ADDIO A RENATO MONTELEONE, LETTERATO E VECCHIO SOCIALISTA

DI ANGELO D’ORSI

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Aveva novant’anni, Renato Monteleone, nato a Napoli nel 1927, e deceduto a Torino, un paio di giorni or sono. Si era ritirato da tempo dalla scena pubblica. Erano anni che non leggevamo nulla di suo pugno. E amici raccontavano di una sorta di volontaria reclusione, di chi guarda al mondo non soltanto con distacco, ma con una forte disillusione. Credo che per larga parte ciò era dovuto al disincanto rispetto al tempo presente, in cui prevalevano ideologie e culture a lui profondamente estranee, un tempo in cui la fede nel sol dell’avvenire, che egli aveva professato, era sopravvissuta in persone ormai ridotte quasi alle catacombe. Aveva creduto nel socialismo, Monteleone, e ne era diventato studioso appassionato e fervido, da un punto di vista sempre marxista, anche quando ciò lo aveva costretto, per così dire, a giudizi severi, ma argomentati e rigorosi, su figure auguste come quella di Filippo Turati, a cui dedicò forse la sua opera più importante, trent’anni or sono (Filippo Turati, Utet, 1987). Aveva insegnato, come un tempo usava, nelle scuole (a Trento, al Liceo, e alla storia locale di quella regione di frontiera dedicò alcuni dei suoi primi studi) per poi approdare all’università, a Genova, dove fu condirettore della rivista “Movimento operaio e socialista”, affermatasi come una delle più importanti testate di “storia dal basso”, nel segno di una forte contiguità tra attori sociali (le masse subalterne) e attori politici (il socialismo, nelle sue varie declinazioni). Era poi giunto a Torino, come professore di Storia del movimento operaio, in una Facoltà, Scienze Politiche, allora particolarmente vivace e sensibile ai mutamenti sociali, alle battaglie ideologiche: oggi un insegnamento del genere, e anche una Facoltà simile, sarebbero inimmaginabili, nell’attuale indirizzo volgarmente aziendalistico e mestamente tecnicistico dell’università. A dire il vero, anche un docente appassionato e rigoroso, ma sorridente e un po’ sornione come Renato Monteleone, che univa la verve partenopea alla serietà di chi si è votato interamente alla vita degli studi, oggi sarebbe del tutto fuori posto, nell’accademia.Nel suo percorso biografico-intellettuale si era dedicato a vari argomenti, anche se il socialismo rimase sempre il suo tema di fondo. Dallo studio del movimento irredentistico nell’Austria-Ungheria – con peculiare attenzione all’irredentismo, e alla stessa figura di Cesare Battisti – alla Grande guerra (vista sempre in ottica dei subalterni che vi erano mandati a morire), al nazionalismo e all’imperialismo: sua la riscoperta, in Italia, di un autore rilevante come John Hobson, a margine di una lunga frequentazione con una categoria storico-concettuale – l’imperialismo, appunto – che intanto storici à la page dichiaravano, sbrigativamente, un ferrovecchio inservibile.

Era ormai iniziata la deregulation neoliberistica, culminata nel “crollo”, punto d’arrivo e di ripartenza della ricolonizzazione del mondo, e di un insopportabile aumento del divario tra ricchezze e povertà. Monteleone ne fu ovviamente colpito, e nelle ultime sue pubblicazioni aveva, tra storiografia e analisi geopolitica, aveva indicato in modo fermo le responsabilità del capitalismo, nella sua marcia che appariva ormai trionfale, verso l’abbrutimento del mondo, a cominciare da quella parte chiamata Sud, ma la megamacchina del capitale in realtà stava travolgendo e annichilendo, tra guerre e inquinamento, ingiustizie e nuove barbarie, l’intero sistema-mondo. Estraneo tuttavia alla dimensione del pessimismo cosmico-storico, egli aveva indicato comunque soluzioni, alluso a proposte per invertire la rotta, e assicurare un sostenibile sviluppo economico e una distribuzione equa, o meno iniqua, delle risorse della Terra. Era la sua una delle non numerose voci fuori del coro, al tempo. Non a caso opere come Le radici dell’odio. Nord e Sud a un bivio della storia (Dedalo, 2002), o Il Novecento: un secolo insostenibile. Civiltà e barbarie sulla via della globalizzazione (Dedalo, 2005) non ebbero la circolazione che avrebbero meritato, e furono snobbate dall’accademia.

Né maggior fortuna ebbe una sua fatica letteraria, con fondamento storico: “Il Quarantesimo Orso. Storia di un barone pazzo tra le rovine dell’Impero Zarista” (Gribaudo, 1995). Donandomene una copia, mi mormorò: “Penso che potrebbe piacerti”. Era il suo un gesto conciliatorio, avendo lui, nelle vesti di commissario di concorso di Storia contemporanea, votato per altri candidati pur essendo io collega di Facoltà, e con titoli più che adeguati. Non gliene volli, immaginando le pressioni a cui era sottoposto e abbandonai la disciplina, per ritornare a quella di partenza, la Storia delle dottrine politiche, dove pure avevo subìto maltrattamenti concorsuali. Apprezzai, comunque, il suo gesto, anche se si trattava, nel contempo, di una implicita, sommessa richiesta di recensione, che tuttavia non scrissi: le testate alle quali la proposi mi risposero picche. E non ebbi il coraggio di dirglielo.

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