SVIZZERA: CHE FINE HA FATTO IL REFERENDUM SULL’IMMIGRAZIONE? RISPONDE MASSIMO AGOSTINIS

 

 

DI MARCO CHINICO’

 

Febbraio 2014- Settembre 2016. Due tornate referendarie. Un intero paese convocato per decidere se lasciare per intero quelli che sono stati i vecchi accordi con l’Unione Europea ovvero seguire Schengen oppure rivedere il tetto massimo per quanto concerne l’ingresso annuale di immigrati nel paese elvetico. Sia al termine del primo voto che un anno fa, seppur non con una differenza schiacciante, ha vinto il SI. Gli svizzeri vogliono tornare a controllare il flusso migratorio e dettare così una disciplina ben precisa, dettagliata che stabilisca quanti cittadini stranieri possono entrare all’anno all’interno della Confederazione. A distanza di tempo, però, ancora non si capisce quali sono le vere intenzioni del Paese riguardo l’esito del voto. Ne parliamo con Massimo Agostinis, giornalista, redattore e corrispondente per la Radio pubblica della Svizzera tedesca, esperto di economia.

Massimo Agostinis grazie per essere intervenuto. Domanda secca: a distanza di tre anni e mezzo dal primo voto e a quasi un anno dalla seconda maratona referendaria, possiamo dire che prevale finora il “tanto rumore per nulla”?

“La questione non è, ancora, decisa. Un referendum esprime la volontà di un popolo, ma poi si deve fare la legge per l’applicazione. Si sta pensando, orientativamente, di fare un qualcosa che obblighi tutti gli imprenditori e direttori di aziende ad assumere eventuali dipendenti o collaboratori, guardando in primis il mercato svizzero, poi in mancanza di possibilità si può orientare l’occhio anche altrove”.

Il tema del referendum ha tenuto in allerta e non poco l’Europa che ha puntato e parecchio l’indice contro il popolo elvetico, ma soprattutto il Governo svizzero. Quali sono, al giorno d’oggi, i rapporti fra Bruxelles e Berna? Prevale, ancora, un certo distacco?

“A distanza di diverso tempo dal voto, c’è abbastanza tensione fra Bruxelles e Berna. Questo perché l’UE non ha mai accettato l’esito di questo referendum, considerato che l’obiettivo europeo è continuare a permettere la libera circolazione delle persone. La Svizzera, viceversa, non fa parte dell’Unione Europea, ragion per cui non è tenuta ad osservare in “toto” tutte le norme europee. Ora si sta discutendo sotto l’aspetto tecnico ovvero dei rapporti e scambi commerciali. Il pubblico non è tanto interessato su questo, in quanto trattasi proprio di questioni tecniche. Gli argomenti sui cui si sta discutendo, al momento, riguardano circa la possibilità di stipulare dei trattati sull’energia. Accordi che ancora non sono conclusi: la Svizzera, come posizione geografica, si trova in mezzo all’Unione Europea. In merito, ci sono accordi con altri Stati che “bollono in pentola”, la Svizzera però ne è formalmente ancora fuori”.

Durante la campagna elettorale referendaria, fece molto scalpore la celebre e per niente gradita frase, “gli italiani rosicchiano il formaggio svizzero”. Tutta la categoria dei frontalieri si è risentita però, come spesso accade e specie trascorso un po’ di tempo dalla grande battaglia politica, si viene poi a capire e a scoprire che i toni accesi erano un pochino esagerati. Agostinis, qual è la verità sul fronte immigrazione? Come mai questo astio così evidente fra svizzeri e stranieri, frontalieri soprattutto? Come stanno veramente le cose?

“Il nostro paese ha un tasso di immigrazione abbastanza alto, attorno al 25%. Quel voto non significa che il popolo svizzero non vuole gli stranieri bensì che per venire in territorio elvetico ci saranno alcune difficoltà. Questo perché? Semplicemente per il fatto che qui i cittadini vogliono il controllo sulla stessa immigrazione, sui numeri. Perché questo tipo di richiesta? A voler fare alcuni esempi, la folta presenza degli stranieri ha cambiato alcune cose sul fronte del mercato immobiliare. Molto spesso sono giunte da noi persone con uno stipendio leggermente più alto rispetto al salario del cittadino svizzero. Questo si è rivelato uno svantaggio per il cittadino locale che vuole comprare una casa. Sulla questione frontalieri, in Ticino la situazione è diversa. Si punta l’indice contro i frontalieri perché in passato diverse aziende, italiane soprattutto, si son trasferite nel Cantone italiano approfittando delle tasse più basse. Gli stessi titolari di aziende hanno deciso di portarsi, direttamente dall’Italia, i loro lavoratori, siano essi dipendenti o collaboratori. Lavoratori che percepiscono salari decisamente più bassi rispetto a quanto percepisce un cittadino svizzero. Questo ha fatto sì che, sul fronte lavoro, si puntasse più all’ingaggio di lavoratori frontalieri piuttosto che elvetici. Io vivo a Basilea, devo dire che anche qui vi sono diversi frontalieri, sia francesi che tedeschi, che vengono a lavorare ogni giorno, ma non c’è il problema presente in Ticino in quanto la situazione attuale si svolge nel pieno rispetto della burocrazia e delle regole”.

Usciamo, per un attimo, dall’argomento immigrazione e facciamo il punto sull’economia. Come lei ben sa in diversi paesi del mondo, anche paesi europei e fra questi cito anche l’Italia, si vive ancora un periodo di crisi che, al momento, non vuole proprio finire. La Svizzera, in questi ultimi anni, ha per caso conosciuto la parola crisi? Semmai si potrà parlare effettivamente di vera in crisi nel vostro Paese?

“La Svizzera ha conosciuto un momento di affanno, in particolare nel 2015, quando la nostra Banca Nazionale si è resa conto che il valore del Franco Svizzero è salito di molto rispetto all’euro. Il tutto a danno delle aziende che, a causa di questo squilibrio, hanno avuto difficoltà a vendere i loro prodotti nell’area EURO. Sul fronte occupazionale, non possiamo minimamente fare paragoni, sotto l’aspetto della disoccupazione, fra il nostro livello e lo stato disoccupazione che c’è nel vostro paese. La disoccupazione da noi è stimata attorno al 3,4%”.

Parliamo dell’operato del Governo di Berna: c’è qualcosa che non condivide o approva oppure, secondo la sua analisi, tutto va bene e funziona?

“Devo dire che non critico quasi niente per quanto concerne l’operato del Governo attuale. Ho vissuto in Italia diversi anni e sostengo che, rispetto a quanto accade da voi, l’esecutivo è quasi sempre stabile, non cade quasi mai: può sembrare strano a dirsi, per un giornalista è una noia mortale. Viceversa per il cittadino è un aspetto più che positivo perchè un Governo che non cade è dimostrazione di governabilità e stabilità. L’unico difetto, se proprio dobbiamo definirlo tale, è che il nostro esecutivo tarda a dialogare e a concludere accordi con l’UE”.

Vorrei fare insieme a lei una riflessione accurata sull’Euro e il funzionamento della moneta unica negli Stati dell’Eurozona. Da economista, è sempre più convinto che la Svizzera ha fatto benissimo a non voler entrare in Europa e sposare l’ambizioso progetto di un’economia europea che ruoti attorno ad un’unica moneta? In secondo luogo, mi piacerebbe sapere se la moneta unica è e sarà solo un problema per le nazioni che hanno difficoltà in questo momento e, a voler approfondire, sotto quali aspetti l’Euro non funziona affatto?

“Bisogna parlare, facendo un po’ di distinzioni. La maggioranza delle persone, svizzere di nascita o che vivono in Svizzera, sono dell’idea che il paese ha fatto bene a non entrare in Europa. Io, che seguo l’economia, ho un’idea un po’ diversa e ritengo che in futuro, prima o poi, il Paese dovrà pensare seriamente di entrare nell’UE. Il discorso sulla moneta unica è un po’ diverso. Il problema dell’Euro è di essere sbagliato sotto l’aspetto strutturale. E’ una moneta che funziona quando tutto va bene e funzionano le economie dei rispettivi paesi. Quando c’è uno stato di crisi, tale moneta diventa un problema. Per diversi paesi che hanno serie difficoltà a lavorare e fare economia, entrare nell’Euro è stato un errore. Prendiamo il caso dell’Italia; a mio avviso, avete commesso un errore ad entrare nell’Eurozona 16 anni fa. Se non vi fosse l’Euro ma una propria moneta, nel momento in cui giunge una crisi si potrebbe praticare una svalutazione monetaria, resettare tutto per poi ripartire ripristinando per prima cosa i rapporti commerciali. Con l’Euro tutto questo è impossibile; aggiungiamo anche che l’Italia non potrebbe più uscire dalla moneta unica in quanto il rispettivo debito pubblico italiano è stimato in Euro quindi uscire dall’unione monetaria significherebbe crollare del tutto. Questo problema lo avrebbe l’Italia come qualsiasi altro paese con un’economia diversa ed difficoltà. Non escludiamo un altro fattore ovvero il fatto che, sempre quando si vive un momento di difficoltà, si è costretti a bussare ad un unico organo bancario centrale ovvero la BCE, senza poter più contare sulle proprie forze interne”.

Svizzera. Geograficamente europea e al centro dell’Europa; economicamente, politicamente e socialmente in mezzo ad un’Europa arrabbiata e agguerrita da una parte per il Brexit, affannata ed in difficoltà per l’emergenza immigrazione e l’incubo terrorismo. Dentro il circondario elvetico, la situazione generale è sin troppo chiara. Sul fronte immigrati al momento, però, tutto tace e il referendum immigrazione che fine ha fatto? o che fine farà? Lasciamo ai posteri l’eventuale risposta!