CAOS LIBICO: TUTTA COLPA DELL’ISIS? NO, MOLTO PEGGIO

DI ALBERTO TAROZZI

 

Due giorni fa circolava sulle agenzie la notizia che erano ripresi con violenza gli scontri sulla costa libica, a Sabratha, dalle parti di Tripoli.

I media si adeguano: abbinano la notizia alla ripresina degli sbarchi in Italia e stabiliscono un nesso immediato e univoco di causa-effetto. Scontri, guerra fuga, arrivano i profughi.

L’ipotesi è legittima, ma andrebbe articolata molto meglio. Altrimenti come si spiega che anche quando iniziò a registrarsi una flessione dei flussi, ci fossero degli scontri in atto da quelle parti. Allora qualcuno avanzò l’ipotesi opposta, che gli scontri ostacolassero gli imbarchi.

Ma presto la spiegazione del calo nei flussi divenne un’altra, più alla portata di mano e che poteva essere usata politicamente da più parti: inaugurazione della linea dura di Minniti e voilà le ong non fanno più buonistici danni, la guardia costiera libica rispedisce al mittente i naviganti e miliziani, tribù e sindaci delle città del sud della Libia ci liberano dall’incubo nero. Elementare, vero?

Anche in questo caso qualche traccia di verità relativa spacciata per dogma.

Adesso come spiegare in maniera altrettanto semplice la ripresa degli imbarchi? Si guarda ai protagonisti degli scontri, si ipotizza che i buoni siano i nostri amici (governo Serraj) e i cattivi, manco a dirlo, gli integralisti dell’Isis rimasti in zona dopo la sconfitta a Misurata e il lettore italiano può dormire tranquillo assaporando certezze.

Lo riconosciamo, per un po’ ci siamo caduti anche noi, ma è bastato ascoltare le parole di un inviato Rai affidabile, come Amedeo Ricucci, per capirci qualcosa di più e soprattutto per capire che le cose si stanno complicando in maniera più inestricabile e meno propizia per noi.

Punto primo: negli scontri pare che l’Isis, maggiormente presente nelle regioni centromeridionali della Libia, a Sabratha sia implicato poco o nulla.

Punto secondo: gli scontri sarebbero tra i governativi e milizie varie all’insegna caotica del tutti contro tutti.

Punto terzo: l’obiettivo non dichiarato degli scontri sarebbe quello di presentarsi come interlocutori possibili a gestire i traffici della zona per ricevere dal governo italiano ricompense in cambio di tregua.

Punto quarto: il nostro amico Serraj sarebbe imbufalito con l’Italia per le aperture di Minniti ad Haftar e ci starebbe lanciando segnali che può riaprire i rubinetti dell’esodo.

Punto quinto : il nostro ex nemico Haftar, che tra pochi giorni incontrerà ufficialmente i nostri rappresentanti, vuole farci capire di possedere anche lui un rubinetto dal quale fare uscire profughi con destinazione Italia, e bussare anche lui a quattrini che non guastano mai.

Punto sesto: i magazzini della Tripolitania, in cui sarebbero contenuti gli aspiranti profughi, starebbero ormai per scoppiare di passeggeri in attesa di imbarco, tenuti finora a freno dalla stretta ottenuta dal nostro governo, ma a lungo la loro esplosione non è procrastinabile (secondo Ricucci potrebbero aggirarsi sui 300mila).

Punto settimo : per “bene” che vada in Libia potrebbero aprirsi rotte che ci porterebbero profughi via Algeria e Tunisia.

Morale della favola: le bacchette magiche non esistono e il fenomeno degli esodi non lo si può certo risolvere piazzando qualche cerotto qua e là. Questo lo deve capire in primo luogo la Ue. Ma lo dobbiamo capire anche noi italiani, ceto politico e società civile.

I sonni tranquilli, senza una strategia di ampio raggio e di lungo periodo ce li possiamo solo sognare: a occhi aperti, quando siamo svegli.

E intanto, in mare è incubo, al largo di Sabratha si muore.