MIGRANTI: , LA VITA IN UNA VALIGIA

DI ANTONIO NAZZARO

Come si racconta un emigrante figlio di emigranti, come s’immagina una famiglia che sa di avere avuto la vita in una valigia. Ventitré chili di vita più o meno ordinati e sicuramente alcuni pezzi abbandonati con dolore: i calzini di sempre e quelle ciabatte, complici spettatrici di un andare quotidiano che si sa perduto. E la liturgia solitaria del passare dai luoghi della vita, chiamarli cari, varrebbe solo per il prezzo che molti sono costati. Ma non ci sono cittadini del mondo che non abbiano nascosto nel fondo delle tasche una piccola via, un muro dove ci si riconosce perché non è più come prima.

Dove hai detto che abiti?.
Non l’ho detto.

E poi sapere in fondo che non si parte perché non si ritorna quando si va comunque scappando da quello che c’è o non c’è, che differenza fa adesso qui davanti a questo scherzo di collina alta più di duemila metri con il suo rotolare di manghi e le gazzarre terribili dei pappagalli. Dove segnare un punto, dove trovare terra e casa e la risposta è nell’ondeggiare di un sorriso su fianchi a sostenere il cielo. L’unica terra possibile è una donna a disegnare una nuova frontiera, e poi tornare a non avere documenti per scoprire com’è difficile mettere radici quando sono tagliate. L’America è una donna amata e mai avuta, un dondolare del cuore, una ferita profonda da commuovere.

Come hai detto che si chiama la tua compagna?
Non l’ho detto.

E vedere questo cielo così alto che riporta alla misura dell’umana natura e ci si confonde con la selva di questa terra così antica da essere meticcia con tutto ciò che tocca. Questa luna al contrario che canta con tamburi e violini gli amori notturni de los llanos. E quest’immensità di terra dove incontri sempre un italiano perduto che ti parla in dialetto e tu gli rispondi in chilango, ma l’accento piemontese ti svela guero y extranjero come lo specchio degli occhi altri. Questa solitudine del mattino di un caffè all’italiana ed acqua di calzini riscaldati o guayoyo. Questo andare di caffè in caffè.

Come hai detto che prendi il caffé?
Non l’ho detto.

Quanti paesi a scorrere su metropolitane che finiscono per perdersi nella selva in questa strana lotta del cercare un cammino e chi, seduto con gli occhi fermi su quest’infinito, aspetta il momento per seguire il fiume. Queste case pronte a cadere e risorgere, aggrappate alla terra come chi le vive con la stessa cieca violenza della tempesta e una madre ad impastare mais azzurro come a mangiare il cielo. Su queste terre viaggiate al sedersi a tavolini precari, ad ascoltare storie di nuovi e antichi Eldoradi, come i fianchi di Juana o una duna lontana o la verdeggiante valle. E sono questi sogni che ogni volta che tocchi lanciano quest’andare.

Dove hai detto che vai?
Non l’ho detto.

E su queste strade di miseria nella ricchezza infinita che circonda, dove persino la morte non fa paura, ma si aspetta con lo stesso passo piegato, in queste provincie disperse dove appaiono dieci case e il nulla. Questa lontananza da dio e dagli uomini ha solo silenzi e una televisione maestra di scuola al mattino e voce notturna d’amori e baci rubati nella telenovela della vita che non c’è. E di fronte a questa miseria che sono centinaia di migliaia, milioni di persone, alcuni amici, usi il blocco delle poesie per accendere il fuoco del comal. Cerchiamo terra sull’infinito e camminiamo tra i senza terra come se avessimo una terra in comune: quella persa.

Di dove hai detto che sei?
Non l’ho detto

Questo tempo senza pausa senza un cambio di stagioni, ma con il tempo della pioggia che passa come una nuvola, che poco a poco s’appiccica alla faccia e fa la barba bianca. Questo cadere del cielo a tempo per l’ora del the a riempire la teiera che nessuno beve. Qui dove l’attesa è un incontro e il tempo che passa una distrazione dall’aspettare. E bevo aprendo la finestra a tutta questa precarietà che riempie la valigia. E i conti sono sinceri: partito con una valigia ne ho adesso due e una memoria stracciata e gli occhiali rigati sul comodino di una notte americana.

Dove metto le valige?
Non né ho.