11 SETTEMBRE 1943, LA RESISTENZA AL NAZIFASCISMO INIZIA A BARLETTA. CON UN ECCIDIO

DI RAFFAELE VESCERA
Le prime scintille di resistenza in Italia furono precedenti all’armistizio dell’8 settembre, partirono il 23 agosto, quando le donne di Monteleone di Puglia si ribellarono in centocinquanta al podestà fascista, che proibiva loro di macinare il grano per farne pane per i figli. “Facimme lu Rebèlle” urlavano coraggiose le leonesse, correndo per le strade del paese. Occuparono il palazzo del podestà, lo buttarono fuori dal suo ufficio e dettarono legge, la farina si sarebbe fatta. Si mosse la forza pubblica, da Foggia arrivarono le camionette zeppe di camicie nere, comandate dal prefetto Dolfin. Delle leonesse qualcuna fu uccisa, altre ferite, novantasei arrestate e mandate nelle galere, amnistiate solo nel 1950, mentre il prefetto per premio sarebbe diventato il segretario particolare di Mussolini nella Repubblica di Salò.
Tuttavia la resistenza armata vera e propria partì in Puglia il giorno dopo l’armistizio, con le rivolte del 9 settembre, a San Severo e Bari, dove militari e civili combattendo insieme contro i tedeschi, ebbero sei vittime. Due giorni dopo Radio Londra annunciava che a Barletta, città delle disfide tra cavalieri, antichi colossi e grandi pittori d’impressione famosi nel mondo, i soldati italiani, incitati da un ordine del generale Caruso che li invitava a “considerare le truppe germaniche come nemiche e agire di conseguenza”, non si arresero agli uomini della divisione “Goering” e al reparto di SS, guidati dal capitano Brunn, e resistettero ai loro assalti per difendere il deposito d’armi Misto Egeo, posto fuori dall’abitato, intanto che nelle strade cittadine i barlettani affrontavano i tedeschi che volevano impadronirsi della città.
Un pescatore così raccontò: <<Avevo lasciato la barca al porto per andare sul corso a trovare un pezzo di pane al forno, quando ho visto i barlettani armati circondare due camionette piene di tedeschi che per farsi strada sparavano contro i paesani, ma quelli spararono pure loro e fecero scappare le camionette con due morti sopra. Il giorno dopo, un battaglione di centinaia di soldati tedeschi attaccò il paese, i barlettani si difendevano con i fucili ma quelli erano venuti con i carri armati e le mitragliatrici e sparavano contro ogni cosa. Io volevo tornare al porto, ma non potevo arrivare perché ogni strada era ribellata, allora mi andai a nascondere nella bottega di un barbiere che aveva abbassato la saracinesca. Quando sentii che nessuno sparava più, uscii dalla bottega e vidi che i tedeschi avevano conquistata la città, mettendosi in cerca di quelli che avevano assaltato le camionette. Non potendoli trovare, che fecero? Andarono al Municipio. Entrarono dentro armati, ma il maresciallo dei vigili urbani, per non fare morti, disse alle guardie di non prendere le pistole per difendersi. Allora i tedeschi presero undici vigili urbani e due della nettezza urbana, e portarono gli innocenti tutti fuori. E là, senza dire né come e né perché, li mitragliarono addosso. Quanto sangue colava dai loro petti, stavano tutti abbracciati e cadevano a terra insieme, uno sopra all’altro. I tedeschi s’avvicinarono e, non ancora sazi del macello che avevano fatto, spararono addosso ai morti. Corsero le donne, mogli, fidanzate e figlie a prendere i cadaveri, quando una donna, Addolorata Sardella, sentì che uno di loro, rimasto sotto, ancora respirava. Come la Madonna Addolorata la donna lo abbracciò, lo conosceva, era il vigile più giovane, Francesco Paolo Falconetti, disse agli altri di salvarlo. I paesani fecero folla e moina intorno a lei per nascondere il ferito ai tedeschi, e in mezzo ai morti lo portarono in un posto segreto, per curarlo. Dodici morirono, uno si salvò.>>
A memoria dei dodici martiri del dodici settembre, i segni dei proiettili sono ancora visibili sul muro della fucilazione, accanto all’ufficio postale.