che dal 1995 al 2017, il calo demografico avrà gravato considerevolmente sulla bilancia commerciale e sottolineando che la caduta del muro di Berlino offrì all’inizio una soluzione miracolosa alla Germania.

Soluzione giunta dall’ Est: l’immigrazione tedesca proveniente d’ “oltre cortina di ferro” e dai sovietici di nazionalità tedesca.
Una mano d’opera educata e formata e quindi facilmente assimilabile colmò i primi buchi della piramide della popolazione attiva.

Successivamente, alla vigilia dell’ondata migratoria proveniente dalla Siria e dall’ Afganistan, la Germania contava sul suo territorio un’impressionante percentuale di persone nate all’estero: il 13,3% solo nel 2012, superando gli USA (allora al 13%) e la Francia che ne contava l’11,9%. Soltanto la Svezia aveva fatto di meglio con il suo 15,5% di lavoratori stranieri.

Ora, non sarà certamente la robotizzazione ad oltranza a colmare il gap della popolazione attiva, poiché nessun robot, seppur conveniente, versa contributi allo Stato, né, di fatto, potrebbe agevolare la crescita del PIL. E gli esperti in ambito sociale ed economico lo ammettono senza giri di parole: “è difficile fare previsioni affidabili sul futuro, perché sono troppe le incognite su quali lavori saranno effettivamente sostituiti dalle macchine”.

Tuttavia, visto che la più grande economia europea sta comunque creando moltissimi posti di lavoro sulla scia di una ripresa che si presenta assai solida, gli economisti mettono in guardia, dichiarando che “nel 2030 il Paese di Angela Merkel potrebbe ritrovarsi con un ‘buco’ di 3 milioni di operai specializzati, medici, ingegneri o ricercatori”.

Il problema di fondo sta nel fatto che, esattamente come nel caso dell’Italia, la Germania soffre di un drammatico problema demografico. I dati sono stati elaborati dall’istituto di ricerca svizzero Prognos. La stima per il 2040 è ancora più drammatica: allora il fabbisogno di forza lavoro potrebbe aumentare a quota 3,3 milioni. Uno degli autori, Oliver Ehrentraut, mette in guardia da una situazione del mercato del lavoro che “potrebbe trasformarsi drammaticamente nei prossimi 10 o 20 anni”. Eppure, il rapporto tiene fedelmente in conto l’attuale flusso migratorio, ma pur prevedendo circa 200 mila nuovi arrivi ogni anno, non bastano al fabbisogno ideale della mano d’opera e delle professioni in ambito medico e scientifico.

Ovviiamente, a fronte di molti lavori che secondo gli studiosi svizzeri potrebbero sparire nel settore della logistica o dei trasporti o dell’immobiliare, ne nasceranno moltissimi nuovi, sebbene ancora difficili da prevedere. Ma nell’ambito medico, scientifico o in alcuni mestieri che richiedono una specializzazione mirata, il bisogno di nuova forza lavoro rimarrà invece molto forte.

A condizione, però, che il lavoro ci sia e sia garantito a tutti i cittadini in età lavorativa, siano essi autoctoni o emigrati. Cosa, questa, assai improbabile nell’odierna Germania, laddove il lavoro è l’unico vero motore dell’integrazione e l’unica garanzia che il sistema possa funzionare per riallocare le persone in arrivo da ogni parte del mondo.

Ma anche la Germania, nazione che storicamente ha un tasso di disoccupazione bassissimo ed in cui viene agevolata l’imprenditoria, dimostra di avere un tasso crescente di disoccupazione e gli immigrati rappresentano una fetta molto importante di disoccupati.

Secondo l’Agenzia federale del lavoro, i cui dati rimangono fermi a dicembre 2016, circa la metà dei due milioni e mezzo di disoccupati in Germania è di origine straniera o ha radici straniere. Un dato che fa riflettere e che mostra una certa tendenza dello Stato tedesco che può, probabilmente, estendersi anche ad altre realtà europee.

I dati sono quindi molto preoccupanti e destano scalpore soprattutto in prossimità delle elezioni tedesche: il 43,1% dei disoccupati ha un cosiddetto “background migratorio”, cioè è immigrata o ha almeno un genitore straniero. Una cifra che raggiunge il 49,5 per cento nell’ex Germania orientale e che raggiunge addirittura il 59% in Assia.

E’, altresì, riportato dalla stampa locale che i numeri di questo report sono anche ottimistici, o quantomeno fuorvianti, dal momento che più di quattro milioni di persone in Germania non guadagnano abbastanza per vivere, e le persone che sono malate, che hanno gravi disfunzioni fisiche o che stanno seguendo dei corsi di formazione finanziati con fondi pubblici, non fanno parte di queste statistiche.

Una cifra che è aumentata negli ultimi anni, come è aumentato anche il numero di immigrati che ricevono gli aiuti sociali noti come Hartz IV, che è aumentato del 7,1 per cento negli ultimi tre anni.

L’agenzia federale del lavoro pertanto non ha dubbi: il numero di disoccupati è in crescita su tutto il territorio tedesco e lo è anche grazie all’aumento del numero degli immigrati.

E questo dato fa riflettere e fa discutere. Ma soprattutto fa riflettere il dato per cui c’è una forte differenza anche fra le culture di origine e il livello di disoccupazione e di preparazione a seconda del luogo da cui provengono i nuovi residenti in Germania.

L’agenzia per esempio ricorda come l’88% dei giovani arrivati dalla Cina abbia un’istruzione liceale, mentre lo è solo il 16% di quello proveniente dalla Turchia. E questo si ripercuote inevitabilmente anche sulle possibilità di allocazione delle risorse nel mondo del lavoro, soprattutto in un mercato altamente specializzato come quello tedesco.

Siamo quindi in presenza del fallimento del sistema tedesco? Sicuramente si tratta di una crepa importante. Da una parte, si nota come anche in Germania, pur con dati non allarmanti, la disoccupazione aumenti, e con essa i problemi legati alla tenuta del sistema.

Non sono numeri elevatissimi, ma parliamo di milioni di persone senza un lavoro.
Preoccupa soprattutto perché la metà di persone senza lavoro è immigrata o proveniente da genitori immigrati, dunque vuol dire che a conti fatti, il sistema d’integrazione promosso dai governi tedeschi funziona, almeno per quanto riguarda il lavoro, soltanto a metà. E tutto ciò comporta dei rischi, soprattutto quando la povertà aumenta parallelamente al numero d’immigrati.

Il rischio di un conflitto sociale fra poveri nasce, spesso, proprio dal confronto di culture diverse in un sistema che non garantisce lavoro, anche se l’immigrazione non è la causa dell’assenza. In questo senso, l’aumento dei movimenti cosiddetti populisti nella Germania Orientale può essere considerata come una rappresentazione elettorale del sentimento di sconforto di fronte a questo sistema.

Ma, d’altra parte, se i tedeschi continuano a non fare figli, chi riempirà quel buco demografico? La risposta è sempre e comunque a portata di mano: i migranti.