BRASILE: NON SI FERMA IL GENOCIDIO DELLE POPOLAZIONI DELL’ AMAZZONIA

DI FRANCESCA CAPELLI

Vivono nelle aree più isolate dell’Amazzonia. L’antropologia li definisce “indigeni non contattati”, perché non hanno rapporti con il mondo esterno, che per loro è solo fonte di pericoli. Allevatori di bestiame, commercianti illegali di legname o cercatori d’oro e pietre preziose invadono la loro terra e li uccidono quando si oppongono alla distruzione della foresta.
Lo denuncia la ong Survival International secondo cui ad agosto due cercatori d’oro illegali avrebbero massacrato oltre dieci nativi, di un gruppo etnico definito “flecheiros” (da flecha, freccia), che vivevano nella parte occidentale dello stato di Amazonas, il più esteso del Brasile, a circa mille km da Manaus. Una regione con la più alta concentrazione al mondo di tribù non contattate.
“Se i fatti venissero confermati”, spiega Survival, impegnata nella tutela delle popolazioni native, “significherebbe che un quinto della tribù è stato sterminato”. Tra le vittime, anche donne e bambini.
Un altro eccidio sarebbe avvenuto in maggio, ai danni di indigeni dell’etnia Warikama Djapar. In questo caso si sospetta che i mandanti siano impresari agricoli della regione.
La procura generale del Brasile e la Funai (Fundação nacional do indio) stanno indagando. Per l’eccidio di agosto sono stati arrestati due ricercatori, che si erano vantati dei loro crimini e avevano esibito, come trofei di caccia, oggetti rubati agli indigeni. Dopo l’interrogatorio in due uomini sono stati rilasciati. La Funai ha poca fiducia nella possibilità di fare giustizia, per la difficoltà di accedere alla zona dove sono avvenuti i fatti e di localizzare i villaggi.
Le due vicende aggravano il conflitto del presidente brasiliano Michel Temer Lulia con le ong. Dopo il golpe dello scorso anno e la sua nomina alla presidenza, gli enti governativi che dovrebbero occuparsi di proteggere le popolazioni native hanno subito tagli importanti da parte e molti sono stati chiusi perché non rifinanziati. Il governo Temer, infatti, è fortemente anti-indigenista ed è legato agli interessi dei grandi proprietari terrieri, molto potenti in Brasile. A luglio scorso, il presidente ha bloccato l’assegnazione di nuove terre agli indigeni, chiedendo di riconoscere solo quei territori già occupati dai nativi prima della promulgazione della nuova Costituzione del 1988. Peccato che molti di loro, all’epoca, non vivessero nelle proprie terre, perché espulsi durante la dittatura militare, durata dal 1964 al 1985.
Ad agosto, il presidente ha tentato di abolire la riserva amazzonica del Renca (Reserva nacional do cobre e associados), inizialmente creata per lo sfruttamento minerario del rame e poi trasformata in riserva naturale. Nelle intenzioni di Temer, il territorio deve tornare alla primitiva destinazione d’uso. Il decreto è stato sospeso dalla corte federale di Brasilia, ma gli oltre 46mila kilometri quadrati di foresta del Renca fanno gola a molti.
Nel progetto del governo, il 30 per cento della riserva deve essere venduto a privati “per generare ricchezza per il paese, lavoro e reddito per la gente”. Almeno, così sostiene il Ministero per le miniere e l’energia. Secondo associazioni ambientaliste come Greenpeace e Wwf, invece, la scelta del governo porterà a una catastrofe ecologica e umana.
Tutto questo mentre i tagli ai finanziamenti della Funai e di altri enti che tutelano i nativi ha lasciato decine di tribù senza difesa davanti chi invade le loro terre: cercatori d’oro, latifondisti, commercianti illegali di legname. Persone che mettono doppiamente in pericolo queste popolazioni: da un lato perché deliberatamente uccidono e distruggono, dall’altra perché le contagiano con malattie contro le quali gli indigeni non hanno difese immunitarie: un raffreddore può portare alla morte in poche ore. Un fenomeno che fa da controcanto alla narrazione, diffusa in Italia da partiti xenofobi e stampa compiacente, del “selvaggio” come portatore di malattie letali. Il vero pericolo è proprio l’uomo bianco.