UNA CADUTA COMINCIATA SEDICI ANNI FA, DOPO L’ATTACCO ALLE TORRI GEMELLE

DI LUCA BILLI

E siamo arrivati al sedicesimo anniversario dell’11 settembre, quell’11 settembre di cui tutti parlano, spesso anche a sproposito – perché per ogni vero democratico l’11 settembre era già un giorno triste, il giorno da dedicare al ricordo di Salvador Allende e della democrazia cilena, uccisi dal golpe fascista di Pinochet e di Nixon. Sedici anni sono pochi per trarre un qualche bilancio e noi, che siamo stati spettatori di quella strage globale – forse il primo evento storico di quella rilevanza vissuto in diretta dal mondo – ne siamo troppo coinvolti: due motivi che dovrebbero trattenere ciascuno di noi dal dare giudizi trancianti, dal fare affermazioni apodittiche, dal costruire sistemi pieni di certezze. Eppure ne abbiamo lette – anche a poche ore dagli attentati, quando la prudenza avrebbe dovuto frenare ogni altra considerazione che non fosse l’umana pietà per le vittime – e ne leggiamo tutti i giorni di affermazioni di questo tenore. Una delle tesi più ricorrenti è che l’11 settembre è il “giorno che ha cambiato la storia” o “il mondo”, a seconda della preferenza per le iperboli dei diversi autori.
Non so, non ne ero convinto allora e non riesco a esserlo neppure ora, a sedici anni di distanza. Personalmente penso che non sia cambiato né il mondo né la storia, ma piuttosto che sia cambiato un modo per raccontare questo e quella per non raccontare quello che davvero succede nel mondo. Diciamo che è cambiato il modo con cui noi rappresentiamo la storia: a ben vedere, c’è una qualche differenza. Ho l’impressione che il nostro mondo – chiamiamolo pure l’occidente, anche se l’espressione non mi piace molto – crollato il comunismo, dissolta l’Unione Sovietica, avesse bisogno di un antagonista, di un “nemico” e in questo affanno, durato alcuni anni, sia arrivato l’11 settembre. Direi finalmente, se questa affermazione non potesse suonare troppo dura e forse ingiustamente polemica. Intendiamoci, io non sono affatto uno di quelli che pensa che l’attentato contro le Twin towers sia stata una grande macchinazione del governo statunitense per giustificare la guerra contro Afghanistan e Iraq. L’attentato contro il cuore degli Stati Uniti è stato certamente voluto e pensato da terroristi che avevano lo scopo di radicalizzare lo scontro tra mondo occidentale e mondo islamico e devo constatare che il loro obiettivo è stato pienamente raggiunto.
Cosa è successo in questi sedici anni? Da allora l’Afghanistan è un territorio – onestamente non può essere definito uno stato – che sopravvive a stento, vittima delle sue divisioni, l’Iraq è stato devastato e il suo petrolio è stato conquistato dalle multinazionali occidentali, russe e cinesi, il Pakistan è sempre sull’orlo di una crisi che, visto l’arsenale atomico di cui dispongono i generali di quel paese, potrebbe rivelarsi catastrofica. Nessuno sa con certezza quante cellule vivano negli Stati Uniti e in Europa, pronte a entrare in azione. In questi sedici anni c’è stato un enorme numero di morti, in una guerra che nessuno ha dichiarato e che nessuno capisce come possa finire; è anche cambiato il modo di fare la guerra. C’è stata un’altra conseguenza, forse meno evidente, ma non meno drammatica: in nome della guerra al terrorismo islamico gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia hanno sospeso alcuni diritti umani fondamentali, come quello secondo cui un prigioniero di guerra non può essere torturato, mai, per nessun motivo.
L’occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha risposto all’attacco dell’11 settembre con la guerra, ma dopo sedici anni mi sembra evidente che quella risposta fosse inadeguata. Per il mondo occidentale c’era un’alternativa a questa reazione? Io credo di sì, se solo non si fosse voluto considerare tutto il mondo musulmano come un potenziale avversario, il “nemico” da sostituire a quello comunista. Per inciso, dovendo scegliere un nemico, abbiamo “scelto” quello più debole, perché l’altro potenziale nemico, la Cina, effettivamente ben più temibile, è parsa troppo potente e impossibile da affrontare sul piano economico prima che militare. Per tornare al 2001, penso che il mondo islamico – che peraltro non è quel “monolite” che noi ci raccontiamo, ma è ben più complesso e variegato – e anche lo stesso movimento più radicale e jihadista, che non riconosceva bin Laden come suo unico leader, si sarebbe potuto dividere e neutralizzare se quell’attentato, nella sua brutalità, fosse stato affrontato come un crimine e si fosse organizzata un’operazione internazionale per catturare i presunti responsabili. Nella fretta di fare la guerra, nella certezza di avere trovato il “nemico”, questa idea non è stata neanche presa in considerazione. E così siamo inesorabilmente scivolati lungo la china pericolosa dello “scontro di civiltà”, teorizzato da entrambe le parti e perseguito con accanimento dai più radicali, di qua e di là.
Le cosiddette “primavere arabe” hanno dimostrato, pur con tutti i loro limiti, che il mondo non si divide tra occidentali e orientali, tra cristiani e musulmani, ma tra poveri e ricchi, tra privilegiati e sfruttati; e questa divisione è sempre più profonda. I giovani tunisini, egiziani, algerini, siriani, libici, yemeniti che hanno riempito le piazze delle loro città, che hanno sfidato la repressione dei loro regimi, hanno alzato le loro voci non contro l’occidente, ma contro quei vecchi governanti che hanno approfittato, spesso facendo ottimi affari con i loro “nemici” occidentali, delle ricchezze di quei paesi, hanno protestato non contro gli Stati Uniti, ma contro le burocrazie corrotte dei loro paesi, contro quelli che hanno costruito i loro piccoli e grandi privilegi, anche approfittando dello stato di guerra.
Ci sono ben poche differenze tra il tunisino sfruttato dai caporali nella raccolta dei pomodori in Salento e il giovane laureato milanese che, non essendo “figlio di”, passa da un lavoro precario all’altro. Una propaganda tanto efficace quanto interessata è riuscita ad alimentare queste pretese differenze, per alcune forze politiche europee è diventata l’unica bandiera ideologica: noi, i bianchi, i cristiani, i “buoni”, da una parte e loro, gli arabi e i neri, i musulmani, i “cattivi” dall’altra.
Come per ogni democratico, per ogni persona di sinistra, per me la parte giusta non erano i regimi comunisti del Patto di Varsavia, ma i giovani ungheresi e cecoslovacchi delle rivolte del ’56 e del ’68, non il regime cinese, ma gli studenti e gli operai di piazza Tiananmen; allo stesso modo avremmo dovuto da subito dire che c’era una bella differenza tra i regimi dei paesi arabi – anche quelli “amici” come l’Arabia Saudita – e i popoli che subivano quelle dittature, che magari erano costretti a scendere in piazza per “maledire” i nemici occidentali. L’11 settembre, chi l’ha voluto e chi ha risposto nel modo in cui sappiamo, ha oggettivamente impedito di leggere, di interpretare, questa differenza e ha trasformato un mondo, una cultura, una religione, in un nemico. Sono molte le vittime dell’11 settembre e credo sarebbe onesto ricordarle tutte, anche quelle che sono morte mesi e anni dopo, in base a scelte sbagliate seguite a quel tragico attentato.
C’è un’immagine che è diventata uno dei simboli della strage: è la fotografia del “falling man”, l’uomo che cade, il gesto disperato di una persona che si gettò da una delle torri un istante prima del fatale impatto. Ho pensato diverse volte che quell’uomo che cade sia una sorta di metafora del nostro mondo che, sull’orlo della catastrofe, non ha retto alla prova.