SI SCRIVE TUTORE, SI LEGGE AMICO DEL CUORE. DI UN BAMBINO MIGRANTE

DI MONICA TRIGLIA

Un volto amico, qualcuno che ti stia ad ascoltare, che guardandoti negli occhi ti aiuti a tirare fuori il dolore e la paura che hai provato. Qualcuno che ti accompagni a fare una passeggiata, un giro in bici, una corsa al parco. Che raccolga le tue confidenze e il racconto di quella lunga traversata per mare che ti ha portato sulle coste italiane. Solo. Minorenne. Senza genitori o altri parenti.

Chi fa tutto questo, chi prende per mano uno dei moltissimi migranti-bambini senza nessuno, si chiama “tutore volontario”, figura prevista dalla legge Zampa approvata alla fine dello scorso marzo.

L’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ne sta cercando 17mila, per i minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia lungo le rotte dell’immigrazione.

Tutore volontario è un brutto termine burocratico, ma è quanto di più profondamente umano possa esserci.

«Si può tradurre così» dice Fiammetta Casali, presidente dell’Unicef di Milano. «Una persona che eserciti la rappresentanza legale e accetti anche di fare amicizia con uno di questi ragazzini, che lo vada a trovare nei centri di accoglienza, che raccolga le sue confidenze, che lo aiuti a progettare il proprio futuro tirandolo fuori dalla solitudine e da ricordi tremendi».

Dice infatti il rapporto intitolato “Viaggi spaventosi” (Harrowing Journeys), pubblicato da Unicef e Oim (l’organizzazione internazionale per le migrazioni) di cui ha già scritto Annarita Nociti su Alganews , che il 77% dei bambini e dei giovani rifugiati e migranti che hanno viaggiato lungo la rotta del Mediterraneo centrale è stato abusato e maltrattato.

Un esempio per tutti: Aimamo, un ragazzo non accompagnato di 16 anni proveniente dal Gambia e intervistato in un rifugio in Italia, ha detto di essere stato costretto per mesi, una volta arrivato in Libia, a un faticosissimo lavoro manuale per mano di responsabili di tratta. «Se provi a scappare, ti sparano. Se smetti di lavorare, ti picchiano. Eravamo come degli schiavi. Alla fine della giornata, ti chiudono dentro».

I minori migranti senza nessuno generalmente non sono bimbi piccoli, ma ragazzini. Il 93% è di sesso maschile, l’83% ha un’età fra i 16 e i 17 anni. Arrivano soprattutto da Gambia, Egitto e Guinea.

E sono sempre più numerosi: lo scorso anno, secondo i dati della direzione generale dell’Immigrazione e delle Politiche di integrazione del ministero del Lavoro, erano 12.708. Alla fine di luglio di quest’anno 18.701, di cui 7 mila solo in Sicilia.

E infatti i 54 tutori volontari già all’opera sono tutti a Palermo.

Ma la strada è aperta in ogni regione italiana. I dettagli sulle procedure e i requisiti per partecipare ai corsi si trovano sul sito dell’autorità garante (www.garanteinfanzia.org).

Fiammetta Casali li riassume così: «Gli aspiranti tutori volontari devono avere almeno 25 anni di età ed essere disposti a seguire un corso di formazione, al quale noi di Unicef collaboreremo, concluso il quale verranno inseriti nell’elenco che verrà istituito presso il tribunale per i minorenni competente della regione di residenza o domicilio. Da questo elenco il giudice selezionerà poi un tutore volontario per ogni minore. Attenzione: non si tratta di un’adozione e neppure di un affido, anche se nulla toglie che si possa fare domanda di affido in un secondo tempo. E il tutore non deve ospitare il ragazzo a casa propria. Dovrà invece esercitare gratuitamente la rappresentanza legale del ragazzo e aver cura che ne vengano tutelati gli interessi, ascoltati i bisogni, coltivate le potenzialità e garantita la salute».

A Milano, il 26 settembre alle 17 nella sala Alessi di Palazzo Marino si terrà un incontro pubblico che vedrà presenti il Garante regionale e quello comunale insieme a rappresentanti del Comune e delle associazioni.

E’ aperto a tutti. Perché quello che può sembrare qualcosa di difficile e complesso può rivelarsi un’esperienza meravigliosa.