EUGENIO BERSELLINI. RICORDO DI UN VERO SIGNORE

DI DARWIN PASTORIN

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Eugenio Bersellini (scomparso a 81 anni nella sua Borgotaro) apparteneva all’epoca romantica di un calcio che, oggi, con il marketing che ha sostituito il dribbling, è letteratura ed è, soprattutto, rimpianto. Era un allenatore da zolla e da temporale, mani sui fianchi e faccia severa: il campo come vera, autentica e implacabile metafora dell’esistenza. Predicava sacrificio, umiltà, collettivo, senza l’assillo degli schemi e delle alchimie, rifiutando l’estetica accademica ed effimera. Vinse uno scudetto e due coppe Italia con l’Inter, una terza Coppa Italia con la Sampdoria, oltre a un campionato in Libia. Lo chiamavano “sergente di ferro” per il suo carattere, la sua tempra. Ma sapeva cedere alla tenerezza, mai alla banalità, e possedeva una educazione antica, da cultura contadina: dove una stretta di mano era una stretta di mano, e guai a venire meno alla parola data.

Allenò il Torino, al vecchio Filadelfia: il tempio di capitan Valentino e degli altri eroi di Superga. Un luogo di memoria, di straziante bellezza, dove orgoglio e rimpianto si prendevano, quotidianamente, per mano. Lì, in quello stadio monumento, in un pomeriggio senza allenamenti, lo incontrammo, per caso, io e Marco Bernardini, amico e collega. Correva intorno al prato verde con un giovane che un tempo giocava nelle giovanili granata. Loro due, soli. Bersellini, lontano dai riflettori, da tutto e da tutti, stava recuperando, alla vita, alla serenità, alla luce, quel ragazzo che si era smarrito. Ci disse di non dire niente, di non scrivere niente.

Così era mister Eugenio, l’uomo dallo sguardo duro e dal cuore fanciullo.