L’INDIGNAZIONE DIPENDE DALLA NAZIONALITÀ DEI PRESUNTI STUPRATORI?

DI CHARLOTTE MATTEINI

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Nella giornata di ieri, due studentesse americane hanno denunciato due carabinieri per violenza sessuale. Rispetto all’efferato caso di Rimini, dove nessuno provò nemmeno a pensare di mettere in dubbio la versione resa dalle vittime e venne dimostrata istantaneamente solidarietà sia alla turista polacca, che alla transessuale peruviana stuprate, che al ragazzo polacco brutalmente picchiato dalla banda, in questo specifico caso di Firenze si sprecano i distinguo.
Quello di Firenze non è certo l’unico caso in cui si è preferito dimostrare questa sorta di cameratesca solidarietà nei confronti dei presunti carnefici, di casi e reazioni simili, se non identiche, ce ne sono un’infinità. Dalla storia dello stupro di Parma, passando per quello di Pimonte e di Marechiaro, anche in quel caso le vittime vennero massacrate da compaesani e commentatori, bollate come infami per il solo fatto di aver avuto il coraggio di raccontare e denunciare. O come nel caso della tredicenne di Melito Porto Salvo, violentata dal branco per tre lunghi anni, che venne allontanata ed emarginata dai concittadini, che presero le parti dei carnefici.
La sensazione è che, in fin dei conti, del reato in sé, dello stupro e delle vittime freghi nulla a nessuno. Non è la violenza a indignare, quanto più la nazionalità di chi commette quel reato. Non una parola di solidarietà per le presunte vittime, moltissimi invece sono i commentatori che esprimono solidarietà ai due militari dell’Arma. Ben inteso, l’invocare la presunzione di innocenza è un atteggiamento giusto e sacrosanto e le accuse vanno provate, senza ombra di dubbio.
Quel che però colpisce è che questo attaccamento alla presunzione di innocenza venga fuori solamente nel momento in cui i presunti stupratori sono militari o comunque persone di nazionalità italiana e che in quel caso, irrimediabilmente, le presunte vittime passino istantaneamente dalla parte del torto, quella del “se la saranno cercata”, del “l’accusa sarà falsa”, quella del “chissà come andavano in giro vestito”. Da vittime a sgualdrine, senza appello.
Il sacrosanto principio della presunzione di innocenza che si applica nei confronti dei presunti carnefici sembra non essere di diritto applicato anche alle ragazze, che diventano dunque loro stesse colpevoli. Colpevoli di essersi messe nei guai.