UN RICORDO DI ANTONIO GALIANO E DEL LAGER SPACCAOSSA: QUELLO DI MATHAUSEN

DI MICHELE MALAGUTI

Stasera vi racconto una storia.
Non perchè oggi sia una ricorrenza particolare, o perchè siano accaduti fatti in qualche modo legati a questa ormai antica vicenda, ma semplicemente perchè mi piacerebbe che non andasse perduta, fosse conosciuta e di nuovo raccontata ad altri.
Questa è la mia sintesi:
E’ il 1947, e in un cinema di Messina un ragazzo si accorge che c’è un uomo semi incosciente seduto su una sedia. Prova a scuoterlo, capisce subito che le sue condizioni sono gravi. Chiama immediatamente i soccorsi, che effettuano subito un trasporto al più vicino ospedale. L’identificazione non è semplice, iniziano le ricerche per capire chi sia, da dove venga, perchè si trovava lì. Quell’uomo si chiama Antonio Galiano, è originario di Favara, Sicilia, dove è nato nel 1902. Si è poi trasferito a Milano, a lavorare come operaio alla OM. Nella metropoli del nord Antonio cresce culturalmente e politicamente, diviene ben presto un punto di riferimento tra i lavoratori, e nel 1943 è uno degli organizzatori dei grandi scioperi contro il fascismo. Per questa ragione viene arrestato, e poi deportato a Mauthausen – lo “spaccaossa”, come i nazisti chiamano questo terribile lager – ed inserito in una squadra di disciplina, addetta al lavoro più massacrante nelle cave di pietra che hanno reso famoso il campo. Antonio è un “triangolo rosso”, un pericoloso sovversivo insomma, sbattuto nell’infernale universo concentrazionario hitleriano, programmato per distruggere vite e prima ancora coscienze e dignità. Ma lui non rinuncia, tiene duro, non cede alle tremende logiche della pura sopravvivenza. Un giorno un compagno si accascia esausto, ormai morente, e Antonio gli si avvicina offrendogli un po’ di “caffè”, o meglio di quella brodaglia che gli aguzzini distribuivano agli internati. Ma le “regole” lo vietano, nulla si deve sprecare, nulla va dato a chi non riesce più a ripagare col proprio lavoro, e la solidarietà tra prigionieri è vista dalle SS come un pericolo. Il gesto viene duramente punito, Antonio viene frustato col nerbo di bue, poi gettato in un laghetto – siamo a febbraio – e poi colpito con pietre. Una gli arriva alla nuca, ed è subito notte. Viene portato in infermeria, vi rimane qualche giorno, poi riprende il suo posto nella squadra di disciplina. Ma finalmente dopo pochi mesi arriva la liberazione, la guerra è finita, e chi riesce torna a casa. Antonio raggiunge Milano, ritrova la moglie, e ricomincia a fare l’operaio. Ma il fisico è debilitato, il morale precipitato, non riesce a reggere i ritmi di lavoro, e per di più si accorge che sta perdendo la memoria. Sempre più, e sempre più velocemente man mano che passano le settimane. Comincia a scrivere su un taccuino ciò che vive giorno per giorno, per poter poi rileggere e capire cosa ha fatto, cosa ha detto, chi incontra, cosa pensa, chi è. Anche i ricordi del lager devono essere raccontati, perchè non vadano perduti per sempre, perchè si deve sapere cosa è stato, cosa è successo. Un giorno Antonio è in fabbrica, si sente stremato, vuole tornare a casa. Ma è disorientato, sbaglia strada, prende un treno, e chissà come arriva a Messina senza più sapere chi è, dove si trova, perchè sta viaggiando. Le forze gli mancano, cerca un posto riparato dove sedersi, entra nel cinema, e dopo qualche giorno tutto finisce. Nelle sue tasche il taccuino, con le sue memorie.

Alla moglie non verrà mai riconosciuta la pensione come vedova di guerra, perchè non si potè stabilire “con certezza” che la morte del marito fosse diretta conseguenza della prigionia.

Buonanotte a tutti

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