CATALOGNA INDIPENDENTE. RISPOSTA SBAGLIATA A DOMANDA GIUSTA

DI LUCA BILLI

Probabilmente non sono la persona più adatta a scrivere di questo tema, perché sono “allergico” all’idea di nazione in generale e, in particolare, sopporto sempre più a fatica la mia nazione. Sono un vecchio internazionalista e quindi fatico a capire l’ansia di tanti catalani di avere una propria nazione autonoma. E almeno la Catalogna esiste, ha una propria storia, anche importante, soprattutto ha una propria cultura; in questi anni, in questa esasperata ricerca delle piccole patrie, abbiamo più volte corso il rischio di sfiorare il ridicolo, come succede quando ci si vuole inventare un paese, ad ogni costo. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Sbaglieremmo però a sottovalutare la voglia di indipendenza della Catalogna, così come la crescita in Europa di altri movimenti autenticamente autonomisti e indipendentisti. C’è evidentemente in quella richiesta uno spirito conservatore, un attaccamento esagerato e quasi morboso alle proprie tradizioni. C’è in questa esasperata ricerca di indipendenza un senso naturale – e comprensibile per molti aspetti – di paura, a cui si risponde – altrettanto naturalmente – innalzando mura. Come sappiamo dalla storia però sulla paura non si costruisce nulla. E le mura sono tutte destinate ad essere abbattute; per fortuna.
C’è però qualcosa di più e anche qualcosa di positivo in quel voto. Direi qualcosa di sinistra, se ormai questa parola non suonasse una bestemmia per tante orecchie delicate. Io credo che ci sia una forte voglia di democrazia, l’idea che in un paese più piccolo sia più semplice esercitare una forma di controllo verso i propri governanti, che si abbia una qualche possibilità in più di far sentire la propria voce sulle vicende politiche, in sostanza che si possa partecipare, come dicevamo una volta. In un’epoca in cui si restringono gli ambiti democratici, in cui le decisioni sono prese – anche nelle cosiddette democrazie rappresentative – in luoghi lontani, inaccessibili e sostanzialmente misteriosi, questa rinnovata voglia di democrazia – anche di democrazia diretta – rappresenta qualcosa di rivoluzionario.
Pensate a cosa sta diventando l’Europa. Da qualche anno abbiamo imparato a fare i conti con la Troika, sappiamo che prende decisioni che condizionano le nostre vite, spesso la critichiamo, ma non sappiamo chi sia, non ha un volto, un po’ come il capo della Spectre, di cui vedevamo soltanto le mani che accarezzavano un gatto. La Troika governa l’Europa, eppure nessuno di noi l’ha mai votata. Questo è oggettivamente un problema, anche se ormai non lo sentiamo più come tale, perché ci siamo come abituati a questa impersonalità. Ogni tanto facciamo uno sforzo per darle un corpo e usiamo l’espressione “i tecnici della Troika”, senza però sapere chi siano questi fantomatici tecnici; forse anche il condomino del secondo piano – quello antipatico – è uno di loro.
Immagino che una parte dei catalani vuole l’indipendenza proprio con il desiderio di avere più peso nelle decisioni del proprio paese, vuole l’indipendenza per chiedere maggior democrazia. Naturalmente considero questo un elemento positivo, anche se dubito fortemente che i cittadini di una Catalogna indipendente avranno un maggior potere di quanto ne abbiano adesso in quanto sudditi spagnoli. Il problema è che sono i meccanismi della democrazia ad essersi ormai inceppati, anche a livello locale. Perché i nostri governi, per non dire dei parlamenti, sono sempre più svuotati, a favore di interessi economici sovranazionali che gestiscono il vero potere. Perché il mondo dell’informazione risponde a interessi globali che pochissimo hanno a che fare con le autorità nazionali. Perché è chi ha in mano le leve del denaro a dettar legge. E probabilmente per questi poteri è perfino più facile controllare piccoli stati, più facilmente manovrabili.
I catalani pongono una domanda giusta, ma danno una risposta sbagliata.