YEMEN: GUERRA, INTERESSI E SILENZI

DI ANDREA DELLAPASQUA

Una guerra della quale si parla troppo poco è quella che da anni devasta lo Yemen. La guerra civile nello Yemen è iniziata a fine marzo del 2015 quando alcuni aerei dell’Arabia Saudita e delle altre monarchie assolute del golfo hanno bombardato le postazioni dei ribelli sciiti.
Un articolo del Corriere efficacemente e tristemente intitolato “L’elenco degli orrori” procede ricordandoci “oltre seimila morti, 2,5 milioni di sfollati, abusi, crimini di guerra. Ospedali, scuole, fabbriche e campi profughi bombardati. Oltre 1.000 bambini uccisi nei raid e oltre 740 morti nei combattimenti. È lungo l’elenco dell’orrore nello Yemen”1.

 

Lo Yemen è uno dei paesi più poveri del medio oriente, Elena Zacchetti, giornalista esperta di politica internazionale, traccia un sunto della storia recente la quale ci ha consegnato l’attuale Yemen, “a partire dal 1962 e fino al 1990 c’erano due stati yemeniti: a nord la Repubblica Araba dello Yemen, governata in maniera autoritaria da Ali Abdullah Saleh, a sud la Repubblica Democratica popolare dello Yemen, governata da un regime marxista: anche dopo l’unificazione, avvenuta nel maggio 1990, nel sud si sono sviluppati a fasi alterne diversi movimenti indipendentisti che ancora oggi continuano a operare contro il governo centrale (nel gennaio 2015, per esempio, il leader dei separatisti nel sud ha letto in diretta su al Jazeera una specie di “dichiarazione d’indipendenza”). Il momento più importante della storia recente dello Yemen è stata la fine del regime di Saleh a seguito delle proteste della cosiddetta “Primavera araba”-primavere pare piuttosto “caldeggiate” dall’Occidente, (n.d.r.)- che nello Yemen è stata guidata soprattutto dagli Houthi e dal gruppo Islah, all’interno del quale c’erano anche i Fratelli Musulmani yemeniti: Saleh governava il paese dal 1978, prima solo lo Yemen del Nord e tutto il paese dopo l’unificazione. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 nello Yemen è stata avviata una lenta e complicata transizione politica, sostenuta e in qualche modo guidata dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), soprattutto dall’Arabia Saudita. Dopo molte pressioni, Saleh ha accettato di lasciare il potere e Abdel Rabbo Monsour Hadi è diventato il nuovo presidente: l’elezione di Hadi è stata riconosciuta dai paesi arabi e dall’Occidente. Gli Stati Uniti hanno cominciato a collaborare molto con Hadi, con cui condividono due grandi avversari: al Qaida nel sud e i ribelli sciiti Houthi nel nord del paese”.2

 

Anche Laura Silvia Battaglia, giornalista e documentarista che vive tra l’Italia e lo Yemen, insiste sulle radici del conflitto confermando e specificando alcuni aspetti esposti: “la situazione è critica, lo Yemen è un territorio vasto, dove le condizioni del conflitto sono diverse a seconda delle zone. Un conflitto che spesso viene letto sotto un profilo internazionale, ma che ha radici ben piantate nelle specifiche caratteristiche del territorio: lo Yemen è uno Stato costellato di tribù, e nel sud è forte la presenza di Al Qaeda. Lo Yemen è un Paese unificato di recente, nel maggio del 1990, quando si riunirono sotto un’unica bandiera, lo Yemen del Nord (una repubblica araba) e lo Yemen del Sud (una repubblica di ispirazione filo-sovietica). A guidarli, Ali Abdullah Saleh, una figura molto forte dell’esercito, considerato oggi uno degli uomini più ricchi del mondo, capace di mettere in piedi un rodato sistema di corruttela, una repressione sanguinosa di tutte le contestazioni dei gruppo etnici minoritari, ma anche ottimi rapporti internazionali. Una sorta di dittatura fino a quando, nel 2011, durante la rivolta yemenita, ramo delle primavere arabe, Saleh viene cacciato. L’uomo cercherà rifugio nella confinante Arabia Saudita (lo Yemen dipende per il 90 per cento dalle importazione dall’Arabia Saudita): al suo posto, il suo ex vice Abed Rabbo Mansour Hadi. “È a quel punto che viene istituita la Conferenza di dialogo nazionale – spiega Battaglia –. Per 365 giorni esponenti di tutte le tribù e della società civile – dai giovani alle femministe – si riunirono con l’incarico di riformare il Paese e gettare le basi per una nuova Costituzione. Il processo si chiuse nel gennaio del 2014, con l’idea di trasformare lo Yemen in uno Stato federale, unitario ma con regioni semi-autonome. I giochi sembravano fatti, ma a quel punto l’equilibrio si ruppe”. Due cose furono chieste a tutti i partecipanti: il disarmo di tutte le tribù e di tutti i partiti (le armi pesanti avrebbero dovute essere consegnate al governo centrale) e l’accettazione dell’esilio dell’ex presidente Saleh. Gli Houthi, gruppo armato del Nord, non accettò, causando di fatto la spaccatura della conciliazione. ”.3

 

Osserviamo la questione nella prospettiva degli interessi in gioco ed aggiungendo ancora qualche tassello:

Lotta per il dominio regionale. Esiste una lotta per il dominio regionale che vede impegnati Sciiti contro Sunniti, storici rivali tra loro sono l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita, l’Iran, che ufficialmente smentisce, di fatto appoggia i ribelli in Yemen, uno stato diviso in tante etnie.

Appoggio USA all’Arabia. Nonostante gli apparenti cambi di posizione tra amministrazione Obama e Trump di fatto gli Stati Uniti (e nonostante l’accordo sul nucleare con l’Iran targato Obama) hanno sempre appoggiato l’Arabia Saudiata alla quale vendono quantità enormi di armi in cambio di altrettante quantità di denaro, inoltre è sempre utile che una potenza regionale (Arabia Saudita) impedisca il dilagare di un’altra (Iran), per certi versi è il vecchio “divide et impera” di un impero che studiamo a scuola.
Appoggiare il governo sostenuto internazionalmente come “legittimo” in Yemen è, come abbiamo visto, per gli USA un modo anche di combattere il terrorismo islamico.

Vendita armi. Della partita “vendita armi” fanno parte anche vari altri paesi tra cui purtroppo il nostro.

Territorio strategico. Lo Yemen è un territorio strategico ed interessa anche ad Al Qaida.

Internazionale.it

 

Per quanto concerne la vendita armi, come ci viene cupamente fatto notare “la guerra in Yemen è di tutti. Ufficialmente dal 19 marzo 2015, lo Yemen è dilaniato da una guerra dove una coalizione sciita al nord, capeggiata dagli Houti, appoggiata dall’Iran e a sostegno dell’ex presidente Saleh, si scontra con la maggioranza sunnita. La coalizione sciita è guidata da Arabia Saudita ed Emirati, vi partecipano Egitto, Marocco, Giordania, Sudan, Kuwait, Bahrein, Qatar, Pakistan, Somalia; con l’appoggio statunitense: gli attacchi dei droni americani sono iniziati nel 2012, come attuazione della strategia antiterrorismo voluta da Obama e Trump, dal gennaio 2017, ha autorizzato bombardamenti Usa direttamente in Yemen, senza passare dall’Arabia Saudita. Forte, è anche il coinvolgimento di Is e Al Qaeda. I paesi occidentali fornitori delle bombe che la coalizione saudita sgancia in Yemen (portando avanti una guerra senza autorizzazione né mandato internazionale) sono Usa, Regno Unito, Brasile. L’Italia invia da Cagliari armi fabbricate negli stabilimenti sardi della RWM Spa, di proprietà della tedesca Rheinmetall”2. La Fondazione Finanza etica (FFE) e Rete Disarmo (RID) attraverso l’azionariato critico nel corso di un Consiglio di Amministrazione della Rheinmetall, a Berlino, hanno domandato il perché la società tedesca facesse partire le sue bombe dall’Italia verso l’Arabia, l’azienda ha risposto che la richiesta proveniva dall’Arabia: loro chiedono che le armi partano dall’Italia. Motivazioni commerciali insomma.

A proposito di armi e non solo, Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle armi leggere, spiega come «il blocco aereo e navale imposto allo Yemen dalle forze di coalizione sin dal marzo 2015 ha rappresentato una delle principali cause della catastrofe umanitaria, mentre la violenza nel paese e la diffusa carenza di carburante hanno perturbato le reti interne di distribuzione dei generi alimentari». Parla poi della risoluzione UE in merito alle armi, riveste una grande importanza: oltre a ribadire «la necessità che tutti gli Stati membri dell’Unione applichino rigorosamente le disposizioni sancite nella Posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio sull’esportazione di armi», ma in particolare rammenta «quanto indicato nella sua risoluzione del 25 febbraio 2016». Il Parlamento europeo ha invitato cioè l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, «ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita», tenuto conto «delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la Posizione comune del Consiglio sull’esportazione di sistemi militari»4.

 

Con riguardo all’aspetto strategico del territorio yemenita, è essenziale approfondire: “nonostante il generale disinteresse della stampa internazionale, ci sono diversi motivi per cui i paesi arabi – appoggiati dagli Stati Uniti – hanno deciso di cominciare una guerra in Yemen. Primo: lo Yemen si trova in una posizione strategica, perché controlla mezzo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e che è una via di commercio piuttosto importante, anche per il passaggio del petrolio. Secondo: parte del suo territorio meridionale è controllato da Al Qaida in Yemen, che oggi è la divisione di al Qaida che riesce a organizzare più efficacemente attacchi terroristici all’estero. Per diverso tempo l’amministrazione di Barack Obama ha definito gli attacchi coi droni contro al Qaida in Yemen come un “modello riuscito” di guerra al terrorismo: con l’allontanamento al potere di Hadi il rischio è che l’amministrazione americana perda un importante alleato contro Al Qaida. Terzo: lo Yemen è considerato uno “stato fallito” e un terreno conteso da due tra i paesi più potenti del Medio Oriente, Arabia Saudita e Iran. Non è la prima volta che sauditi e iraniani si confrontano direttamente per mantenere l’influenza in un paese del Golfo: il caso più recente e più noto è l’invasione saudita in Bahrein del marzo del 2011, durante le proteste della maggioranza sciita contro la monarchia saudita appoggiata dall’Arabia Saudita”5.

 

Tragedia nella tragedia ora nello Yemen si muore per il colera, l’imam Amin al-Hazmi, yemenita, vive a Brescia dove guida la sua comunità spirituale, ne parla: “per le notizie mi affido alla conferenza stampa tenuta dagli uffici Onu: si parla di 246mila casi accertati e di 1.500 morti nel giro di due mesi. Noi stessi yemeniti all’estero non abbiamo la possibilità di raccogliere dati e informazioni di prima mano in quanto gli aeroporti sono praticamente chiusi, non è facile neppure per noi recarci nel nostro paese anche per la situazione caotica, dove magari in una zona al mattino c’è un gruppo armato che comanda e al pomeriggio un altro. Gli aeroporti, quei pochi che funzionano, un momento sono controllati da miliziani di una parte e poco dopo di una seconda fazione. Solo pochi paesi hanno linee per lo Yemen, tra cui il Sudan e la Giordania, per cui può immaginare quale sia la difficoltà degli spostamenti. Il paese è di fatto isolato, gli aerei yemeniti oggi si muovono solo per politici e diplomatici, che partono da Aden o da Seiyun”. Ma l’Imam ha un cruccio maggiore: “Il paese è in ginocchio, si vive con la paura di essere bombardati, lo Stato non è in grado di pagare i funzionari, tutto è bloccato, in pratica è una terra di nessuno. C’è un dramma nello Yemen peggiore dell’epidemia di colera, cioè la paura, l’incertezza per il futuro. Un amico mi ha scritto della morte dello zio, ma mi testimoniava il timore di essere il prossimo, un sentimento diffuso tra la popolazione che si sta allargando e che corre di più del colera. La gente non ha più soldi per pagare ciò che serve, gli ospedali non funzionano: lo Yemen oggi è ridotto ad uno stato primitivo, dove la sicurezza non c’è. Stiamo parlando di gente, gli yemeniti, che vedono la morte con i propri occhi o che sentono parlare di morte, in continuazione”6.

 

Fausto Biloslavo non usava mezzi termini nell’antivigilia di Natale un anno fa: “la pietà dell’Occidente, che si riflette su giornaloni e tv, talvolta è spudoratamente a senso unico. La tragedia di Aleppo riaffiora sempre in prima pagina, ma la feroce guerra dei sauditi nello Yemen non fa notizia. Dal marzo dello scorso anno, con l’inizio della campagna saudita contro i ribelli Houti spalleggiati dall’Iran, sono morti 12 mila yemeniti. Gli sfollati sono più di tre milioni e metà della popolazione sopravvive grazie agli aiuti umanitari. La guerra censurata nello Yemen è un fronte dello scontro più ampio fra gli sciiti filo iraniani e i sunniti sponsorizzati dalla monarchia di Riad. Solo le Ong, come Medici senza frontiere, denunciano i crimini di ambo le parti nel disinteresse generale. Lo Yemen non vale i fiumi di lacrime da coccodrillo versate per la Siria nonostante vengano colpiti in egual maniera ospedali e funerali; dei 500 feriti curati solo in un mese a Taiz il 23% erano donne e bambini. Anche se la guerra è volutamente dimenticata, l’importanza strategica dello Yemen non sfugge ad Al Qaida e allo Stato islamico, che si contendono il primato di attacchi kamikaze”7.

 

Gli antichi greci ed i latini raccontavano meraviglie dell’Arabia Felix che comprendeva Yemen ed Oman, erano attratti da un mondo lontano e profumato di spezie, ma ora, la scia di interessi internazionali e di sangue versato ci porta a ricordare dei latini un adagio già citato ed uno immortale:
“Divide et impera”;
“Pecunia non olet”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 corriere.it
2 ilpost.it
3 redattore sociale.it
4 La repubblica.it
5 il post.it
6 notiziegeopolitiche.net 7/7/2017
7 occhi della guerra.it Fausto Biloslavo 23/12/2016