DELITTO NOEMI: E’ TEMPO DI OCCUPARSI DI UMANO E INUMANO

DI CARLO PATRIGNANI

Mala tempora currunt, e certamente non da oggi. Dire: viviamo in una società degradata, iniqua, violenta è la constatazione minima per qualificare la realtà sociale che si ha davanti, ma, onestamente, ciò è insufficiente e, in fondo, banale. E’ tempo di immettere, di aggiungere, con coraggio e senza timore alcuno, nel lessico corrente, altri aggettivi più appropriati: umano, disumano, inumano.

In che altro modo si può definire, infatti, il delitto di Noemi, la ragazzetta 16enne di Specchia, per mano del suo fidanzato 17enne, il quale, subito dopo l’omicidio, ha occultato il cadavere della vittima e per più di una decina di giorni ha fatto finta di niente, se non  disumano, anzi inumano, per l’assenza totale di umanità, di affetti e di affettività?

Orrendo, efferato, crudele, questo delitto lo è, ma non può bastare. Così si resta, come per tanti altri, più o meno, analoghi episodi di cronaca nera che angosciano, in superficie, alla pura e semplice observatio con cui ci si toglie dall’onere di fare luce sul perchè e sul per come si possa arrivare a tanto: non solo a sopprimere la vita di una ragazza – già di per sè un fatto inconcepibile, inaudito – ma addirittura a occultarne il cadavere e continuare a vivere come se nulla fosse.

Un atto, un gesto, disumano, dunque. Andrebbe già meglio. Ma, forse, ancora non basta: disumano può al più parlarci di un disturbo o di una deviazione dall’umano, dall’unumanità. Qui ci vuole, allora, inumano, perchè indica più incisivamente quell’assenza totale di umanità, di affetti e di affettività, per cui l’altro, in questo caso Noemi, non è più un essere umano, con cui stabilire l’ineludibile rapporto interumano tra uguali e diversi, ma è divenuto il demone, il barbaro da sopprimere.

In termini psichiatrici è stata chiamata anaffettività: parola che, nota da tempo in stretta connessione con pulsione d’annullamento, definisce la malattia mentale che è malattia del pensiero, in particolare non cosciente, e non è affatto malattia organica, dell’organo cervello, nè oppressione sociale, come teorizzato da Franco Basaglia, nè tanto meno è destino ineluttabile dell’essere umano perchè nascerebbe con il peccato originale o con il Male radicale.

Questa parola – anaffettività strettamente connessa con pulsione d’annullamento – nota dal 1971 quando comparve il volume Istinto di morte di conoscenza in cui lo psichiatra Massimo Fagioli espose la teoria della nascita sulla quale si sono svolti oltre quarant’anni di Analisi collettiva pienamente riuscita, non può essere più ignorata dalla psichiatria cui mancano cura e guarigione dalla malattia mentale e dalla cultura, in particolare di sinistra se vuole, dopo tanti, ripetuti fallimenti, darsi una identità nuova e avere un futuro.