QUELL’INCONTRO DEL 1979 CON GHEDDAFI

DI ITALO CUCCI

Le vie dello sport sono infinite. L’arrivo nel 2009 a Roma di Muhammar Gheddafi – agghindato come un medagliere olimpico – mi ha ricordato l’invito che ricevetti il primo settembre del 1979, decennale della rivoluzione che lo aveva portato al potere. Tre giornalisti italiani; due politici, a me lo spazio di direttore del “Guerin Sportivo” che navigava fra calcio, spettacolo, cultura e politica sportiva. Era il sottotestata: “Settimanale di critica e politica sportiva”. A Tripoli fui invitato a spiegare il “lato italiano”. Mi promettevano un incontro con il Raìs e intanto mi sollecitavano a leggere il “Libro verde”, una sorta di vangelo scritto dal colonnello, “vogliamo confrontarci”, dicevano. Duro, durissimo confronto: il “Libro verde” negava l’esistenza dello sport/spettacolo, i libici avrebbero dovuto solo essere protagonisti, non spettatori degli sport, il più vietato dei quali era la boxe, violenta e sanguinosa, il più ridicolizzato il calcio, chiassoso e stupido. L’ideale? Correre su un cavallo senza finimenti, offrirsi al vento fra le dune del deserto. Spiegai la natura politica del calcio, sostenuto in tutto il mondo e in particolare nei Paesi a guida politica autorevole, edizione moderna del “panem et circenses”. Mi ascoltarono sospettosi: cosa voleva dire “guida autorevole”? Dovevo misurare le parole, ma si sa: un giornalista sportivo può anche concedersi qualche libertà in più. E accettarono. E capirono. Nel suk di Tripoli i bar erano quelli lasciati da re Idris e realizzati su modello italiano: nelle specchiere erano infilate foto della squadra nazionale degli anni Sessanta e Settanta, ne trovai una guidata dal mio amico Amedeo Biavati, campione del Bologna e del Mondo nel ’38, inventore del “passo doppio”. I vecchi avventori parlavano italiano e mi chiedevano notizie della Juve. Quando finii le mie “lezioni” ufficiali mi rivelarono che Gheddafi aveva suggerito di “aggiornarsi” sul calcio: forse di tollerarlo. Partii senza vedere il Colonnello ma un paio di anni dopo l’Ambasciata della Jamairia mi invitò di nuovo a Tripoli per la presentazione della fase finale del Torneo Interafricano che si sarebbe svolta a Tripoli: “Sarà contento”, mi dissero; come se io fossi il rappresentante del prodotto-pallone. Ma mi avevano preso sul serio. Il torneo si giocò, si mise in luce il Camerun che ci avrebbe affrontato di lì a poco al Mundial ’82, e si verificarono i classici incidenti degli stadi nostrani: fischi, urla, botte, tentativi di invasione di campo. Li seguimmo insieme, Bearzot e io: un’esperienza straordinariamente interessante. Ma il mio ricordo più intenso è legato a un’altra vicenda. Una sera di primavera, sulla terrazza dell’hotel Oasis, fui invitato alla “prima” di un film libico, “Omar Al Mukhtar-Il Leone del deserto”, interpretato da Anthony Quinn. Eravamo due-italiani-due, alla proiezione, e mano a mano che la storia si snodava, davanti alle crudeltà dei soldati italiani ci sentivamo sempre più preoccupati, spaventati, terrorizzati; la gente guardava il film e guardava noi, come per colpevolizzarci. Alla fine del film, dopo le immagini terribili del Leone impiccato, si accesero le luci: mille applausi e mille sguardi su di noi. Poi, una soldatessa bellissima si avvicinò al nostro tavolo, ci sorrise, ci mise al collo un cordoncino scorrevole fermato da un medaglione e ci baciò sulle guance. Sul medaglione era effigiato Muhammar Gheddafi.