ELEZIONI IN SICILIA: LA SINISTRA, CLAUDIO FAVA E L’ETERNO GATTOPARDO IN AGGUATO

DI ANGELO DI NATALE

<<Scusate il ritardo, ma non è stata (solo) colpa mia>>.
Con queste parole, che sono nostre e le offriamo in prestito a chi le voglia reputare verosimili, Claudio Fava potrebbe presentarsi come candidato, per la prima volta nella sua lunga carriera politica ed elettorale, a presidente della “Regione Siciliana”: definita proprio così nello Statuto che è legge costituzionale in cui la parola Sicilia figura come elemento di aggettivazione, con iniziale maiuscola, di quella che fu la prima istituzione repubblicana in territorio italiano.
Non è un caso che Fava abbia voluto spiegare sul suo profilo fb, con questo incipit, il suo sì alla candidatura: <<Ho messo nel conto tutto. Lo sfottò, prevedibile, sulla mia residenza (cambiata!). Il risentimento – così, a prescindere – di qualche vecchio compagno malmostoso. L’analisi del sangue di quelli per cui Fava “non è abbastanza” oppure “è troppo”. La preoccupazione (questa sì, autentica) di chi mi vuol bene e sente in questa campagna elettorale molte fatiche, molte insidie, molta asprezza. Ho messo nel conto tutto: tranne la rassegnazione ….>>
Prima di ogni altra considerazione, è bene forse chiarire cosa effettivamente accadde cinque anni fa perché la verità non è mai stata detta per intero e Fava, ne siamo convinti, ancora oggi si porta addosso un marchio di responsabilità che non gli appartiene.
Egli, lanciato il programma della propria candidatura già a giugno 2012 con “LiberaSicilia”, commise una negligenza inescusabile nel trasferire solo il 18 settembre, ovvero 40 giorni prima del voto, la residenza da Roma nell’isola, requisito – di molto dubbia costituzionalità – previsto dalla legge elettorale siciliana.
Ma in tutti i comuni, anche siciliani, le liste elettorali – ovvero le liste dei residenti che attribuiscono il diritto di elettorato passivo, e conseguentemente quello attivo quando una legge, come in questo caso, discrimina rispetto al requisito della residenza – sono regolarmente aggiornate fino al trentesimo giorno prima delle elezioni perché questo è anche il termine entro il quale possono essere presentate le liste dei candidati.
Fava scelse il piccolissimo comune di Isnello (e non quello della propria famiglia d’origine, a Gravina di Catania), in provincia di Palermo sulle Madonie, dove abitava un suo collaboratore, poi transitato in altre forze politiche, come sede della residenza nell’isola, appena, così fortemente in ritardo, si accorse di mancare di questo requisito.
Forse, sullo sfondo egli, e il suo progetto, furono vittime di una spy store in salsa sicula. Certo è che, in modo molto strano quel comune, ricevuta l’istanza di trasferimento a far data dal 18 settembre 2012, quarantesimo giorno prima delle elezioni fissate al successivo 28 ottobre, sostenne di avere chiuso l’aggiornamento delle liste cinque giorni prima. Non c’è una norma di legge a dettare date precise, ma è prassi che tali liste in ogni comune rimangano aperte fino al trentesimo giorno, tant’è che gli elettori che trasferiscono la residenza entro tale termine possono pacificamente esercitare il relativo diritto nel comune prescelto. Ci limitiamo a osservare questa anomalia, senza dare credito ai vari indizi su quello che sarebbe stato un colpo di mano operato, nell’habitat politico dell’influente sostenitore di un candidato avversario, Crocetta, il quale più di tutti avrebbe avuto da perdere da una forte candidatura a sinistra.
Certo è che quando esplode il caso, il 26 settembre, ad appena 48 ore dalla scadenza del termine di presentazione delle liste dei candidati, Claudio Fava, tra gli aspiranti presidenti è stimato nei sondaggi al 18-20% (Crocetta sarà eletto con il 30%) e una delle sue liste a sostegno, denominata proprio “Lista Fava” (frutto della convergenza di Federazione della Sinistra, Verdi, Sel e indipendenti) all’11-12%, quindi ben al di sopra della soglia di sbarramento del 5%. In quel momento Fava è uno dei quattro candidati “in partita” per palazzo d’Orleans (con Crocetta, Miccichè e Musumeci) e, tra di essi, l’unico interprete di istanze di cambiamento: in quel momento il M5S è dato al 4%.
La rimozione della sua candidatura, e l’improvvida sostituzione in poche ore con la sindacalista della Fiom siciliana Giovanna Marano, totalmente sconosciuta al di fuori del suo circoscritto contesto sociale e locale, azzera ogni possibilità per la coalizione “LiberaSicilia”, rimasta in campo con Marano candidata a presidente e con le due liste a sostegno, Italia dei Valori e “Lista Claudio Fava” la quale paga anche l’equivoco dell’avere cucito addosso un nome spazzato via dall’agone elettorale. Le due liste superano appena il 3% e, per effetto dello sbarramento al 5%, rimangono fuori dall’Assemblea regionale siciliana. Il voto di cambiamento, forte e impetuoso, si riversa quasi per intero sul M5S.
Non sappiamo cosa rimanga di questa storia, cinque anni dopo, nella percezione che gli elettori siciliani hanno, e soprattutto nei prossimi due mesi avranno, della candidatura di Fava e del programma politico che lo sostiene. Certo è che, partendo proprio da quell’exploit del tutto inaspettato e ampiamente favorito dall’eliminazione di Fava dalla corsa, il M5S si consolida in tutto il paese ed oggi è in gara per la presidenza della Regione.
Oggi Fava, a sessant’anni di cui 26 trascorsi in politica, certificato di residenza siciliana in tasca, diventa candidato ad appena due mesi dal voto e non sulla base di una propria intuizione personale come cinque anni fa: egli ha semplicemente accolto la richiesta di Art. 1 Mdp al cui gruppo parlamentare a Montecitorio aderisce da febbraio scorso.
Ironia della sorte, incontra sulla propria strada, Ottavio Navarra, già candidato, da luglio, alla stessa carica su proposta di Rifondazione comunista, Possibile e altre sigle come Azione civile, Risorgimento socialista, Pci.
Navarra, eletto nel ’94 deputato alla Camera nelle mini liste bloccate del Pds in quota proporzionale e all’Assemblea regionale siciliana nel ’96 (poi decaduto per essersi dimesso in ritardo dalla carica precedente) dal 5 maggio scorso è (era?) presidente del coordinamento provinciale di Palermo di Art 1 Mdp che, però con lui già in campo, punta su Fava unificando le due aree (a parte qualche sigla minore come Pci e Rs) e cambiando il corso degli eventi.
Oggi Fava è il candidato di quella che sarà l’unica lista di sinistra alternativa al Pd, alla quale concorrono “Si” di Fratoianni, “Art 1–Mdp” di Bersani, “Possibile” di Civati, i Verdi di Bonelli e Covatta, Rifondazione comunista di Acerbo, e una rete di associazioni civiche, movimenti, comitati di battaglie sociali.
Per alcuni giorni, quando i sostenitori di Navarra sembrano non voler mollare, risuona il noto refrain sulle pulsioni frazionistiche di cui sarebbe inguaribilmente affetta la Sinistra, ma presto lo spartito cambia, anche grazie alle storie personali dei presunti contendenti.
Navarra, 52 anni, “figlio” del dramma sociale del terremoto nel Belice del ’68 che sconvolge la sua famiglia quando egli ha tre anni, dopo i trascorsi nel movimento La Pantera all’Università di Palermo e la collaborazione giornalistica con il quotidiano L’Ora, nella sua carriera politica che a 27 anni lo vede segretario regionale della Sinistra giovanile, incrocia presto i destini di Fava, quando nel 2000, da segretario Ds a Marsala, entra nella segreteria regionale da lui guidata per volere di Veltroni.
Sono gli anni in cui Fava è parlamentare europeo, dal ’99 al 2009, eletto due volte a suon di centinaia di migliaia di preferenze in Sicilia, ma nel 2007, a differenza dell’amico Navarra, non entra nel Pd e sceglie Sinistra democratica di cui diventa coordinatore nazionale. Ma con le fragili insegne della Sinistra arcobaleno s’infrange sullo sbarramento alle politiche del 2008 e alle europee del 2009 nelle quali per la prima volta tale barriera, del tutto innaturale e incomprensibile per un parlamento come quello di Strasburgo, è introdotta per volere comune di Veltroni e Berlusconi.
Dopo l’esperienza rievocata della mancata candidatura alle regionali di Sicilia del 2012, Fava torna in Parlamento l’anno dopo, eletto in Lombardia nelle liste di Sel. Dal cui gruppo un anno dopo esce, critico verso l’appiattimento sulle posizioni di Tsipras e la presa di distanza dal Pse, ma, mentre tutti lo danno in marcia, insieme ad un cospicuo drappello di parlamentari di Sel, sulla strada imboccata da Migliore verso il Pd, Fava, il quale nel frattempo vede all’opera Renzi sul Jobs Act e non solo, rimane nella componente Libertà e diritti Socialisti europei del gruppo misto, fino a dicembre 2015 quando aderisce al gruppo parlamentare di Sinistra italiana (non ancora partito) da dove, sei mesi fa, nella “prescissione” di Rimini incrocia il suo cammino con Scotto e D’Attorre approdando verso Art1-Mdp, nuova casa degli ex Pd Bersani, D’Alema, Rossi e Speranza.
Nel suo lungo cammino politico (deputato all’Ars nel ’91, e alla Camera nel ’92 con la Rete di Leoluca Orlando, che abbandona nel ’94, virando verso Italia democratica di Nando Dalla Chiesa, perché la ritiene ammiccante al voto moderato, e forse non ha tutti i torti se quell’esperienza di rottura confluisce ben presto nel contenitore post-democristiano La Margherita) Claudio Fava conduce, spesso in solitudine, mille battaglie, non sempre vincenti: sostenuto dalla sola Rete e da Rifondazione, nel 93 perde di poco il ballottaggio con Enzo Bianco nella gara a sindaco di Catania; dieci anni dopo è battuto già al primo turno nella corsa a presidente della Provincia da quel carro armato elettorale che in quegli anni di strapotere del centro destra risponde al nome di Raffaele Lombardo; nel 2008, deputato europeo in carica, addirittura non viene eletto al consiglio comunale di Catania. E dire che un anno dopo European Voice, settimanale de L’Economist, lo elegge eurodeputato dell’anno. Ma proprio questa strana “debolezza” nella sua città misura la cifra del suo impegno e del suo messaggio civile, sociale, politico.
Claudio Fava non sarebbe Claudio Fava (o non sarebbe il Claudio Fava che conosciamo) senza l’assassinio del padre, Pippo Fava, eroe civile e limpidissimo esempio di giornalista, scrittore, drammaturgo, libero e indisponibile a tacere la verità sulla sua Catania, sulla Sicilia, sul Sud. Nessuno, prima di Pippo Fava, aveva osato fare i nomi, raccontando le trame dei mafiosi ossequiati dai potenti di ogni ceto – politici, magistrati, imprenditori, editori – e facendo, con la fondazione del mensile “I Siciliani”, palestra di un gruppo di giovani giornalisti tra i quali Claudio, della propria testimonianza direttamente il punto di vista, la coscienza e l’identità di un popolo che finalmente, sapendo, può ribellarsi.
Ma la Catania che Pippo Fava seppe smascherare non moriva dalla voglia di cambiare: lo prova il depistaggio delle indagini, operato da magistrati e investigatori, per occultare la matrice mafiosa del delitto nel silenzio generale della città, nonostante tutti sapessero, in città, che Pippo Fava certamente non era stato ucciso per una questione di donne o di debiti di gioco.
E così una gran parte di quella città, anche anni dopo – e probabilmente tuttora – ha sempre vissuto e vive con un certo fastidio l’intero retaggio della sua memoria.
La vita politica di Claudio Fava – anche giornalista, scrittore e sceneggiatore di successo (valgano per tutti, su quest’ultimo fronte del suo poliedrico impegno, I Cento passi, Il capo dei capi, Enrico Mattei) – è tutta innestata sulla nettezza di questo lascito, vissuto e vivificato in piena libertà e autonomia, ma totalmente radicato sulla laica sacralità della cosa pubblica e sulla moralità della sua gestione, sull’intangibilità dei diritti, sul rifiuto radicale di clientele di ogni tipo, sulla trasparenza e sulla coerenza dei comportamenti, sul rigore degli atti e sull’etica civile.
Ecco perché egli ha sempre avuto grandi consensi, ma mai nella sua città: come dire, rigore morale sì, purché lontano da qui!
Messo fuori gioco cinque anni fa ancor prima di scendere in campo, per la prima volta Fava potrà competere per la presidenza della Regione. Le tendenze di voto schematizzate per coalizione non gli danno molte chanches ma la sua identità e la sua storia personale (mai sfiorato neanche da una chiacchera o dal fumus di un infortunio, una gaffe, una caduta di stile in 26 anni di ininterrotto impegno politico e parlamentare sempre lontano dai luoghi della gestione) hanno potenzialità che solo l’agone elettorale, nel vivo della crudezza del confronto vero non solo tra parole ma tra le storie di ciascuno e l’affidabilità delle dichiarazioni, potrà svelare.
Dopo i giorni imbarazzanti del dualismo delle candidature, l’imprimatur offertogli, pieno e incondizionato, proprio da Navarra pare possa spazzare via i dubbi sulla irredimibile vocazione scissionista della Sinistra e offrire ai Siciliani che soffrono, sfiduciati e rassegnati, una possibilità nuova, certamente una possibilità in più: che è mancata cinque anni fa e che nel 2001, 2006 e 2008 era stata stritolata dalle armate di Cuffaro e Lombardo, senza neanche la necessità di combattere.
Nove anni fa il centrosinistra ampio e unito che tanto piace alla vulgata corrente, guidato da Anna Finocchiaro (da trent’anni ininterrottamente in Parlamento) fu doppiato e umiliato dal centrodestra che però, appena sei mesi dopo, a causa delle faide interne, aveva già perso la maggioranza. Ci pensò il Pd, mandato dagli elettori all’opposizione, a tenere in vita, con un ribaltone e il proprio decisivo sostegno, il governo di Raffaele Lombardo, nel frattempo indagato, e poi condannato, per mafia.
Vero è che quella scelta scellerata fu fortemente voluta in Sicilia da Beppe Lumia, oggi senatore eletto nella lista Il Megafono di Crocetta, una lunga carriera politica in Commissione parlamentare antimafia che, nel 2000, per un anno, subentrato da vice a Ottaviano Del Turco, ha addirittura presieduto. Sicché qualcuno, dinanzi alla figura dell’attuale vice presidente della Commissione Antimafia potrebbe temere di rivedere certi fantasmi!
No, questo è proprio l’ultimo dei rischi possibili. Da Claudio Fava nessuno si può attendere nulla di diverso da ciò per cui egli, politicamente e non solo, esiste, lavora, combatte. Tutti sanno cosa possano aspettarsi da lui: chi lo vota e chi non lo vota.
E infatti nell’urna lo sceglieranno solo quanti siano convinti che il “gattopardo” presente in ogni piega della società e anche in tante liste elettorali possa essere abbattuto davvero, e soprattutto che valga la pena fare tutto il possibile per riuscirvi. Finora non è mai avvenuto, ma domani chissà!