MEDITERRANEO: I VIAGGI DELLA SPERANZA. DOVE I BAMBINI MUOIONO NELL’ANIMA

DI ANNA RITA NOCITI

 

Un bambino è un bambino, non importa, dove nasce e dove cresce, se il suo Paese è in guerra oppure in pace. Un bambino ha bisogno di cibo, cure e protezione e per quanto sia schiavo, rifugiato, nessuno può impedirgli di sognare.
Un bambino non può morire in mare o essere violato nel corpo e nell’anima, anche se non perde la vita, fisicamente, è morto comunque, per i traumi che ha subito che lasciano una ferita invisibile ma terribile.

I migranti minorenni sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro Terra d’origine e separati dagli affetti familiari.
L’immagine della migrazione è di gruppi di uomini adulti e donne, pronti ad affrontare qualsiasi cosa pur di arrivare in Europa e di trovare un’opportunità per la loro famiglia.

La migrazione non è solo un affare per grandi e questo si vede negli sguardi impauriti di ragazzi che scendono dai barconi e nei volti tremanti dei bambini che sono loro il vero simbolo della migrazione, la speranza del futuro, un futuro che troppe volte non è come si spera.
Baracconi fatiscenti, al limite del carico, a capo i trafficanti di uomini, senza scrupoli.
Già durante il viaggio lungo il deserto e poi, in mezzo al mare, subiscono umiliazioni e violenze inaudite e una volta sbarcati, molti diventano bambini invisibili. Ogni due minuti in Europa scompare un bambino, più di 12mila i minorenni stranieri svaniti nel nulla solo nel 2016. Un vero e proprio esercito di bambini invisibili, vittime dello sfruttamento e della tratta, impiegati nelle maglie della criminalità, del lavoro nero, traffico di organi e nello sfruttamento sessuale.

Siamo contenti quando facciamo sbarcare migliaia di bambini senza farli morire in mare ma non ci chiediamo che fine facciano una volta abbandonati a loro stessi.
Come per esempio le migliaia di donne africane sedute sui bordi delle strade a vendere il loro corpo per pochi euro e a rischiare la vita. Quando si parla di bambini, il tutto è ancora più tragico. Il dato fa riflettere, soprattutto adesso che non ci sono più i comunisti che li mangiavano. Bambini che si ritrovano a essere invisibili tra viaggiatori distratti e pellegrini.
Alle loro spalle bombe e macerie, ma anche affetti e, da una tragedia scampata apparentemente, ne trovano un’altra. Bambini che dormono in cunicoli maleodoranti, arrotolati in coperte sporche e bucate, buttati come fagotti tra i sacchetti della spazzatura, a rischio di essere morsi dai topi, sempre in pericolo di non vedere più il sole del giorno dopo.

Dal rapporto Unicef e dall’Organizzazione Internazionale Migrazioni (OIM) fondata nel 1951, sono il 77%, i bambini e i giovani che sono transitati sulle rotte del Mediterraneo centrale.
I minori dell’Africa sud-sahariana sono i bambini più presi di mira per abusi di ogni genere. Le associazioni hanno raccolto più di 11mila testimonianze tra bambini e adolescenti e chiedono all’Europa, di aprire vie legali sicure per i minori, di porre fine al traffico e allo sfruttamento, di combattere il razzismo e la xenofobia. Tutto questo è un business che fa cassa sulla disperazione e, annega la speranza di un futuro diverso e migliore. Un mercato sempre più affamato per sfruttare i bambini, anche nelle adozioni illegali.
Le bambine coinvolte nell’ignobile giro della prostituzione e pedofilia, tantissime come fossero polli d’allevamento in batteria. L’abbaglio di grandi guadagni e il sogno di diventare parrucchiere, modelle o babysitter seguono fiduciose il loro sponsor che le accompagna fino a destinazione, poi consegnate a una sfruttatrice, la maman che gestirà le loro vite. A rafforzare il controllo anche psicologico, vengono utilizzati riti voodoo che consolidano la relazione di sottomissione.
La globalizzazione rischia di aggravare il fenomeno dello sfruttamento minorile.
La tentazione di essere più competitivi, maggiore produzione e minore costo, comporta l’azione a utilizzare le risorse minorili e illegali. La povertà e l’ignoranza sono la causa e la conseguenza dello sfruttamento minorile.
E’ in continuo aumento anche, il numero dei bambini che ogni anno finisce nella rete dei trafficanti di “merce umana”. I piccoli sono rapiti e uccisi, alimentando a dismisura un traffico clandestino di organi. Sono ritrovati quando ormai è troppo tardi, riaffiorano i piccoli cadaveri ai margini di strade o abbandonati nei campi. Immagini atroci si presentano, corpicini squartati e sezionati orribilmente al solo scopo di prelevare gli organi. Non è la scena di un film dell’orrore, ma la realtà di chi è sfortunato. Chi è riuscito a scappare racconta di essere stato rinchiuso in una piccola cella con altri bambini, tenuti come animali da ingrasso. I trafficanti davano loro da mangiare quattro o cinque volte il giorno, cosa che per un bambino migrante è molto rara. Quando un compagno di sventura era fatto uscire dalla cella con una scusa, non faceva più ritorno.
Il maltrattamento sia psicologico sia materiale, tra umiliazioni e abusi di ogni tipo, uccidono l’anima del piccolo con conseguenze a breve e lungo termine. Si rilevano disturbi psicotici, quali allucinazioni, di natura visiva, uditiva, deliri e disturbi alimentari e nel comportamento.

Questi bambini sono bambini sono bambini come i nostri. Sono figli di tutti, hanno una dignità, hanno il dovere di ridere, di giocare, di guardare al futuro e non avere paura. I loro occhi, il loro sguardo, anche senza parole racconta il loro stato d’animo e il desiderio di essere protetti, il desiderio di una carezza.

Una bellissima poesia di Medusa cita: “Gli occhi di un bambino scrutano oltre l’orizzonte, lo collegano al paradiso attraverso un ponte. Gli occhi di un bambino distillano emozioni, reclamano attenzioni, hanno un’anima dentro e per esprimersi, non hanno bisogno di suoni”.
Gli uomini dovrebbero leggere gli occhi dei bambini, di questi bambini migranti, che ci guardano con pietà e amore e che vogliono solo una carezza per vedere un sorriso di speranza sul loro volto spaventato.