24 SETTEMBRE 1943, VIESTE E ASCOLI SATRIANO INSORGEVANO E CACCIAVANO I TEDESCHI

DI RAFFAELE VESCERA

Quando il 24 settembre 1943, a Vieste, arrivò una barca di soldati profughi, i pescatori corsero loro incontro aiutandoli a sbarcare, nel mare non ci sono confini e neanche forestieri. La pattuglia di soldati malandati entrò nelle porte aperte dalle donne di casa, e chi dava loro una minestra di fave e chi un bicchiere di vino e chi un abito del marito morto o forse no in guerra. <<Veniamo dalla costa croata, non possiamo restare in paese>> dissero i fuggiaschi, <<abbiamo rifiutato di consegnare le armi ai tedeschi e siamo scappati in tempo di notte, se ci prendono ci fucilano, dobbiamo andare nella terra liberata, raggiungere il comando alleato a Bari, con noi ci sono soldati inglesi evasi da un campo di prigionia tedesco, hanno informazioni importanti da dare sui movimenti delle truppe tedesche nei Balcani.>>                                                                      <<Ora è tempo di mangiare e riposarvi per la notte, vi faremo portare a Bari domani all’alba, e prima che il sole monti a mezzogiorno, sarete al comando alleato.>> Disse loro Antonio Gioffreda che, insieme ad Ernesto De Vincienti, aveva assunto la direzione dell’operazione di salvataggio dei fuggitivi.

Il paese sapeva, il podestà Mafrolla taceva, il maestro Iannoli pure. Procurate barche e marinai per i fuggitivi, li portarono al porto, imbarcandoli, quelli si sentivano salvi, e salutarono i viestani, lacrime agli occhi. Ancor di più piansero subito dopo, quando, informati da chissà chi forse lo spione ‘nsaricotte, arrivarono velivoli tedeschi che mitragliarono le barche. Accorsero altre barche di pescatori, senza curarsi della mitraglia, per recuperare i cinque morti, due soldati italiani, due marinai paesani, e un prete, Padre Giulio, dei Cappuccini di Molfetta, mentre i soldati sopravvissuti si rifugiavano nuovamente in paese. I tedeschi setacciavano strade e vicoli per catturarli, senza nulla trovare, chiedevano ai paesani dove fossero fuggiti, quelli li fuorviarono mandandoli sulla strada per la foresta, dicendo che là erano scappati, ma le spie fasciste consigliavano loro di aspettare in paese che lì li avrebbero ritrovati. I tedeschi, dopo aver rastrellato case, forni e botteghe, razziando quanto gli serviva per abbuffarsi, s’appostarono sotto la caserma dei carabinieri “sopra la rena” in piazza, sotto la cattedrale e verso il “fosso” chiudendo il paese in una rete da cui nessuno poteva fuggire. Non avevano fatto i conti con l’orgoglio e la rabbia dei viestani.

“Fore i lupe” gridavano i paesani, correndo per le strade del paese in un corteo che s’ingrossava, “fore i lupe”, jucchulévene ‘ncazzete, cumpà e ‘uagnune, mascule e fèmmene, gli stessi che ottant’anni prima avevano cacciato dal paese i piemontesi, e quelle donne che quattro secoli prima, con pentole e randelli, avevano cacciato i turchi del pirata Dragut, che tagliavano la testa sulla chianca amara, ai maschi del paese. La folla di agnelli inferociti che urlando sfidavano i lupi circondò la camionetta dei tedeschi in sosta davanti alla caserma dei carabinieri, i nazisti spararono per disperderla, prima in aria, poi in basso, colpendo alla schiena e ammazzando il carabiniere Valeri, uscito dalla caserma, mentre il suo giovane commilitone Alò, che assisteva alla scena dal balcone, credendo sotto attacco la caserma, non ci pensò due volte a prendere una bomba a mano e a tirarla sulla camionetta tedesca, uccidendo un soldato della Wermacht. Quelli fuggirono, abbandonarono il paese, ma sarebbero tornati in forze per vendicarsi.

Durante i funerali in piazza dei sei morti ammazzati, fu avvistata una processione interminabile di camionette e carri armati che si dirigeva verso il paese, mentre l’assordante rombo degli aerei tuonava minaccioso in cielo. La folla funebre si disperse insieme ai preti, lasciando le bare a terra, prese di mira dagli aerei che spararono con le mitraglie sui morti, in mancanza dei ricercati vivi, dei soldati fuggiaschi imbarcati per Bari, di chi aveva tirato la bomba sulla camionetta, e dei capi della rivolta paesana, Antonio Gioffreda ed Ernesto De Vincienti, nascosti chissà dove.

E mentre i paesani scappavano dal paese per scampare al massacro annunciato, l’ufficiale tedesco ordinò ai viestani di arrendersi, comandando che tutte le case esponessero le lenzuola bianche a finestre e balconi in segno di resa, pena il saccheggio. Seppero dalle spie dei rifugiati nel villino di Ferdinando Nardella, che intanto avevano mandato una domestica in paese ad esporre le bianche lenzuola per evitare il saccheggio delle proprie case. Circondarono la vigna coi carri armati, perquisirono la villa da cima a fondo, trovandovi solo donne e bambini, perché gli uomini s’erano occultati in una grotta segreta nelle vicinanze. I lupi se ne andarono scornati, meditando vendette diverse. Se entro un’ora il responsabile della morte del soldato tedesco non si fosse presentato, sarebbero stati messi al muro e fucilati dieci giovani viestani presi a caso. Ma il carabiniere Alò, fuggito lontano, non poteva presentarsi per salvare i dieci paesani dal massacro. Il loro destino si compiva. I dieci giovani, diciottenni e anche meno, furono portati in piazza e messi in ginocchio pronti al macello. Sopraggiunse il podestà Carlo Mafrolla che, parlando in francese al comandante, un ufficiale austriaco, lo scongiurava di rinunciare all’inutile massacro: <<Datemi una sola ragione, capitano, per fucilare dieci giovani innocenti che nulla c’entrano con quanto accaduto.>>                                                                                                                E quello: <<La ragione la conoscete, uno dei vostri ha ucciso un nostro soldato e la regola stabilisce che se il colpevole non si presenta, ne dobbiamo fucilare dieci per rappresaglia.>>                                                    <<Conosco la vostra regola, capitano, e non la discuto, ma in questo caso voglio farvi presente che un vostro soldato ha ucciso un carabiniere innocente sparandogli alle spalle. Dopodiché un suo collega, pensando di essere sotto attacco, si è difeso.>>                                                                         <<Podestà, i miei uomini dicono che il primo a cominciare è stato il carabiniere, e poi i soldati della Wermacht non sparano alla schiena.>>                                                                                                                 <<E invece, capitano, è quanto è accaduto, la prova la potete verificare qui a pochi passi, nell’obitorio dell’ospedaletto, seguitemi e vi mostrerò il corpo del carabiniere.>>                                                                                          <<Non abbiamo tempo da perdere, per favore, dobbiamo fare il nostro dovere.>> Rispose l’ufficiale mentre i dieci condannati che non capivano quanto si dicevano i due s’interrogavano piangendo sul proprio destino. All’insistenza di Mafrolla, quello infine convinto, disse: <<D’accord monsieur, andiamo a vedere questo cadavere.>>

La bara del carabiniere, riportata con le altre all’obitorio in seguito al mancato funerale, fu aperta, il corpo giaceva supino intatto, senza ferite visibili. Il podestà pregò i becchini di girarlo bocconi, apparve la schiena crivellata di fori d’arma da fuoco. <<Ecco la prova, comandante>> esclamò Mafrolla.                                                                                                   <<Ebbene sì, ma questo non significa niente.>>                                                                                                                      <<Invece significa molto, riflettete. Questa guerra è ormai persa, per noi e per voi, perché esporsi alle future vendette dei vincitori? E poi, se fucilerete quei dieci innocenti, difficilmente lascerete vivi il Gargano, i paesani sono orgogliosi briganti e non ve lo perdonerebbero. Per tutto il percorso del ritorno, tra boschi, macchie, grotte e anfratti, vi bersaglierebbero con le loro bombe, vi assicuro che ne hanno molte, le usano per la pesca. Senza tener conto che gli alleati sono sbarcati oggi a Termoli e Manfredonia, avanzano verso Foggia, vi stringerebbero in una morsa, da nord a sud, vi conviene andare via il prima possibile. Il mio consiglio è lasciar perdere, c’è un valido motivo per farlo. C’è stato un incidente involontario che ha causato un morto per parte, siamo pari, senza contare i cinque morti a mare. A Trani un vostro collega ha risparmiato ben cinquanta uomini innocenti come questi, già condannati a morte, siate saggio come lui. Vi garantisco che avrete via libera.>>

Il tedesco, anzi l’austriaco, non era un fanatico nazista, comprese di essere seduto su un nido di vespe, non avrebbe avuto scampo se avesse comandato la carneficina, lasciò cadere il braccio pronto a dare l’ordine di sparare e fece segno ai suoi di sgomberare: <<Bien monsieur, il vostro consiglio mi sembra saggio, io ho combattuto nell’Africa Korp di Rommel, e questa è un croce di ferro che ne fa fede>> parlò, estraendo l’onorificenza dalla sahariana, <<se questa è una guerra ormai persa, a che serve fare altri morti?>> Disse al meravigliato Mafrolla, che mai aveva sperato di convincerlo a desistere.                                                        <<Mi congratulo con voi capitano, non avevo dubbi che avrebbe vinto il buon senso. Ufficializziamo questo accordo con un bel pranzo, tutti insieme nella casa comunale, e poi partirete tranquilli.>>                              E quello: <<Ce ne andiamo ora, senza aspettare un pranzo che potrebbe costarci caro.>>                                                                                                                            E mentre il capitano ordinava al plotone di esecuzione di liberare i prigionieri, Santino Frittata saltava per abbracciare gli altri nove ragazzi che increduli esultavano, stringendosi tra loro, per poi abbracciare i sacerdoti e chiunque capitasse a portata di braccio. Mandati via i soldati, il capitano disse al podestà: <<Una sola cosa, intanto che la truppa prepara la partenza, accompagnatemi velocemente dal barbiere, non voglio andarmene con questa barba di tre giorni.>>

Non ebbero grazia il giorno dopo, a Cerignola, città del bracciante sindacalista e capo comunista in esilio Giuseppe Di Vittorio, dieci soldati italiani disarmati e due sergenti inglesi evasi dai campi di prigionia. Prossimi a una masseria furono catturati dai tedeschi che, legate loro le mani dietro la schiena, li trucidarono, trascinandoli poi con delle funi dentro un fosso, i morti e quelli forse ancora vivi uno sull’altro. Furono ritrovati dopo due giorni da un contadino allarmato dal fetore dei cadaveri.

Intanto, nella vicina Ascoli Satriano, laddove Pirro perse pur vincendo la sua battaglia, accadeva altro. Un battaglione tedesco occupava il paese e gli invasori affamati saccheggiavano le case in cerca di cibo e di beni. Gli ascolani andarono in susta, avevano fucili e pistole e, urlando jatevenne, jatevenne, sparavano contro gli occupanti che rispondevano con le mitragliatrici. I paesani morivano a decine, ma anche i tedeschi, sui quali i fratelli Carlucci lanciavano bombe a mano dalle finestre. Infine, i nazisti sopraffatti lasciarono il paese, attestandosi in campagna e, puntando le artiglierie contro l’abitato, sparavano granate che uccidevano ancora, anche molti bambini. L’offerta del vescovo, andato a parlamentare per patteggiare la loro partenza in cambio di rifornimento di cibo, e l’avvicinarsi delle truppe americane, armate di potenti lanciafiamme, convinse i tedeschi ad andarsene.