RIFLESSIONI SU DESERTO ROSSO, IL CAPOLAVORO DI MICHELANGELO ANTONIONI

DI ALBERTO CRESPI

https://www.alganews.it

Qualche tempo fa la rivista “8 e mezzo”, per iniziativa dei miei amici Anna Maria Pasetti e Gianni Canova, ha realizzato un’inchiesta scherzosa e serissima al tempo stesso: ha chiesto a un po’ di “addetti ai lavori” (cineasti, giornalisti, critici) di confessare un buco nella loro cultura. Rivelare, insomma, il titolo di un film importante che non avessero mai visto. Io ho confessato di aver sempre ignorato “Il deserto rosso” di Michelangelo Antonioni. Quando vinse il Leone d’oro a Venezia nel ’64 avevo 7 anni e andavo ancora a vedere solo cartoon e, forse, western. Poi non ho mai fatto lo sforzo di recuperarlo. Era in assoluto il film di cui più avevo letto, del quale sapevo battute a memoria (inutile dire quali…)… e che non avevo mai visto.
Ieri, grazie al restauro della Cineteca Nazionale, l’ho visto qui a Venezia. Non mi metterò certo a fare una recensione. Vorrei solo proporvi alcune riflessioni.
1) Il film inizia sostanzialmente in bianco e nero, con immagini volutamente sfocate. Sembra l’inizio di un film neorealista, di un documentario sull’industria petrolifera, in cui però la “realtà” è impossibile da mettere a fuoco. La prima cosa che si vede a fuoco… è il fuoco, che esce dalle ciminiere! Ed è anche la prima macchia di colore. La seconda è il cappotto verde di Monica Vitti che si vede nella foto sotto. Non è un film “a colori”: è un film in cui il colore irrompe a macchie dentro immagini a dominante grigia – tutte le infinite sfumature del grigio, che è il colore (certo, è un colore!) più ricco di tutti. In questo senso la riflessione teorica di Antonioni e Di Palma sul colore è lampante e l’uso del colore non poteva che essere anti-naturalistico. La parola “fine” erompe dall’immagine dei fusti accatastati, di colore giallo e rosso. Le immagini della fabbrica, tutta grigia con elementi colorati di blu rosso o verde, sono stupefacenti.
2) Da questo punto di vista la sequenza teoricamente più nitida è quella della baracca a mare, quando tutti i personaggi si accatastano (come i fusti) sul letto e dicono cose tra l’altro molto “piccanti” per l’epoca. La baracca è dipinta di azzurro ed è immersa nella nebbia: di nuovo, una macchia di colore in un mondo grigio. Il letto è incastrato (ancora, in modo del tutto anti-naturalistico) dentro una sorta di cassettone/stanza di legno dipinto di rosso all’interno. Antonioni anticipa di 8 anni Bergman, che in “Sussurri e grida” descriverà l’anima come una membrana “rossa e calda”: Antonioni (che non è figlio di un pastore protestante) forse non crede nell’anima, ma anche qui i personaggi si mettono psichicamente a nudo dentro una stanza rossa che sembra simboleggiare l’interno del corpo.
3) Stupirsi che un film simile abbia un andamento per nulla “realistico” è oggi da ingenui. Allora, ricordiamolo, c’era una battaglia artistica e politica in corso. Nei primi anni ’60 – con film quali “Una vita difficile”, “Rocco e i suoi fratelli”, “Tutti a casa”, “Le quattro giornate di Napoli”, “La lunga notte del ’43” e altri – sembrava che il neorealismo fosse tornato. Inoltre fare film a colori (per Antonioni è il primo) era ancora raro. Già “Il grido” e la famosa trilogia avevano messo Antonioni fuori, per certi versi contro il movimento dentro il quale era nato. “Il deserto rosso” è un gesto quasi eversivo: figurativamente il film è astratto, narrativamente azzera anche la parvenza di “romanzesco” che c’era ancora nei film precedenti, a parte forse “L’eclisse”. Raccontare la fabbrica, e aprire con le immagini di uno sciopero – che poi si perde completamente per strada, rivelandosi una falsa pista – per poi raccontare una crisi psichica e un amore inesistente senza dar loro la minima giustificazione di classe significava far arrabbiare tutta la critica di ispirazione marxista.
4) Senza mai nominarla (mi pare) è un film sulla depressione. Altra cosa rivoluzionaria nell’Italia di quegli anni. Ascoltata nel contesto, recitata dalla Vitti – e non estrapolata a scopi beffeggiatori – la famosa battuta “mi fanno male i capelli” appare di un realismo assoluto. Da notare che la presa in giro di Antonioni da parte di Risi e Scola nel “Sorpasso” è di due anni prima.
5) Quasi superfluo aggiungere che ogni inquadratura è un saggio di storia dell’arte, più che del cinema. Non solo per l’uso del colore vs. bianco e nero, ma anche per l’incredibile senso della composizione. Assieme a “L’eclisse” e alle parti en plein air di “L’avventura” è il film di Antonioni stilisticamente più perfetto.
La Sala Volpi era piena e mi pare che nessuno sia uscito. Solo una signora accanto a me si agitava un po’ sulla sedia e ogni tanto sussurrava “che palle!”: ma ha resistito