BREXIT. IL PARLAMENTO VOTA IL DIVORZIO DALLA UNIONE EUROPEA: REGGE IL GOVERNO MAY

DI ALESSANDRO ALBANO (nostro corrispondente da Londra)

 

Londra. Era un test fondamentale per il Regno Unito quello che ieri notte attendeva il governo May al Parlamento. Un voto contrario avrebbe infatti moltiplicato le incertezze, per altro già consistenti, sul futuro delle negoziazioni con Bruxelles. Nonostante le forti opposizioni, Westminster ha dato l’ok al “Great Repeal Bill”: cioè quella legge quadro che, al momento dell’effettivo divorzio con l’UE (2019), cancella lo European Communities Act del 1972, revocando quindi il potere legislativo dell’Europa su Londra e inglobando nella legislazione britannica l’intero complesso di norme europee che, una volta superato lo scrutinio parlamentare, verranno mantenute o abolite.

Il verdetto finale è arrivato dopo circa tre ore di intenso dibattito alla Camera. 326 i voti favorevoli, 290 i contrari. Tiene per il momento l’alleanza siglata dopo le elezioni tra l’esecutivo May e il partito unionista irlandese (Dup), aiutata inoltre da, pochi, voti dell’opposizione. Sebbene quest’ultima, guidata dal Labour di Jeremy Corbyn insieme ai liberal-democratici e l’SNP scozzese (Scottish National Party), abbia comunque provato, anche molto vivacemente, a superare il governo ,Theresa May può per il momento tirare un sospiro di sollevo, sia per la stabilità del governo che per la sua. Gli ultimi sondaggi infatti remano contro la leadership del primo ministro, data intorno al 38% delle preferenze e sempre più criticata all’interno del partito conservatore. Una sconfitta ieri notte avrebbe potuto portare a delle conseguenze irreversibili, come per esempio le sue dimissioni e un brusco intoppo nei negoziati con l’UE.

In gioco, c’era l’approvazione o meno della sostituzione di oltre 19mila norme e direttive europee che regolano la vita quotidiana dei cittadini britannici. Una bocciatura avrebbe provocato un buco legislativo enorme, se si pensa che le legislazioni europee occupano tutti i principali settori nazionali, dall’economia fino all’agricoltura e ai diritti dei lavoratori. L’approvazione, e quindi la sostituzione delle leggi, fa si che all’effettiva uscita dal mercato unico, Londra può ridare dei principi di stabilità ad un paese che, in questo momento, ne ha un importante bisogno. Nel 2017, è stato registrato un abbassamento di quattro punti percentuali sui consumi, a cui si aggiungono i minimi storici raggiunti dalla sterlina sui mercati e un appeal sempre più sbiadito verso chi, sino a all’anno scorso, vedeva il Regno Unito come un punto d’arrivo sociale e culturale.

Il voto di ieri notte ha inoltre unito un partito, quello dei Tories, che a tre mesi delle elezioni presenta delle significative divisioni interne. Tra chi, come il ministro delle Finanze Philipp Hammond, preferisce una strada “soft” per l’uscita del Regno Unito dall’Europa, e chi, come il premier Theresa May, ha da sempre sposato la causa della “hard” brexit, da raggiungere anche senza un accordo bilaterale con Bruxelles. Tuttavia, sebbene l’esecutivo abbia raggiunto la maggioranza assoluta (326), appare difficile secondo molti il raggiungimento di fine legislatura nel 2022 da parte di un governo guidato da Theresa May, soprattutto alla luce delle difficoltà che emergono nel raggiungere il numero necessario ogni qual volta la Camera viene chiamata a votare.

L’obiettivo comune rimane quello di dare praticità alla volontà popolare espressa nel referendum del giugno dello scorso anno. Resta da vedere in quali modi si tradurrà questa volontà popolare. Se rimanere nel mercato unico e nell’unione doganale almeno per un periodo di transizione – fino al 2022 – lasciando al prossimo esecutivo il complicatissimo compito di dare una realtà alla brexit, o continuare ad arrampicarsi su decisioni a breve termine di chi, come il governo, crede che “nessun accordo è meglio di uno cattivo”.