ARGENTINA: È CACCIA ALLE STREGHE PER I GIORNALISTI OSTILI AL GOVERNO

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

L’Argentina ha il suo “editto bulgaro”. A farne le spese è Roberto Navarro, giornalista televisivo licenziato dal canale C5N su presunte pressioni del governo. Navarro, 57 anni, conduceva la domenica sera il programma “Economia Política”, con inchieste molto critiche nei confronti del presidente Mauricio Macri e del suo governo. Per fare un paragone italocentrico, Navarro sta a Macri come Michele Santoro stava a Silvio Berlusconi.
Il licenziamento arriva dopo settimane di braccio di ferro tra il giornalista e la proprietà: secondo quest’ultima la causa della rottura è la continua disobbedienza alle direttive del “gerente de programación” (il famoso e invisibile “capostruttura”).
Per Navarro, al contrario, si tratta di censura. Il giornalista sostiene di aver saputo da una fonte ufficiale che la sua testa era stata chiesta già all’indomani del 13 agosto, giorno delle contestatissime primarie, i cui risultati (con la vittoria di Cristina Kirchner per la provincia di Buenos Aires) sono stati resi noti dal governo solo a distanza di una ventina di giorni.
Navarro denuncia di aver ricevuto pressioni affinché si dimettesse spontaneamente, mentre le sue inchieste su finanziamenti elettorali illeciti, corruzione e commercio di armi venivano costantemente ostacolate o censurate. C5N è anche il canale che segue la vicenda di Santiago Maldonado, desaparecido dal 1 agosto scorso, senza accreditare le versioni finora fornite dal governo.
Il timore è che la cacciata di Navarro sia l’avvio di una serie di provvedimenti dall’intento “stabilizzatore” su tutta la linea editoriale di un canale che finora era stato una voce critica nei confronti del governo. Tanto che è subito partita, tramite Change.org, una petizione per il reintegro di Navarro, con la raccolta di 30mila firme in appena 12 ore.
Già nel 2015, all’indomani dell’elezione di Macri a presidente, la Tv Pública (la Rai argentina) e l’agenzia Télam (anch’essa statale) avevano licenziato i giornalisti di simpatie kirchneriste o semplicemente critici nei confronti del governo. Ora le pressioni arrivano a influenzare le decisioni di un canale indipendente, di proprietà di un imprenditore di area progressista. Il tutto in vista delle elezioni di metà mandato del 23 ottobre, della riforma della legge sul lavoro che sarà approvata subito dopo e dell’ennesima manovra fiscale annunciata, resa necessaria dalle dimensioni del debito pubblico, che dalla fine del 2015 a oggi ha di nuovo raggiunto il livello del 2001.