PER MIO PADRE VALEVO 15.000 EURO. ORA VALGO UNA VITA

 

 

 

DI CLAUDIA PEPE

 

Abito a Firenze, in zone Piagge. Sono una ragazzina che non ha mai potuto vivere la gioia della fanciullezza. Non ho mai giocato con nessuno, mi hanno vietato di avere amiche, mi hanno proibito di essere viva. Sono serba, e sono stata una schiava per tutta la mia famiglia.

Sono serba e sono una donna, ma non sono mai stata una bambina, un’adolescente e una ragazzina che poteva vivere sognando un futuro. Mi hanno recluso in casa, mi hanno tappato la bocca, i sogni e la fantasia. Sono stata chiusa in una casa, e tra quelle pareti vedevo scorrere tutti i sogni che non avrei mai realizzato. Nessuno ha mai pensato che io fossi una persona, una giovane donna. Nessuno ha mai pensato a quello che trapelava dai miei occhi, dalle mie lacrime nascoste in un cuscino ebbro di nostalgia. Nessuno mi ha dato una carezza, un sorriso regalato ai miei sguardi, una tenerezza ad un viso segnato dall’indifferenza. Mi hanno segregato in un appartamento come gli animali, imbavagliata come una schiava, violentata ogni giorno della mia vita. Io ero una schiava, ma non lo meritavo.

Mi hanno promessa sposa che avevo solo 13 anni. L’età in cui avrei dovuto andare a scuola, imparare, sognare, correre incontro al futuro, mangiare un gelato senza pensare alla galera che mi inghiottiva ogni giorno. Avrei voluto essere come le altre. Le vedevo le altre ragazze dalle finestre della mia gabbia. Le guardavo e piangevo mentre ingoiavo un dolore che mi immobilizzava. Mio padre mi aveva venduta, aveva venduto la mia esistenza per 15.000 euro. 15.000 euro per abbassare per sempre la testa, per chinarmi davanti ad un uomo, per essere per sempre oppressa e dominata.

Mentre ero nella mia gabbia sentivo come giocavano delle mie speranze, sul tavolo costruito con l’immondizia della loro ignoranza. Mio “padre” si era messo d’accordo con il padre del mio carceriere dopo aver avuto un acconto di 4mila euro. Li ho sentiti attraverso le sbarre della mia cella. Mi avrebbero portato in Francia, ma prima dovevo dimagrire, imparare a fare la massaia, rimanere vergine. Altrimenti mi avrebbero lasciata marcire come una bestia senza anima. E così hanno fatto mentre io volevo essere solo una bambina. Ma me l’hanno vietato. Mi hanno vietato di conoscere la bellezza, i desideri, lo splendore e l’incanto. Mi hanno vietato di respirare, di guardare oltre la mia cella, di accarezzare il mio viso, di guardarmi allo specchio e sorridermi. Io valevo solo 15.000 euro, ecco cosa contava la mia vita. 15.000 euro.

Qualche volta i miei carnefici, mi portavano a fare la spesa, ma sempre accompagnata da chi mi poteva sopprimere con uno sguardo, se avessi osato alzare gli occhi. Mi hanno levato la scheda telefonica, tutto quello che poteva essere per me un filo di speranza. Mi sono abbarbicata sui muri, alle sbarre, alla mia vita. Ho scoperto per caso che grazie ad un gioco per smartphone mi era possibile accedere ad una chat tramite connessione wi-fi. Mi sembrava impossibile che la vita si accorgesse di me. Tremavo, e mi sono confidata con la disperazione. L’unica con cui mi sentivo sicura.

Ho conosciuto un mio coetaneo e ho avuto la forza di raccontargli il mio ergastolo. Ho chiuso gli occhi e gli ho chiesto di aiutarmi, di salvarmi, di farmi vivere. La Squadra Mobile della Questura di Firenze grazie a una segnalazione di un centro antiviolenza fiorentino, ha avviato le indagini mentre io non sapevo ancora se sarei vissuta o ammutolita per sempre. Dopotutto io contavo solo 15.000 euro. La morte ne vale di più. Non so quale Dio mi ha salvato, non so se sono ancora viva. Non so se riuscirò mai a guardare il sole senza sentirmi in colpa. Il mio amore per la vita ha sfidato quell’odio che mi ha battezzato in una culla abbandonata al vento del distacco.

Hanno arrestato mio padre, e mi hanno portato in luogo protetto. Adesso devono proteggermi dalla luce, perché non faccia male ai miei occhi. Non sono ancora abituati al chiarore, alle aurore e ai tramonti che da dietro le sbarre, inarcavano i loro giochi mentre io vivevo nelle tenebre. Vestita da lacrime tacitate in un cuscino ebbro di sogni.

Ora ho 17 anni e mi incammino alzando gli occhi verso il mio futuro. Finalmente senza sbarre e senza avere un prezzo attaccato al collo. Libera di avere un nome e forse un futuro.