LAVORO PRECARIO, SOTTOPAGATO CON STRAORDINARI A 50 CENTESIMI L’ORA. E SI LICENZIA

DI ANNA RITA NOCITI

 

Siamo a Viareggio in Toscana, Maria Castellari, una ragazza di 28 anni, laurea triennale in Scienze Erboristiche. Non trova lavoro nel settore per cui ha studiato all’Università di Pisa, quindi si “accontenta” ad accettare una sostituzione di maternità in una panetteria. La sostituzione diventa assunzione a tempo indeterminato e quindi una busta paga tutti i mesi. Fin qui tutto bene, potremmo dire, con i tempi che corrono, ma, c’è un “ma”.

L’orario di fatto, fino a un paio di settimane fa, è stato dalle 8 alle 14 oppure, il pomeriggio dalle 13,30 alle 20. Purtroppo nonostante le sei ore lavorate dalla ragazza, in busta paga la retribuzione è solo di 3 ore il giorno, dalle 8.30 alle 11.30. Per tutti gli extra, un contentino di 40 euro in media, naturalmente in nero. In pratica gli straordinari pagati solo 40 centesimi! Tutto calcolato a vantaggio del suo datore di lavoro: pagare la dipendente, la metà del tempo realmente lavorato, versamento quindi della metà dei contributi e pretesa di lavorare gratis il doppio di quello concordato da contratto di assunzione.
Naturalmente Maria ma, chiunque avrebbe reagito come lei, ha deciso di attenersi all’orario di lavoro pagato in busta paga. Riconsegna le chiavi al suo datore e si presenta sul luogo di lavoro dalle 8.30 salutando alle 11.30.
Con grande coraggio ha deciso di raccontare la sua storia al giornale locale “Il Tirreno” che porta avanti una compagna contro il lavoro nero e a favore di tutti i lavoratori “sfruttati”. Le condizioni lavorative di Maria esulano dagli accordi stabiliti, un vero e proprio sfruttamento: nessun diritto a permessi, ferie solo dieci giorni solo a maggio e a settembre, esclusi i fine settimana, versamento dei contributi previsti dal contratto part-time. La sua giusta “ribellione” ha dato inizio a continui rimproveri e freddezza di comportamento nei suoi confronti. La triste realtà del mondo del lavoro in questi tempi.

Questa è la conseguenza della Globalizzazione. Già Antonio Gramsci (1891–1937) nel suo periodo torinese, si rivolgeva alla classe operaia: <<Nella nostra epoca gli sconfitti della globalizzazione sono i lavoratori precari, incapaci di trovare un equilibrio di vita stabile, nel ceto medio sempre più svuotato dal suo status sociale, nei migranti condannati allo sfruttamento>>.

Lo sfruttamento lavorativo ad ampio spettro, giovani laureati e sottopagati, precari e non, costretti a svolgere lavori solo per lo stipendio e senza motivazione alcuna o un minimo di gratificazione e soddisfazione, quasi ricattati a sopportare, senza neanche poter avere diritti di replica con il datore di lavoro perché a rischio licenziamento, tutto questo è la negazione dei diritti fondamentali della persona.
Lo sfruttamento lavorativo è un fenomeno sempre più diffuso che si caratterizza per le patologiche manifestazioni delle relazioni di lavoro e che è agevolato dalla condizione di disagio e/o vulnerabilità di una delle parti del rapporto. Ancora più grave la situazione dei migranti, vittime di gravi reati contro i diritti umani e di lavoro. Sfruttati fino alla condizione estrema nell’ambito lavorativo, ci sono poi settori del lavoro che si prestano volentieri all’abuso della posizione di vulnerabilità dei lavoratori.

Le interdipendenze di un mondo sempre più globalizzato, quindi sempre più profitto e competizione economica, porta alla necessità di ridurre i costi di produzione, aumento della mano d’opera a basso costo.
I lavoratori e lavoratrici vittime, sono costrette a subire in silenzio senza negoziare il loro lavoro: turni di lavoro lunghi ma retribuzioni molto inferiori a quelle pattuite o stabilite dalla legge, c’è anche il rischio che le ore non siano pagate per niente. Un “caporalato” espanso dove nel 2011 è stata introdotta la legge contro questo sistema con art. 603 bis del C.P.P. Tutto questo potrebbe essere combattuto se parte una strategia di contrasto al lavoro nero, grigio o di qualsiasi sfumatura cromatica. Combattere le relazioni impari tra datori di lavoro “forti” e lavoratori “deboli”.

La globalizzazione ossia unificazione dei mercati a livello mondiale, ha portato a modelli di consumo e di produzione convergenti. Numerosi sociologi ed economisti studiano la relazione fra globalizzazione e mondo del lavoro monitorando il fenomeno e controllando gli effetti collaterali. Non si deve guardare solo al profitto ma, anche e soprattutto a coloro che in maniera diretta o indiretta sono investiti da questo fenomeno. Certo la globalizzazione può rappresentare una risorsa se considerata tale e non sia solo una perdita dei diritti dei lavoratori, degli uomini. Svolgere un lavoro dignitoso non solo è la chiave per l’eliminazione della povertà ma è, ancora più importante, far ritrovare la stima verso se stessi e gli altri, ritrovare la voglia di guardare avanti con dignità e serenità. Queste sono alla base di tutte le politiche di sviluppo per un Paese e per il mondo intero.
Sembra che la globalizzazione, per come si presenta, si possa paragonare a una grandezza fisica: l’entropia, un disordine mondiale, vantaggiosa nel breve periodo e nel lungo quasi pericoloso.
Attualmente un ragazzo su tre è sovra-istruito, troppo qualificato per il lavoro che svolge, costretto a un part-time involontario quindi un’ampia disponibilità di lavoro in termini di orario ma insoddisfatta. Giovani tutti laureati, alla continua ricerca di un impiego o a un ripiego, molti hanno ancora bisogno dell’aiuto economico della famiglia, si definiscono con vergogna e tristezza i parassiti della famiglia.

Nel nostro bel Paese è cresciuto solo il lavoro sottopagato: il capitale vince due volte.
I latini dicevano “ Carmina non dant panem”, la poesia non dà pane. Di questi tempi molto attuale perché molti perdono la fiducia nella laurea come l’opportunità di un futuro migliore, di gratificazione personale. La pletora di tanti giovani laureati ma senza lavoro o sfruttati e sottopagati, sembra dare ragione agli scettici. Infatti, sono proprio i laureati a subire di più il divario retributivo se paragonati alle generazioni precedenti.

Certo che una persona che oggi ha un lavoro deve ritenersi fortunata ma, se il lavoro non piace, si cade nella tristezza, nell’amarezza, nella rassegnazione, nella perdita dell’autostima e nella depressione con conseguenze ben note. Quando il lavoro non piace, il tempo sembra fermarsi, i minuti sembrano ore, la vita diventa piatta, si perdono gli interessi, psicologicamente è alienazione.
Karl Marx (1818 – 1883) grande filosofo tedesco cita: L’unica via d’uscita è il comunismo: non si avrà più lo sfruttamento dei lavoratori e gli individui saranno uguali sia sul piano politico sia su quello economico.
Considerava l’uomo come “praxis”, cioè come azione volta ad abbattere tutto ciò che lo rende un oppresso e quindi capace di trasformare il mondo.
Si spera in un mondo migliore dei questi nostri tristi tempi moderni.