DI BULLISMO SI MUORE: PARLIAMONE

DI CHIARA FARIGU

Marco (nome di fantasia), è uno dei tanti giovani che ha vissuto sulla propria pelle un’esperienza dolorosa di soprusi e angherie da parte di alcuni ragazzi poco più grandi lui. All’epoca dei fatti aveva 16 anni e frequentava un istituto professionale. E’ timido, riservato, sicuramente fragile. Facile mira di giovani avvezzi a prendersi gioco di chi incontra difficoltà a fare gruppo. Inizia così, poco alla volta la sua odissea, durata oltre un anno e mezzo. Gli scherzi prima leggeri, col passare del tempo, si fanno sempre più pesanti e di cattivo gusto fino a sconfinare in atti di bullismo veri e propri. Bere ingenti quantità di alcolici fino allo stordimento, avere rapporti con una prostituta o mangiare escrementi solo alcuni esempi delle angherie subite che solo dopo molto tempo è riuscito a denunciare alle forze dell’ordine grazie all’aiuto della famiglia. Sono passati tre anni da quei fatti. Marco ha cercato di dimenticare nel frattempo. Ieri a Torino è iniziato il processo contro quei bulli che respingono ogni accusa ma quei fatti, tenuti in apparente oblio, sono riesplosi prepotenti riaprendo ferite mai cicatrizzate.

Marco uno dei tanti. Come il processo di Torino, uno dei tanti per atti di bullismo.

Il 25 settembre il prossimo, a Sassari presso il Tribunale dei minori. La vittima, oggi quasi 14 anni, all’epoca dei fatti ne aveva appena dodici, loro, i bulli, suoi coetanei, un centinaio. Un numero consistente, forse il più numeroso d’Italia chiamato a rispondere di atti di bullismo. Non ci sono violenze fisiche stavolta né abusi sessuali. Ma una delle accuse più infamanti che si possa affibbiare ad una persona: portare jella. Un marchio che rimane appiccato per sempre sulla pelle di chi lo riceve. Francesca (nome di fantasia) è decisamente carina, spigliata e alla moda. Le piace studiare e trascorrere i pomeriggi con le amiche. La sua famiglia a Nuoro ha un’attività commerciale ben avviata, tutto sembra filare per il meglio. Un giorno si presenta in classe con nuovo taglio di capelli che suscita qualche apprezzamento poco lusinghiero. La cosa però si risolve in breve tempo con le scuse di chi si era spinto un po’ più in là. Torna il sereno e la vita di sempre. Ma dura poco. Un venticello leggero ma incessante comincia a spirare in direzione di Francesca. E’ il venticello della maldicenza, dell’ingiuria che colpisce violento e dritto come un pugno in pieno viso: “Francesca porta jella”, dice uno, poi un altro e un altro ancora. Il gruppo si allarga, il tam tam è inarrestabile. E alle parole seguono i gesti, le corna sono desuete, più figo toccarsi le parti intime quando la ragazzina arriva o la si incontra in qualunque angolo della città. Nuoro non è una metropoli, è una cittadina di 37mila abitanti, ci si conosce più o meno tutti, non è facile evitare per sempre quartieri, uffici e negozi per sfuggire a chi non si vuole incontrare. E Francesca si sente braccata, li vede dappertutto, sono lì che aspettano lei coi quei sorrisi d’intesa e quei gesti inequivocabili. Perde il sorriso e la voglia di uscire. Si nega alle amiche, trascorre i pomeriggi chiusa in casa. Diventa scontrosa. Un cambiamento radicale che non sfugge all’occhio attento dei genitori che, preoccupati, cominciano ad indagare sino ad arrivare alla verità. Decidono di rivolgersi alla Polizia, un atto di bullismo del genere non può e non deve passare sotto silenzio nella speranza che col tempo la smettano e tutto finisca nel dimenticatoio. I colpevoli devono avere la punizione che meritano. Preparano la lista, cento i nominativi di ambo i sessi consegnata alla Polizia. Seguono le indagini, viene fissato il processo. Nel frattempo per Francesca la vita si fa ancora più dura, cambia scuola, cambia amici ma quello stigma non l’abbandona. La famiglia le fa quadrato sempre e ovunque. Ieri l’ennesimo atto subito. La madre e la zia di uno dei minorenni rinviato a giudizio, l’aggredisce con epiteti pesanti con lo scopo preciso di intimidirla alla soglia del processo. L’episodio è stato reso noto con una denuncia pubblica su Facebook da Luisanna Porcu, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Onda Rosa (il Centro Antiviolenza di Nuoro che si occupa di donne e minori vittime di violenze e abusi) che ha accettato di rispondere a qualche domanda per Alganews .

Come si sono svolti i fatti, dott.ssa Porcu?

“Come ho scritto su FB tutto è avvenuto durante una partita di pallone. Era presente mio figlio che ha preso le difese della ragazzina, ma è stato subito zittito e minacciato di farsi i “caxxi suoi” e di stare attento a lei “che apre le gambe agli amici, poi…”.

Jettatrice e puttana dunque, in un crescendo di urla e minacce che ha messo KO i due ragazzini.

E’ preoccupata per suo figlio adesso?

Dell’intimidazione fatta a mio figlio poco mi importa. Ciò che mi lascia allibita è la violenza di queste due donne che credono che dare della puttana a una ragazzina possa in qualche minimizzare le azioni esecrabili del loro figlio e nipote e del gruppo che l’ha bullizzata con un’accusa così infamante. Continuo a domandarmi: che futuro stiamo dando ai nostri ragazzi? Come li stiamo educando, quali valori stiamo trasmettendo”?

La sua denuncia è stata ripresa dalla stampa. Si è pentita in qualche modo di averla fatta?

Assolutamente no. E’ nostro dovere denunciare tutte le violenze alle quali assistiamo. Con tutti i mezzi a nostra disposizione. E non solo quando ci toccano direttamente. Chi sa chi assiste o chi viene a conoscenza di atti violenti e di bullismo deve assolutamente parlare. Solo denunciando si può pensare di sconfiggerli. Indignarsi e non agire non serve a nulla e a nessuno. Deve cambiare la mentalità se vogliamo cambiare la società. Farsi i fatti propri può evitare fastidi immediati ma non cambia lo stato delle cose. Anzi le peggiora. E noi abbiamo il dovere di lasciare ai nostri figli un futuro migliore, dobbiamo agire e insegnare loro a fare altrettanto”.

Di bullismo se ne parla poco e forse male. Si tende a minimizzare, a ridurre a “bravate” quelli che sono atti delinquenziali veri e propri. Chi li subisce ne porta i segni per tutta la vita. Di bullismo si muore. E’ gia successo. Parliamone. Non gettiamo la spugna. Il silenzio non aiuta e non serve. Educare alla denuncia è un dovere sociale. Di tutti, nessuno escluso