SONO UN SOTTOPROLETARIO, FACCIO IL GIORNALISTA

DI SALVATORE GAJAS

Anche per i giornalisti, come ad esempio accade per gli insegnanti, corre l’obbligo di frequentare degli speciali Corsi di Formazione. Per ottenere i 60 crediti prescritti, tutti (con l’eccezione di un 12%, esentato) devono frequentare dei corsi piuttosto impegnativi. Secondo Nicola Marini, presidente dell’Ordine Nazionale, quasi il 20% dei giornalisti che dovrebbero seguire questo percorso formativo, lo rifiuta apertamente. Ma l’alto numero dei “renitenti” non stupisce poi più di tanto: i giornalisti, si sa, sono teste matte e ci vorrà certo del tempo per convincerli tutti. No, la vera notizia è un’altra. Secondo lo stesso Nicola Marini, questo numero sarebbe stato molto, ma molto più alto se l’Ordine non fosse riuscito a garantire la totale gratuità dei corsi.
Già, perché i tempi in cui il mestiere di giornalista garantiva guadagni (e relative soddisfazioni) sono passati da un pezzo. Il tasso di disoccupazione e di precariato fra gli Iscritti all’Ordine, oggi, fa paura; almeno il 65%. Dato che fra professionisti e pubblicisti (in teoria, i primi sono quelli che fanno questo mestiere full time, gli altri solo occasionalmente) in Italia si raggiunge la cifra record di circa 120mila persone, i giornalisti in vere, gravi difficoltà economiche sono circa 80mila. Ma cosa vuol dire questo? Per capire basta il dato dell’incasso medio di questi autentici sottoproletari del lavoro intellettuale: circa 10mila euro l’anno, ben al di sotto della soglia di povertà. Il guaio è che appena una manciata di anni fa, questa cifra si attestava sopra gli 11mila euro, segno chiaro di una crisi che non smette la sua profonda azione negativa sull’intero comparto.
Scorrendo gli stessi dati, del resto, scopriamo che il compenso medio non è affatto alto, 32mila euro l’anno, e che soltanto i 19mila giornalisti professionisti occupati a tempo pieno guadagnano una media di oltre 62mila euro.
Ma quali sono le cause di questa situazione così drammatica? Come sempre, si tratta di un insieme di cose di natura diversa. Alla base di tutto c’è la scarsa abitudine degli italiani alla lettura di giornali e riviste. Una disaffezione che si è trasformata in fuga di massa quando le famiglie si sono trovate di fronte alla necessità di risparmiare per far fronte in qualche modo alla pesante crisi economica esplosa nel 2008. Visti come dei beni assolutamente superflui, i giornali sono stati i primi a essere tagliati dal bilancio della gente. Dato che leggere i giornali ed saper essere sempre informati è un fenomeno squisitamente culturale, non sono stati pochi quelli che hanno avallato queste scelte. Celebre, per esempio, la battuta cinica e qualunquista dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti che amava ripetere: “Con la cultura non si campa”.
E quando, per effetto delle crisi economica, anche i già magri gettiti pubblicitari di quotidiani e riviste (ma anche di radio e tv) i sono ridotti all’osso, la chiusura delle testate giornalistiche è divenuta un fenomeno all’ordine del giorno. Secondo la logica della reazione a catena, la vendita in edicola si è più che dimezzata: giornali leader di mercato come Repubblica e Corriere della Sera sono passati dalle 700-900mila copie di tempi migliori alle 400mila circa. I mensili specializzati e i femminili, storicamente in grado di raccogliere molta pubblicità pur senza impegnare gli editori in grandi tirature, hanno dovuto alzare bandiera bianca o, nei casi migliori, si sono dovuti adattare a una diffusione poco più che simbolica.
Risultato, la crisi si è avvitata su se stessa, secondo la perversa logica “diffusione limitata / minore pubblicità / incassi ridotti / scarsa qualità”.
E non vale affatto il ragionamento che molti non addetti al settore amano sfoderare circa il danno che il web avrebbe portato all’editoria e alla stessa categoria dei giornalisti. All’estero infatti le cose non sono andate cosi. Anzi, il web si è, dopo le prime esitanti fasi iniziali una formidabile occasione di crescita economica per il settore e professionale per i suoi addetti.
E in Italia? Non c’è dubbio che siamo al punto più basso della parabola negativa. Gli editori continuano nella vergognosa politica inaugurata qualche anno fa di pagare cifre del tutto simboliche. Perfino per giornali come Repubblica un articolo “vale” oggi dai 10 ai 5 e perfino 2 euro.
Ed è di questi giorni la notizia che due testate illustri come Visto e Novella 2000, finite nelle mani della passionaria della Destra Daniela Santanché sperimenteranno una formula ardita: fare i giornali senza alcun giornalista. Affidata nelle mani di un liquidatore la sua casa editrice Mirabilia, la avventurosa imprenditrice ha intenzione di licenziare tutti i sedici giornalisti che vi lavorano. E i due giornali? Semplice, verranno affidati ad altrettante mini aziende di “service editoriale”. Che si guarderanno bene dall’assumere ingombranti e costosi giornalisti.
Quanto basta per far rivoltare nella tomba uno come Enzo Biagi, che negli anni Settanta seppe rilanciare Novella 2000 (che era nata addirittura nel 1927) portandola alla tiratura record di un milione di copie. Come? Formando una autentica scuola di giornalisti di altissimo livello, in grado di trattare il gossip senza mai inventare nulla e senza offendere nessuno. Tanto che l’intera squadra di seicento professionisti che allora lavorava in Rcs (il Gruppo Rizzoli Corriere della Sera) guardava con ammirata reverenza proprio a Novella 2000 e a Visto, che ne ricalcava con successo lo stile:
Scusate se è poco.