AMORE E SESSO NELL’INGANNO DI SOFIA COPPOLA

DI ROBERTO SILVESTRI

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Esce oggi in Italia The Beguiled, L’inganno, di Sofia Coppola dopo la prima di Cannes nel maggio scorso, il premio per la migliore regia e un suo allestimento verdiano, La Traviata. Si tratta di un southern gothic ambientato in Virginia (dove il padre girò Gardens of Stone, nel 1987, esattamente nel cimitero di Arlington) ma trasposto nella piantagione di Madewood (4250 Highway 308, Napoleonville, Louisiana), nello stato dove nacque Dorothy Lamour; dove si ambientano gli schiavistici Mandingo e Drum, il capolavoro Southern Comfort e il faulkneriano La lunga estate calda. E dove Coppola ha ritrovato le grandi querce sudiste del classico (sfortunato solo commercialmente) di Don Siegel, elaborato in pieno 68 e uscito nel 1971, The Beguiled. In Italia La notte brava del soldato Jonathan (anche se il protagonista si chiama John), star Clint Eastwood. Il box office nordamericano parla chiara. Il film di Sofia Coppola, che non è il remake del film ma un’altra interpretazione del romanzo da cui è tratto, ha incassato oltre 3 milioni di dollari e la popolarità dell’opera è in crescita.

Che storia raccontava Siegel? Quella di Cappuccetto rosso che incontra il lupo cattivo ma… non ha più bisogno del cacciatore, se ha, vicino a sé, tante donne complici. Un film circolare che iniziava e finiva in bianco e nero, iniziava e finiva con Clint tra i funghi, in un happy end di difficile digestione. Otto donne che non fanno che interessarsi a un solo uomo. Come quoziente femminista non andiamo bene. Però.

Sofia Coppola ha voluto risarcire e strappare dall’oblio questo capolavoro dimenticato che proprio di misoginia e di femminismo trattava. E di sesso e di amore. Di violenza e di passione. Di charme, etichetta, erotismo e piacere del flirt trattava (e di storia patria, sullo sfondo), rarefacendo le atmosfere e illuminando di seta e cotone bianchi gli interni dark di Bruce Surtees, perché, 50 anni dopo, certi arrangiamenti e giochi tonali spaventano meno. Sofia Coppola firma anche il ritocco alla sceneggiatura storica di Maltz e Kemp, e ben maneggia quel mucchio selvaggio di piccole donne del sud alle prese con un caporale yankee bugiardo e mercenario che vorrebbe controllare: la Lolita; la romantica, sessualmente repressa; l’iceberg che nasconde un fuoco perverso; l’ex bimba sbocciante… Donne-stereotipo, statuine in abito candido che esploderanno in una vulcanica rappresaglia contro il maschio creatore di gender (e geneticamente, oltre che per educazione e cultura, loro nemico). Sono le eredi e le pronipoti di The Virgin Suicides. Contro chi conosce alla perfezione la scienza dei punti di ricamo perfetti, capaci di mutarsi in Erinni al minimo errore del loro giocattolo di piacere, c’è poco da fare, non servono neppure i metodi spicci del maggiore generale Sherman (che in nome di Lincoln bruciò Atlanta, capovolse le sorti della guerra e schernì l’etica militare e umana).

Si riscodella allora, ma per la ricezione di oggi, un women film coraggioso, tratto da un romanzo radicale, fantasmatico e ad almeno sette strati di ambiguità. Il baricentro erotico però si sposta e passa da Clint Eastwood (che qui è Colin Farrel) a Nicole Kidman (lì Martha era Genevieve Page). E siccome nel buio schermico i divi ci traghettano dal godimento fallico allo spazio dell’amore “femminile”, l’oggetto d’affezione non è riferito, in entrambi i film, a un’appartenenza di genere, ma a una posizione psichica e etica della persona, indifferente ai sessi ma non al potere. I divi non hanno sesso. Sono ombre. Potenti.

Nel 1978 The Velvet Light Trap accusò il film di Siegel di misoginia. Ma nel 1998, l’altrettanto autorevole The Film Quarterly consacrò il film come “favola femminista”. Non c’era bisogno di aspettare il rifacimento di Sofia per capire che in entrambi i casi le domande che ci si fa, e le risposte che si danno, sono le stesse. Come essere una persona che ama se stessa rispettando gli altri? Una persona che gli altri prendono seriamente? Come essere se stessi indipendentemente da ciò che si aspettano da te la famiglia, gli amici e gli estranei? Come usare il potere che la bellezza ti conferisce (sia che ti chiami Clint, sia che ti chiami Nicole) e che prezzo vuoi pagare? Non c’è più traccia, nel rifacimento di Coppola, di misticismo religioso hard né di Pietà di Botticelli attaccata alla parete in una riproduzione imprevista, né di metafora del corvo imprigionato. Nessuna pioneristica foto di guerra di Mathew Brady. E’ eliminato il bacio “rubato” alla tredicenne da John. Manca la schiava african-american, scettica sul fine umanitario della guerra: “le cose non cambieranno molto con la fine dello schiavismo”. Sarebbero state scene pletoriche.

Torniamo al film originale e alla sua genesi. Clint Eastwood, a 38 anni, sul set del contro-western Gli avvoltoi hanno fame, è profondamente turbato dal romanzo The Painted Devil (1966) di Thomas P. Cullinan. “Divento pazzo, Don. Non so se l’ho capito, se mi piace o se lo odio. Prendi il libro, leggilo e dimmi che lo detesti!”. Il giorno dopo Siegel arriva entusiasta del libro, canticchiano l’antica ballata pacifista The Dove, proprio come il caporale nordista John McBurney, protagonista di quella sconvolgente storia ambientata alla fine della guerra di Secessione, 1863-64.

Ferito, e con le mani ustionate, salvato da 7 donne sudiste (di età e temperamento diverso) e da una cameriera nera, che lo nascondono nella Mansion, diventato oggetto di seduzione palese e di contesa sotterranea spietata, John McB scoprirà presto che essere beato tra le donne non è la migliore delle situazioni possibili.

“Me lo sono sognato stanotte – afferma Siegel – gotico e macabro, un noir a luce di candela: il bacio alla tredicenne innocente; le ninfette polpose che s’accarezzano l’un l’altra; l’istitutrice incestuosa e lesbica. Tu che baciavi sia Martha che l’assistente. L’incubo finiva con la cameriera nera che respingeva le tue avances: ‘l’unico modo per avermi è prendermi morta’ ”.   “Già. E io mi sono sognato – continuò Clint- l’amputazione della mia gamba e la ragazzina che mi avvelenava con una minestra di funghi. E’ un libro che mi fa una paura folle. Non c’è da meravigliarsi che stia diventando pazzo”.

L’Universal, visto che siamo in piena new hollywwod, che il mercato permette film emozionalmente sempre più audaci, che i manager sono saggi anziani che non capiscono molto bene che succede ma prediligono film strani e un po’ incomprensibili che incassano, produrrà il film con il titolo di The Beguiled, sbagliando però completamente il lancio promozionale. E’ un western da camera, sofisticato e cupo. Ma invece di consacrarsi al festival di Cannes si sceglie, per l’anteprima mondiale, Milano, dove i fan italiani dei western spaghetti, spiazzati e terrorizzati dall’inquietante, inedita e destabilizzante conquista femminile del potere simbolico, fischiano e imprecano per la noia. Sarà il peggiore incasso di sempre per Siegel.

Prima di iniziare le riprese in Louisiana, presso Baton Rouge (lo studio aveva messo il veto su Jeanne Moreau, sostituita da Genevieve Page) Siegel aveva lavorato oltre un anno al copione. Non lo convincevano le quattro stesure, dal titolo John McB., dell’ex black listed Albert Maltz, che gli aveva scritto Gli avvoltoi hanno fame dopo anni di emarginazione e anche prigione maccartista, ma che aveva trasformato il romanzo in una romantica storia d’amore con happy end tradizionale: “Mi addolorano troppo queste ragazzine alla mercé di un perverso manipolatore”. Il liberal Siegel invece desiderava strappare la maschera alle ninfette e svelarne la forza demoniaca nascosta. Esigeva uno script feroce e strano, pieno di suspense e atmosfere viziose alla Ambrose Bierce, Edgar Allan Poe, Tennessee Williams o Truman Capote. “Ma io non scrivo mai dal punto di vista dei personaggi cattivi”, fu la risposta del comunista Maltz (che si firma John B. Sherry). Si chiamò allora Irene Kamp (alias Grimes Grice), anche lei pronta all’happy end, a semplificare allegorie e simbolismi freudiani e a schierarsi con le vittime, le ragazze aggredite. Ma neppure i suoi due script, dall’emblematico titolo di Nest of Sparrow, il nido del passero, convincevano Donald. Poi arrivò Claude Traverse, scrittore-produttore-esecutivo, a riavvicinare finalmente lo script al perturbante incedere del libro. Sarà Coppola a tornare a Irene Kemp, ma solo nelle tonalità dolci, non nella sostanza luciferina. Lei non è né né col nord né col sud. Né con il maschio né con le ragazze.

The beguiled fu un fiasco, però lanciò Siegel nell’empireo degli autori hollywoodiani di serie A (anche grazie all’aiuto della critica europea) e sarà il film di svolta per Clint, gli darà la forza e le motivazioni per passare alla regia, girando proprio su quel set il doc corto d’esordio, The Beguiled, the Storyteller (1971) prima di Brivido nella notte.

The Beguiled è il migliore film che ho fatto e che farò – affermerà Siegel – E’ un women film, cioè non è realizzato per il pubblico femminile ma è sulle donne. Le donne sono capaci di ingannare, rubare, assassinare. Di fare ogni cosa. Dietro la maschera di innocenza nascondono la malvagità di un mafioso. Le ragazze più innocue possono essere killer”. La fine della donna vittoriana (perfino nel sonnolento sud) e il ritorno della donna capace di fare “qualunque cosa”, persino superarsi nel gender, passa dunque dal collegio di Martha, dopo essere stata evocata da Mary Pickford, Clara Bow, Katherine Hepburn, Greta& Marlene…Le streghe erano proprio tornate nel 1968. Questo film se ne accorse viaggiando nel sud di Piano piano dolce Carlotta e di I guerrieri della palude silenziosa, altri capolavori che mettono in scena in maniera horror il conflitto tra sud e alterità, sud e modernità.