ACQUA MINERALE MADE IN ITALY: UN AFFARE DA 5 MILIARDI

DI SIMONA CIPRIANI

L’Italia è il Paese dell’Europa meridionale più ricco di risorse idriche ma nonostante la grande disponibilità naturale e l’ottima qualità dell’acqua fornita dai nostri “gocciolanti” acquedotti, gli italiani sono i maggiori consumatori mondiali di acqua in bottiglia: 200 litri all’anno pro capite, il doppio della media europea e otto volte quella mondiale.
Ogni anno, beviamo ben 11miliardi di litri d’acqua minerale, che producono un fatturato di quasi 5miliardi di euro alle 187 aziende detentrici dei 287 marchi commercializzati nel nostro Paese.
Dal 1980 a oggi la produzione di acqua minerale è aumentata di ben 5 volte. L’affare è veramente ghiotto soprattutto considerando che, chi sfrutta le fonti e le falde acquifere potabili, paga alla collettività un canone di “coltivazione” assolutamente irrisorio a fronte di guadagni elevatissimi.
CANONI IRRISORI E CONCESSIONI PERPETUE
I canoni di concessione applicati variano da regione a regione e sono ben lontani dall’adeguamento previsto dalle linee guida nazionali che prevedono tre tariffe: da 1 a 2,5 euro per metro cubo di acqua imbottigliata, da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta, 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa.
È bene ricordare che le acque sotterranee e le risorse idrominerali fanno parte del demanio pubblico, appartengono quindi a tutti noi, sono patrimonio delle Regioni e il loro uso deve essere improntato al bene comune.
Nella realtà dei fatti, le Amministrazioni con gli incassi dei canoni, nella maggior parte dei casi, non riescono neanche a coprire le spese per i controlli o lo smaltimento delle bottiglie di plastica che sono utilizzate per l’imbottigliamento.
Una quantità di plastica che viene riciclata solo per il 20% circa e che produce almeno 4miliardi di bottiglie in Pet, un milione di metri cubi di plastica che finiscono nelle discariche, la cui produzione, insieme all’autotrasporto su gomma delle forniture, i cui costi variano secondo i chilometri percorsi, e la promozione pubblicitaria, rappresentano un altro giro d’affari dai ricavi enormi, che, però gravano sul costo dell’acqua ai consumatori per ben il 90%.
IL MERCATO IN MANO ALLE MULTINAZIONALI
Il costo medio dell’acqua minerale in bottiglie di plastica, che troviamo sugli scaffali del supermercato, si aggira intorno ai 26 centesimi al litro, contro i 38 centesimi in media per quella in vetro e lo 0,001 euro al litro dell’acqua potabile che ci viene fornita dai nostri acquedotti.
Una differenza di prezzo, enorme e ingiustificata, anche tra le diverse marche commercializzate che arriva a sfiorare il 455%, caratterizza il mercato di questo prodotto così amato dai consumatori italiani, che frutta alle Regioni, secondo un rapporto di Lega Ambiente del 2014, meno di 1 euro ogni 1000 litri imbottigliati.
In sostanza, si tratta di un vero e proprio “regalo” che le amministrazioni pubbliche concedono ai marchi delle acque minerali e, in particolare, alle multinazionali alimentari perché ben il 70% del mercato è in mano a 6 colossi industriali internazionali: la Nestlè, solo in Italia, possiede i marchi Claudia, Giulia, Limpia, Pejo, San Pellegrino, Levissima, Vera, Panna, Recoaro e San Bernardo, mentre appartengono al gruppo francese Danone, Ferrarelle, San Benedetto, Guizza, Vitasnella, Boario, Natia, Acqua di Nepi e Fonteviva.
Per fare un esempio del grandissimo utile ottenuto per concessioni, a volte “perpetue”, date alle aziende del settore, basti pensare che per lo sfruttamento delle acque Pejo, in Trentino, da cui sono estratti oltre 110milioni di litri l’anno, la Nestlè paga una tassa di 30.000 euro al comune della piccola località.
UN SISTEMA LEGISLATIVO CARENTE E OBSOLETO
Sicuramente la situazione è il risultato di un sistema legislativo carente e obsoleto, in alcune regioni come il Molise la regolamentazione fa ancora riferimento a un decreto regio del 1927, che, in barba al principio dell’acqua come bene comune e patrimonio pubblico, non è stato ancora adeguato né regolamentato a vantaggio degli interessi dei cittadini: basti pensare che i maggiori guadagni derivati da una gestione più oculata, potrebbero servire a migliorare i servizi e lo stato delle reti idriche pubbliche.
LA QUALITÀ DELLE ACQUE MINERALI
A differenza di quanto si possa immaginare, poi, non è affatto vero che bere acqua minerale sia più salutare e sicuro del consumo di acqua del rubinetto.
Le reti idriche italiane, aldilà delle polemiche sulla manutenzione degli acquedotti, sono soggette a una serie infinita di controlli mentre i produttori di acque minerali hanno obblighi di accertamenti a scadenza quinquennale che, generalmente vengono affidati a laboratori privati.
Dal punto di vista della salute del consumatore, la legislazione italiana prevede circa 200 parametri restrittivi per l’acqua di rubinetto e solo 48 per le minerali in bottiglia.
Viene spontaneo, a questo punto, domandarsi il perché dell’enorme consumo nazionale di acqua minerale.
La risposta ci viene, sorprendentemente, dal prezzo di ogni singola bottiglia su cui incidono per una grossa percentuale i costi delle campagne pubblicitarie di promozione all’acquisto del prezioso liquido: campagne pubblicitarie che, spesso dichiarano virtù non sempre rispondenti alla verità.
Anche il confezionamento, altro costo che incide sul prezzo alla vendita, merita una serie di considerazioni per quanto riguarda le bottiglie realizzate in Pet.
Le bottiglie di plastica, oltre a essere altamente inquinanti e quindi a costituire un elevato costo per lo smaltimento a carico delle amministrazioni, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Envirinmental Pollution, se esposte al calore del sole durante il trasporto o lo stoccaggio, possono sviluppare sostanze nocive alla salute. I risultati prodotti dai vari test hanno evidenziato un’alta concentrazione di antimonio e bisfenolo A (BPA), sostanze che, se assunte per tempi prolungati, possono arrecare danni permanenti alla salute soprattutto dei bambini e degli anziani. Non sarebbe più logico incentivare l’uso delle bottiglie in vetro, facilmente riciclabili e riutilizzabili, e più sicure dal punto di vista igienico-sanitario? Magari rendendone il prezzo più accessibile?
L’uso delle bottiglie in plastica, più economico e conveniente ma sostanzialmente più dannoso, rappresenta quindi un ulteriore vantaggio solo per le aziende produttrici a scapito dei consumatori, dei cittadini e dell’ambiente.
Occorre infine ricordare e informare chi legge dell’esistenza sul mercato di acqua di rubinetto microfiltrata e addizionata con anidride carbonica e sali minerali venduta allo stesso prezzo dell’acqua minerale nei supermercati e in ristoranti e bar.
Quella che potrebbe apparire come una truffa non è vietata da nessuna legge e incide per il 4% sulla produzione totale di acqua minerale con un fatturato di circa 200milioni di euro.
REGOLAMENTARE UN SETTORE DA 11MILA POSTI DI LAVORO
In conclusione, se è vero che il settore acque minerali, secondo dati Istat del 2011, occupa più di 11mila addetti ed è una voce importante dell’economia nazionale, appare evidente come i maggiori vantaggi siano a beneficio del business dell’industria alimentare, dei produttori di plastica, del settore autotrasporti e delle agenzie di pubblicità che incamerano guadagni esagerati sulla mercificazione di un bene fondamentale come l’acqua.
Occorre, quindi intervenire con una regolamentazione, che tuteli gli interessi di tutti non mettendo a rischio, però, posti di lavoro e indotto provenienti da questa importante risorsa nazionale, abrogando le concessioni perpetue e ricontrattandone le tariffe, adottando norme antitrust, disincentivando l’uso delle bottiglie di plastica, potenzialmente nocive e dannose per l’ambiente e regionalizzando il trasporto contenendone, così, i costi.