APPUNTI DAL SENEGAL: DAL BAOBAB PRENDIAMO TUTTO E FACCIAMO DI TUTTO

DI ANGELA CAPONNETTO

Con mezzo parafango rotto e sporco di mota in ogni angolo, il pulmino che si avvia verso nord, rispecchia esattamente le condizioni dei suoi 13 passeggeri. Lerci, sudati, affamati e con le ossa rotte dalla fatica, decidiamo di affrontare comunque le sei ore di viaggio preventivate per Saly, la cittadina turistica sulla costa ovest poco sotto Dakar.
Il tentativo di ammutinamento del mio esasperato collega viene stroncato subito con la promessa che, in serata, ci saremmo comunque fermati da qualche parte a mangiare qualcosa. Il pranzo nei campi di Wassadou si è limitato alle immancabili arachidi (coltivazione primaria del Senegal) a pochi biscotti che ancora non avevamo donato ai bimbi per strada e qualche goccio d’acqua.
Di notte aumentano controlli e posti di blocco: veniamo fermati due volte a distanza di poco tempo mentre intorno vediamo passare decine di camion e pullman pieni di gente. Un mondo che viaggia nelle ombre della sera.
Per comprare un po’ di viveri, ci fermiamo in uno scalcinato supermercato nel villaggio di Koupertoum. Fuori al buio, donne e bambine arrostiscono pannocchie. Qualcuno del gruppo le compra e le mangia avidamente. Io compro solo acqua.
Saliti a bordo, Andrea mi guarda sconvolto e mi dice: “Una di quelle donne mi ha messo in braccio una bambina e mi ha pregato di portarla via con me …. ”
Andrea non lo sa, ma la vita per alcune donne in Africa può essere insopportabile e sono tanti i casi di mamme che lasciano i figli a chi può dare loro una vita migliore che vendere granturco arrostito sul ciglio di una strada trafficata. Ce ne sono migliaia di bambini arrivati in Europa soli, senza genitori, e molti non sono orfani, ma solo mandati via da famiglie che non possono mantenerli. E quella donna, sì voleva regalargli la figlia e alla figlia voleva regalare una vita.
Arriviamo a Saly che sono già quasi le due del mattino. Ora però siamo in un albergo vero, in riva al mare e c’è persino la piscina.
La mattina dopo è l’ultimo giorno prima della partenza. Dobbiamo solo assemblare il materiale e montare il reportage lungo che racchiude tutti i pezzi più significativi della settimana. Servono però alcune immagini della cittadina turistica. Ci avviamo così verso il centro di Saly sperando di approfittarne per prelevare qualche franco senegalese per pagare l’hotel. Siamo senza soldi da giorni. Nessun bancomat ci eroga denaro con le nostre carte e se non fosse per Agostino, il deus ex machina dell’Associazione Don Bosco 2000, saremmo stati a lavare i piatti in tutte le strutture in cui abbiamo dormito.
Mentre faccio le mie riflessioni si avvicina un uomo sui quaranta. Parla italiano con una voce stridula, simile ad una rana afona. Si fa intervistare e ci porta in giro per spiegarci – dice lui – la storia del Senegal e dei senegalesi. Alla fine mi venderà una statuina artigianale con due corpi, uno bianco e uno nero, che tengono insieme il mondo: le due teste sono mobili e si possono spostare: la bianca sul corpo nero e viceversa. “Bella scelta … il sangue è lo stesso per tutti ” mi dice guardandomi con sguardo di brace.
Non vi sto a raccontare tutto perché ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio. Concentrerò il suo discorso nell’inizio e nella fine: “Questa era una cittadina ricca un tempo. Ci venivano tanti turisti, soprattutto europei. Poi con la crisi in Europa, ne sono venuti sempre meno: e quelli che vengono, vengono a fare turismo sessuale. Uomini, donne, vecchi …. Che vanno con i nostri giovani. Soprattutto i francesi… Quelli fanno schifo! Ci hanno preso tutto, la terra, le donne, i ragazzi… Ma guarda qua…”
Mi dice fermandosi davanti ad un enorme baobab su quello che lui chiama Boulevatd Haussmann anche se non lo vedo scritto da nessuna parte: sostiene sia una delle vie principali di Saly come l’omonimo viale docParogo dell’IX arrondissement ma che qui è la solita strada polverosa dove capre e uomini passeggiano insieme e dove si mescolano tutti gli odori della terra (compreso un forte odore di marijuana). Che qui non amano la presenza degli occidentali è evidente. Il nostro nuovo amico che si chiama Samba deve discutere non poco per permetterci di entrare e di filmare. “Tranquilli con me nessun problema: anzi ora se venite nel nostro laboratorio vi regalo un amuleto-passaporto che vi permetterà di entrare quando volete. Questa è una comunità di pescatori, di artigiani, agricoltori e pastori”, continua raccontando storie di schiavi e di divinità che si mescolano al suo Allah e mostrandoci l’amuleto che gli cinge la vita di fili di Baobab e conchiglie regalato dalla nonna.
Poi si ferma davanti ad un enorme albero a metà viale: “Questo Baobab ha 400 anni: dal baobab noi prendiamo tutto e facciamo di tutto. Con le foglie una medicina per il mal di pancia, con le fibre del tronco facciamo corde indistruttibili.
Ecco noi siamo come il baobab….”
Siamo come il l baobab… Fieri e indistruttibili come le sue fibre.
Tornando verso Dakar , verso l’aeroporto dal quale lascerò il paese, seduta sul pulmino guidato dall’indistruttibile, fiero e fedelissimo autista Sedu, osservo la strada che pullula di gente con un nodo alla gola che non riesco a eliminare in alcun modo.
In testa risuona la canzone che abbiamo montato in apertura e chiusura del nostro lungo reportage. Li Ma Wessu di Youssu N’ Dour: li ma wessu …. dal Wolof si traduce “come in uno specchio”. E come in uno specchio mi vedo riflessa in quella gente se quella in Italia – per un puro gioco della sorte – non fosse stata casa mia. Se fossi nata io qua e uno di loro al posto mio….
Li ma wessu… Se solo tutti potessimo guardare negli occhi l’altro, come in uno specchio.

Domani torno a casa.