CAPORALATO NELL’AGRO PONTINO: MALVAGIO, STRUGGENTE, MALEDETTAMENTE SILENTE

DI MARCO CHINICO’

 

“Caporalato”. Il peggior sfruttamento della manodopera umana sul lavoro. La disumana violazione di tutti quei principi costituzionali che regolano il diritto al lavoro e il diritto allo svolgimento di una professione nel pieno rispetto dell’uomo, della sua dignità professionale e libertà individuale. Agricoltura ed edilizia i due settori che “ci hanno raccontato”, purtroppo, diversi casi di grave ed inaccettabile sfruttamento sul lavoro. Ultimamente, però, anche una delle professioni intellettuali più belle ed interessanti, il giornalismo, ha dovuto subire questo tipo di umiliazione.

Umiliazione che ha inizio con la peggior forma di reclutamento delle persone. Possono essere giovani, finora disoccupati, magari anche sposati e con figli, gente proveniente dai paesi africani o dall’Est Europeo e giunta nel nostro Paese al termine di uno dei tanti, stressanti e strazianti viaggi della speranza. Anche molte donne, spesso madri di famiglia, sono presenti. Il “caporale”, autore e regista di questo scempio umano, oltre a scegliere le sfortunate reclute, tratta con le aziende il prezzo della forza lavoro che quest’ultime dovranno impiegare durante la lunga e dura giornata. Un prezzo che per l’acerrimo nemico-datore di lavoro è decisamente superiore e diverso dalla misera paga che i suoi “dipendenti”, definiamoli così, prendono. Circa 1-2 euro per cassetta di fragole, frutta varia o uva riempita per un totale di 30 euro giornalieri per i braccianti uomini, un po’ meno per le donne. Molto spesso, tutti i malcapitati lavorano in condizioni disumane: in piena estate con il caldo afoso e umido, senza acqua o qualcosa da mangiare o, ammesso che l’abbiano a disposizione, in quantità misere. Pochi minuti di riposo e, come molti reportage hanno tramandato, costretti a vivere in luoghi con all’interno condizioni igienico-sanitarie deleterie a dir poco. Diversi i lavoratori e le lavoratrici che, pur di lavorare e portare soldi a casa, hanno compromesso la loro salute. Altrettanto vari i casi di morte sul lavoro per malori improvvisi.

Il caporalato è un reato penale a tutti gli effetti, disciplinato con legge n. 138 del 13 agosto 2011, modificata con la legge n. 148 del Settembre dello stesso anno. E’ punibile con una pena che oscilla fra i 5 e gli 8 anni di reclusione, in più circa 1.000 o 2.000 euro di multa per ciascun bracciante reclutato. Effetti e conseguenze penali ce li spiega l’art. 603 bis del codice penale. Per far sì che si configuri il reato vero e proprio, è necessario che l’autorità giudiziaria accerti determinati requisiti. Lo sfruttamento totale dell’essere umano sul lavoro, andando contro i principi costituzionali e le leggi che regolano il lavoro in tutte le sue forme. L’assenza di un contratto di lavoro con un salario dignitoso ed in grado di garantire lo svolgimento della propria vita ed il sostentamento proprio e di un’eventuale famiglia a carico. La violazione anzi la mancanza di quei diritti che un normale e regolare contratto di lavoro prevede: ferie e malattie pagate, il rispetto dell’orario standard di lavoro, il diritto al riposo settimanale, il pagamento del TFR, trattamento di fine rapporto, il dovere da parte del datore di lavoro di versare al fisco l’imposta IRPEF. Ciliegina finale sulla torta, è reato di caporalato se, a codesti requisiti mancanti, si aggiungano anche fatti commessi dal datore di lavoro e riconducibili ad intimidazioni, minacce e violenza. Alcune aziende per sfuggire ad eventuali, improvvisi blitz delle Commissioni di Vigilanza dell’Ispettorato del Lavoro e dell’Autorità giudiziaria, mascherano il caporalato spacciandolo per un’altra forma di collaborazione professionale. Il fenomeno, come hanno rivelato diverse inchieste giornalistiche e gli ultimi filoni d’indagine della magistratura, è maggiormente diffuso nel Meridione, ma anche il Nord ha presentato casi di grave sfruttamento del lavoro, riconducibili al caporalato.
Anche la professione giornalistica, alcuni mesi fa, ha subito codesta umiliazione. Il 2017 si è aperto con l’eclatante, drammatico caso del Giornale di Latina, edito dalla società editoriale ENEA. Un’importante finestra d’informazione, all’interno del quale dipendenti e collaboratori vi lavoravano con un pessimo rapporto professionale. Stufi di questa triste condizione lavorativa, i colleghi hanno iniziato a sbattere i pugni, a far la voce grossa, interpellando Associazione Stampa Romana, Commissione di Vigilanza INPGI e Ordine dei Giornalisti del Lazio che con la loro capacità d’ascolto e voglia di combattere, sono arrivati a “giustiziare” l’editore e a far chiudere il quotidiano, finanziato in passato da alcuni enti con pubblicità, addirittura, istituzionale. (Fonte, radioluna.it: http://www.radioluna.it/…/la-chiusura-del-giornale-di-lati…/)

Giustizia da una parte, grande beffa dall’altra per gli stessi operatori dell’informazione, amministrativi e grafici che, senza un preciso inquadramento contrattuale, non hanno potuto usufruire, come legge vuole, degli ammortizzatori sociali. Passano alcuni mesi e giungiamo ai primi di luglio. Una vasta operazione, condotta dalle squadre mobili di Caserta, Foggia, Latina, Ragusa e Reggio Calabria, ha portato ad una serie di perquisizioni in 26 aziende e all’arresto di tre persone, ritenute le “menti” di un’organizzazione che trafficava essere umani per sfruttarli sul lavoro. Gente proveniente, la maggior parte, da Nigeria e Romania, costretta a lavorare dalle 06 alle 19 per soli 25 euro al giorno. Mancato versamento di contributi previdenziali ed obblighi fiscali. Il 20 luglio scorso, sempre nel Pontino, arrestati padre e figlia, rispettivamente i gestori della conosciuta impresa agricola, Rosefarms. Quattro giorni fa, un altro episodio degno di cronaca: i giornalisti Marco Omizzolo, Floriana Bulfon e una troupe della Bbc, giunta in Italia per raccontare la piaga italiana del caporalato, hanno subito una serie di intimidazioni e minacce mentre svolgevano il loro lavoro, indagando su altri devastanti casi di schiavitù lavorativa, sempre nell’Agropontino. (Fonte, Articolo21.org: https://www.articolo21.org/…/linformazione-sul-caporalato-…/)

Agricoltura, edilizia fra tutti, ora anche il giornalismo: “prelibate” vittime del caporalato. “Cancro” malvagio, struggente, maledettamente silente.