MARCO BONINI: “BENIGNI E DE FILIPPO, PER RACCONTARE IL SENSO DELLA VITA”

DI MARIA ANTONIETTA NOCITRA
I tuoi esordi nel capo artistico sono stati come ballerino. E’ una modalità interpretativa artistica diversa da quella che poi è divenuto il tuo mestiere: l’attore. Movimento e parola. Quale è stato il gancio che ti ha fatto trasferire la tua voglia di espressione dalla danza alla recitazione? 
Il gancio è stato proprio la mia insegnante di classico. Mi disse chiaramente, come solo le bravi insegnanti sanno dire, che con la mia altezza ero “condannato” a fare l’etoile, il primo ballerino. Ma per il corpo di ballo ero troppo alto e, purtroppo, non ero abbastanza bravo per diventare Bolle. Quindi mi consigliò di mollare e puntare sull’espressività, che invece mi riconosceva come danzatore. Per cui presi la palla al balzo e feci l’esame in Accademia di Arte Drammatica.

Di quella inclinazione artistica ed esperienza come ballerino cosa hai trasferito in questi anni nel cinema e nel teatro? 

Tantissimo. E’ un bagaglio che mi porto sempre dietro, in ogni personaggio. Per fare un esempio recente  il salto del cancello di “Smetto quando voglio: Masterclass” è figlio della danza. Nella pulizia dell’esecuzione come nella leggerezza dell’effetto. Come è figlia della danza la postura del personaggio, la camminata. Ora che ci penso il mio personaggio si chiama Giulio Bolle. In realtà alla fine ce l’ho fatta a diventare Bolle! (ride)

Hai frequentato il CSC. Ma ci sono stati tanti attori bravi in passato che non hanno mai frequentato una scuola di recitazione. Secondo te ci si accorge facilmente che un attore ha una base di studio oppure che la sua bravura è il solo frutto del talento?

La carriera di un artista è un mistero totale. Vale tutto e niente. Jimmy Hendrix era un totale illetterato musicalmente, ma è stato forse il più grande chitarrista del mondo. Pavarotti, d’altro canto, diceva che lui non era il più talentuoso ma solo il più preparato. Quindi..chissà!
Sei anche uno sceneggiatore. L’amore per la scrittura va di pari passo con l’interpretazione. Preferisci scrivere ruoli per altri colleghi oppure aderirli a te stesso?
Dipende dai ruoli. Quando scrivo non penso a recitare. Penso alla storia, al significato e a far tornare le psicologie. Cerco di trovare situazioni e battute divertenti che raccontino bene il tema, che è la mia prima preoccupazione quando scrivo. Se poi c’è un ruolo che potrei fare bene come attore allora mi impegno per farlo. Ma capita anche che non me lo facciano fare.
Sei laureato in filosofia. Come si conciliano i seriosi studi filosofici con il tuo amore per la commedia all’italiana?
Non puoi capire quanto siano vicini e si alimentino a vicenda. La commedia all’italiana è la forma migliore, o quella a me più congeniale, per raccontare il senso di questa vita. Dante ha scritto la Divina “Commedia”, Dario Fo ha vinto un Nobel con Mistero Buffo, Benigni un Oscar con una commedia, e che dire della filosofia di vita delle storie di Eduardo De Filippo. Per non parlare dei maestri della commedia anni 60. E’ il nostro DNA. Lo sguardo italiano sul mondo è tragicomico. E’ la nostra capacità di mettere insieme l’alto e il basso, il sacro e il profano, il serio e il faceto. L’Italia offre questo al mondo. E questa è filosofia.
Quale interpretazione del passato ha avuto per te un significato di svolta nel tuo percorso da attore?
Genziano di “18 anni dopo”. Quel film è un faro nella mia vita. Perché Genziano è congelato dal dolore, impaurito da se stesso. Monolitico fuori perchè vulcanico e instabile all’ interno. Esattamente come ero io come attore fino a quel momento. Genziano è stato il mio psicodramma professionale. Credo che non potrei più interpretarlo così oggi.
In queste settimane sei in TV con “Il Paradiso delle signore 2”, fiction che sta avendo grandi ascolti, e presto ti vedremo anche in un’altra fiction Rai di grande pubblico, “Un medico in famiglia”. Raccontaci i due personaggi attraverso le loro diversità. 
Sono due personaggi molto diversi. Due proletari comunque. Ma il personaggio che interpreto ne “Un  medico in famiglia” è ambizioso e vuole evolversi, anche se in modo impacciato e goffo. Corrado, de “ Il Paradiso delle signore”,  è molto più tenero. E’ veramente un umile impaurito e impotente. Il mondo inizia e finisce nel suo magazzino. Lui non sa cosa ci sia fuori ma è roba pericolosa che lui non sa gestire. Quest’anno vedrete che un po’ alzerà il tiro e proverà a conquistare dignità. Lotterà per un sentimento e rischierà l’evoluzione. Ma non dico di più. Lo vedrete in TV.
Ne “Il Paradiso delle signore 2” hai potuto recitare in una fiction d’epoca. La filmografia consente a voi attori e a noi spettatori di fare passi indietro nel tempo e vivere periodi diversi dal nostro. Che impressione ti ha fatto per la prima volta vederti piombato negli anni ’50? Ci sono maggiori difficoltà ad interpretare ruoli di uomini del passato rispetto a quelli del presente?
Io sono nato nell’epoca sbagliata. Mi sento molto più a mio agio nel passato che nel presente.
Dopo tanti anni di esperienze lavorative in ogni mestiere si acquisisce maggiore padronanza e bravura. Ma cosa è rimasto, oggi, del Marco agli esordi della sua carriera di attore?
Il 90% del lavoro artistico è ritrovare la freschezza degli esordi. E’ difficile perché tecnica e esperienza aiutano tanto. Delle volte anche troppo. E’ così più facile, veloce, emotivamente economico adottare una soluzione tecnica. Ma succede delle volte che ci si perda e quando ci si perde entra in campo il subconscio. E l’anima tira fuori una soluzione profonda, inaspettata. Che nessuna tecnica potrà mai prevedere, diciamo alla Hendrix. Per questo era il più grande, perché lui aveva solo l’istinto. E per far bene non aveva scorciatoie. Beato lui e povero lui!
Marco Bonini in una scena de “Il Paradiso delle Signore”
Romano. Attore, sceneggiatore e produttore.
La sua carriera artista inizia con la danza, classica e moderna, ma la abbandona nel 1991 per studiare recitazione. Si laurea in Filosofia, inizia a frequentare l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico ma poi prosegue i suoi studi di recitazione nel Centro Sperimentale di Cinematografia.
Lavora sia per il teatro che per il cinema.
Nel 2007 sceneggia, recita e produce il film Billo – Il grand Dakhaar.
Nel 2015 collabora alla stesura della sceneggiatura di Noi e la Giulia, ( due David di Donatello: Carlo Buccirosso miglior attore non protagonista e David Giovani, due Nastri d’Argento, Claudio Amendola miglior attore non protagonista e miglior commedia dell’anno e il Globo d’Oro della stampa estera come migliore commedia dell’anno).
Alcuni suoi film, tra fiction e cinema, sia da interprete che da sceneggiatore:
Il Pranzo Onirico (1996), Classe Mista 3a (1996), Oltremare – Non È L’america (1998), ), Le Ragazze Di Piazza Di Spagna 2 (1999), L’amore Oltre La Vita (1999), La Vera Madre (1999),
Tutta La Conoscenza Del Mondo (2001), Casa Eden (2004), Ad Project (2005), L’anno Mille (2008), Billo, il grand Dakhaar (2008), 18 anni dopo (2009), Come trovare nel modo giusto l’uomo sbagliato (2011),Pane e burlesque (2014), Angeli – Una storia d’amore (2014), Noi e la Giulia (2015), Natale a Londra – Dio salvi la Regina (2016), Che vuoi che sia (2016), Smetto quando voglio: Ad honorem(2017), Smetto quando voglio 2 – Masterclass (2017).
Attualmente è su Rai 1con la fiction Il Paradiso delle signore, con Giuseppe Zeno, Giusy Buscemi e Alessandro Tersigni, e presto lo vedremo anche nella nuova stagione di “Un medico in famiglia”.