EVA MAI NATA, OGNI GIORNO MORTA

DI CLAUDIA PEPE

Eva la chiamerò così, aveva 16 anni nel 2001. Aveva 16 anni quando è entrata in una comunità alle porte di Torino. Eva aveva 16 anni quando era stata già abusata sessualmente dal padre.

Aveva 17 anni una ragazza con la vita già da dimenticare, quando incominciava a credere a qualcuno. Qualcuno che la poteva salvare dal suo inferno. Eva aveva 17 anni quando incontrava un’educatrice. Ma non sapeva che quando una persona imbocca la via del dolore, quel dolore si infetta, prendendosi il tuo volto, il tuo corpo, il tuo sangue. Lei, quella che doveva salvarla, sarebbe diventata la rappresentazione dei suoi incubi.

Aveva 20 anni più di lei, questa donna rinchiusa nella sua follia, nel suo delirio. Aveva 17anni questa ragazza quando la sua “salvatrice” diventava il fantasma del padre. Le ha imposto atti sessuali con lei, atti di sottomissioni, la ricattava, la convinceva che nella sua vita doveva abbassare la testa. Lei non aveva vita, lei era morta e doveva solo riuscire ancora a respirare. Chiudere gli occhi e trattenere le lacrime. Non parlare, e non ribellarsi.

Eva, aveva 17 anni quando le imponeva ménage a trois con il marito e l’amante. Quando cercava di ribellarsi, quando cercava di non sentire più l’odore di sperma sul suo giovane viso, le facevano assumere droga. Per soddisfare le proprie voglie, per farle subire quello che forse anche loro avevano subito. Per uccidere senza essere visti. Ma quella ragazza nata sotto una stella sbagliata, ha trovato la forza di denunciare, con l’aiuto di un’altra donna che l’ha capita e ha creduto in lei. Leggendo nei suoi occhi ormai spenti, la voglia di risalire, nonostante la profondità di quell’ombra la volesse calare nelle cave oscure di una vita mai nata.

Eva aveva 17 anni ed era il 2002. Ma nonostante la denuncia, il suo dramma sembrava non placarsi. Perché ci sono i tempi della giustizia, e i tempi della giustizia non guardano un corpo martoriato, inclinato, torturato, maltrattato e seviziato. No, non guardano il patibolo di una ragazza. Un patibolo passato e mai finito, negli anni in cui le porte del futuro e della speranza sono aperte per dar spazio a quei sogni che sono intrisi di desideri e di aspettative.

Passano 5 anni prima che il caso finisca davanti al giudice per l’udienza preliminare.

Eva, aveva 22 anni quando per l’unica volta avrà una soddisfazione. “L’educatrice”, il marito e l’amante vengono condannati in primo grado. Eva, aveva 22 anni quando credeva che la sua vita potesse ricominciare a riprendersi dopo la dannazione. Ma c’è l’appello, e passano 14anni.

E arriviamo al 2017.

I reati ormai sono prescritti, ma rimangono i reati di gruppo. Gli imputati sono rimasti due. Il marito dell’educatrice si è ucciso, e gli altri fanno ricorso alla Cassazione. I tempi sono brevi. Ormai quella ragazza, ha 32 anni e sa che le rimangono solo tre mesi per sentir dire:” Colpevoli”. Colpevoli di omicidio, assassinio, violenza sessuale, crimine contro l’umanità. Tre mesi per poter riacciuffare anche un solo momento della propria vita.

Eva ha 32 anni quando le viene detto, che il ricorso è fondato. Ha 32 anni quando si sente dire dalla Giustizia italiana che non ha subito nulla, che la sua vita doveva andare così, che se l’è cercata, che non l’hanno abusata. Questa è la giustizia che usa la prescrizione non sapendo di stuprare un’altra volta l’anima di una donna. La giustizia italiana non è per tutti. Sicuramente non per le donne.

Ha 32 anni oramai Eva, ma per lei passata di carnefice in carnefice, la vergogna, l’umiliazione, la disistima, la sfiducia, il dolore, non andranno mai in prescrizione.

Ha 32anni Eva, mai nata ma ogni giorno morta.