LUCA MANFREDI: “MIO PADRE SATURNINO MANFREDI, IN ARTE NINO”

DI MARIA ANTONIETTA NOCITRA
Lunedì 25 settembre 2017, in prima serata su Rai 1, andrà in onda un tributo ad un indimenticabile artista  italiano: Nino Manfredi.
Il figlio Luca, regista della fiction, si cimenta con il lavoro, probabilmente, più difficile, soprattutto dal punto di vista emotivo, della sua carriera: raccontare un grande attore, raccontare il proprio padre.
“In arte Nino” narra la storia di Nino Manfredi nei vent’anni che precedono il suo grande successo. Interprete principale è Elio Germano che, grazie al suo talento e alla sua capacità di immedesimazione, riesce a far rivivere in maniera magistrale, quasi miracolosa, le movenze e la cadenza lessicale di Manfredi.
Insieme a lui un cast eccezionale: Miriam Leone, Leo Gullotta,  Anna Ferruzzo, Stefano Fresi,  Giorgio Tirabassi, Duccio Camerini, Massimo Wertmuller, Paola Minaccioni.
Un’occasione per far conoscere agli spettatori, giovani e meno giovani, più da vicino un uomo amatissimo dal pubblico e per ricordare uno di quegli attori che hanno reso grande il cinema italiano nel mondo.

In foto Nino Manfredi ed Elio Germano, copertina del copione di “In Arte Nino”

Luca sei un apprezzato regista di fiction ma adesso ti misuri con qualcosa di affettivamente importante. “In arte Nino” è un omaggio a questo immenso papà. Ci sono tanti figli di grandi attori che hanno lavorato e lavorano nello stesso campo dei genitori ma nessuno, finora, aveva avuto il tuo coraggio. Come è cresciuta in te la voglia di raccontare tuo padre Nino Manfredi?
 E’ stato un azzardo. Lo Riconosco. Un’opera non facile sia dal punto di vista emotivo che pratico. Anche perché sapevo dentro di me che sarebbe stata un’impresa difficile trovare l’interprete principale. Ci fu una prima volta, tanti anni fa, che fui sollecitato da un produttore a cimentarmi con una possibile sceneggiatura sulla vita di mio padre. Dissi no. Non avrei saputo in quel momento come affrontare questo lavoro. Poi, un paio di anni dopo, un altro produttore mi ripropone la stessa cosa. Questa volta però ci pensai su. Bisognava trovare una chiave di racconto.
Una mattina, sotto la doccia, mi viene un’illuminazione: raccontare Nino Manfredi negli anni che precedevano il suo successo. La parte di mio padre che il pubblico non conosce. Iniziai a stendere il soggetto. Un arco di tempo di 20 anni, dal ’39 al ’59, da quando, appena arrivato dalla Ciociaria a Roma si era ammalato di tubercolosi ed era finito al sanatorio Fornarini di Roma. Mio padre rimase confinato in quella struttura per ben tre anni e mezzo. Fu un’esperienza estremamente traumatica che lo segnò per tutta la vita. Quella scampata morte lo portò poi, dopo tanti anni, a fare il film “Per grazia ricevuta”. Infatti durante il ricovero lo portavano a Messa ma mio padre non era credente. E rifiutava la Comunione. Eppure di tutta quella camerata di malati fu l’unico a sopravvivere alla malattia. Proprio lui che non credeva in Dio. La ricerca di Dio lo accompagnò per il resto dei suoi giorni.
Dopo quell’esperienza terribile come giunse a intraprendere il mestiere di attore?
La sua carriera decollò quando fu preso a Canzonissima. In uno sketch con Panelli e la Scala interpretava un barista burino di Ceccano che dispensava pillole di saggezza contadina. Quel ruolo gli diede un successo clamoroso. E soprattutto gli aprì le porte della cosa che amava di più: il cinema. Però i suoi inizi nel mondo della recitazione non furono dei più semplici. Mio nonno, maresciallo della Polizia, era un uomo all’antica ed aveva progetti diversi su di lui. Lo fece scrivere alla facoltà di giurisprudenza. Voleva diventasse avvocato. Mio padre lo accontentò, si mise a studiare e si laureò. Ma in contemporanea ai suoi studi in legge si era iscritto anche all’Accademia d’Arte Drammatica insieme a Buazzelli, Panelli, la Falck. Mio nonno lo scoprì facendolo pedinare. Della famiglia mio padre era una sorta di mina vagante. Suo fratello Dante, che si è poi laureato in medicina, è divenuto presto primario. In verità mio nonno si opponeva a quella carriera per proteggerlo.
Quando mio padre si laureò entrò nell’ufficio di Polizia di mio nonno con l’attestato di laurea dicendo: “e adesso questo l’attacchi al muro, perché ora faccio l’attore”.
Ma gli inizi non combaciarono esattamente con il suo sogno di fare cinema. I primi anni, infatti, tirò avanti facendo prosa, rivista e molto doppiaggio. Doppiò anche Mastroianni in un film di Emmer. Il cinema, a cui lui tanto agognava, i primi tempi lo scartò. Ai provini gli dicevano che aveva una faccia normale, da perdente. Poi un giorno, con Gianni Bonagura, suo ex compagno d’accademia, formarono una coppia comica e si misero a fare degli sketch alla radio e alla tv. Durante il programma Rai del ‘56  “La Piazzetta” recitarono una scenetta che aveva come tema la riforma delle Ferrovie dello Stato che aveva abolito la III classe. Attraverso un divertente gioco di parole tra controllore e passeggero conquistarono il pubblico.
In verità Nino Manfredi non aveva inizialmente il fuoco sacro della recitazione. Il suo talento fu una scoperta casuale. Mio padre è divenuto un grande artista grazie alla sua meticolosità e pignoleria nello studio dei personaggi che doveva interpretare.
Credo di poter dire che sia stato il più “americano” degli attori della sua generazione. Il tipico attore che ti fa dimenticare la sua personalità quando si trasforma nel personaggio che interpreta. Lui non recitava, lui era. Era il portantino di “C’eravamo tanto amati”, il cameriere di “Pane e cioccolata”. Giuliano Montaldo per la sua precisione lo chiamava “l’orologiaio”.
Chi ha potuto assistere alla fiction in anteprima ma anche gli spettatori che anno visto alcuni frame nella pubblicità di “In arte Nino” è rimasto colpito dalla immedesimazione perfetta di Elio Germano nel ruolo di Nino Manfredi. La sua gestualità, la sua mimica, le sue espressioni. Come sei arrivato alla sua scelta nel ruolo di tuo padre?
Erano anni che lo seguivo. Elio è un camaleonte, proprio come mio padre. Entra nella pelle del personaggio.  Quando decisi finalmente di affrontare questa avventura lo scelsi appositamente.
 Gli inviai il soggetto. A lui piacque tanto. Quando ci incontrammo la prima volta gli dissi:” ho riconosciuto in te cose che mi richiamano mio padre. Ti sei mai ispirato a Nino Manfredi?”. La sua risposta fu sorprendente: “Nino Manfredi è stato il faro della mia carriera. Il mio punto di riferimento. Devo tutto a lui. E in segno di riconoscenza ed affetto nei suoi confronti fammi partecipare alla scrittura della sceneggiatura.” E così è stato. Ricordo che durante un giorno di lavoro con l’altro sceneggiatore Elio andò in bagno. Al ritorno si trovava in controluce e, per divertimento, venendo verso di noi si mise ad imitare la camminata di mio padre. Mi venne un brivido. Era Nino!
Quali sono, secondo te, i punti di forza di questa fiction che, per qualità e cura, sarebbe stata adatta anche ad una visione cinematografica?
La bravura di Elio senza dubbio. Pignolo come mio padre fino all’estremo. Così esigente che per imparare a parlare con la cadenza burina di Nino Manfredi durante la degenza al sanatorio non ha esitato ad intervistare gli anziani di 90 anni del paese di origine di mio padre per imparare il ciociaro di allora. E poi la presenza nel cast di attori straordinari che in un modo o nell’altro hanno fatto parte della vita di mio padre. Tra questi Leo Gullotta, suo amico, che fa un vecchio professore siciliano, malato anch’esso di tubercolosi, che insegnava agli altri malati e che becca Nino Manfredi ad imitarlo. Ma anche Giorgio Tirabassi, che fece la sua prima serie televisiva proprio con me e mio padre. Ma anche Stefano Fresi, Anna Ferruzzo, Miriam Leone e tanti altri bravissimi.
Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate durante la realizzazione di “In arte Nino”?
 Purtroppo il budget e il poco tempo per girare non hanno giocato a nostro favore. Ma per fortuna siamo riusciti a curare tutto. Anche gli ambienti sono bellissimi.
“In arte Nino” racconta gli esordi di Nino Manfredi. C’è un episodio chiave di quel periodo che viene narrato nella fiction?
 Quando Nino Manfredi fu dimesso dal sanatorio il primario disse che avrebbe dovuto fare una vita riguardata. Comunque era sempre in pericolo di vita. Non doveva prendere freddo, non doveva fare sport, non doveva sudare, non doveva fumare, doveva mangiare bene. E, soprattutto, non doveva andare a donne.
Invece lui un giorno andò in una casa chiusa con un amico. Guarda caso proprio quel giorno mio nonno andò lì per dei controlli. Si trovò dinnanzi mio padre seduto nel salottino di attesa che fumava beatamente una sigaretta. Quando lo vide Nino disse.” voglio morire da vivo, non da morto”. Mio nonno gli diede un ceffone.
Mio padre tornò in quel bordello. Si era infatuato di una prostituta giovane, Iolanda. Era diversa dalle altre. Timida e dolce. Fecero l’amore sotto il bombardamento di S. Lorenzo.
La fiction è un tributo ad un grande attore ma anche una bellissima storia d’amore. Tua madre Erminia è interpretata da Miriam Leone. Che impressione ha avuto tua madre nel rivedersi?
 Miriam è molto brava. E poi somiglia molto a mia madre. Stessi colori, è stata anche lei una miss e in più proviene da Acireale, che è un paese molto vicino al luogo d’origine di mia mamma, Taormina. La moglie di Gianni Bonagura era la direttrice della sartoria dove lavorava mia madre. Fu lui a presentarla a papà. Lei veniva fuori da una delusione amorosa e non voleva saperne di un attore. Mio padre non era molto serio nelle relazioni sentimentali fino ad allora. Bonagura gli disse: “ ti presentiamo una che ti mette la testa a posto”.
Mia madre si è molto emozionata e commossa nel vedersi. E lo è stata ancor più nel vedere Elio Germano interpretare mio padre. Aveva già conosciuto Elio di persona e ne aveva una grande stima professionale.
Cosa apprezzeranno gli spettatori di Nino Manfredi conoscendolo attraverso la sua storia privata e umana?
 Il racconto di un ragazzo che si è fatto da sé. Che ce l’ha fatta. Un figlio di una famiglia umile che con la caparbietà ha raggiunto il suo sogno. La gente si riconoscerà in questo. La sua vita l’ha vissuta ostinatamente e ironicamente, nonostante lo spettro della morte fosse sempre presente. “Io la morte l’ho fregata.” diceva.
E poi sono contento che in questo lavoro vengano fuori le corde ironiche di Elio Germano, che dimostra di essere un talento anche nella commedia e non solo in ruoli drammatici. Dote, l’ironia, che era caratteristica di mio padre.
Immagina che tuo padre, Nino Manfredi, guardi la tua fiction “In arte Nino”. Cosa dirà tra sé e sé e cosa gli hai voluto dire tu con questo lavoro?
Dirà “bravo Elio!” Perché Elio Germano gli ha fatto un grande omaggio affettuoso. Per ciò che riguarda me ritengo di aver chiuso il cerchio con mio papà. La mia fiction rappresenta un grande abbraccio per lui. Un modo per dirgli con affetto che gli voglio bene e che lo ringrazio per tutto quello che mi ha insegnato.