CLOCHARD PER SCELTA O PER FORZA. CHI CERCA SE STESSO, CHI LO HA PERSO

DI ANNA LISA MINUTILLO

Una famiglia che la cercava da sei mesi , mesi in cui di lei non ha saputo più nulla perché Ariane, 51 anni, inglese di origine iraniana, era letteralmente scomparsa. Poi la svolta: Ariane che nella vita ricopriva il ruolo di manager di un’azienda cinematografica, ha scelto di vivere da clochard a Milano, città che ha rappresentato l’ultima della tappa del suo viaggio. A ritovarla è stato un investigatore privato, inviato dalla sorella, che ha scandagliato il mondo dei senzatetto. Dalle prime visite a cui Ariane è stata sottoposta sono stati esclusi black out mentali o episodi di violenza.
Ariane è una donna colta che parla correttamente diverse lingue e ama viaggiare : Ha abituato la famiglia a periodi più o meno prolungati di assenza. Dallo scorso marzo però il suo cellulare non ha più dato segnali e non sono stati effettuati movimenti sul suo ricco conto bancario. Questo ha messo in forte agitazione la sua famiglia che si è affidata prima alla polizia inglese e poi a un investigatore privato. Queste le parole di Ariane rivolte a sua sorella giunta in Italia in tutta fretta non appena le è stato reso noto il ritrovamento della sorella scomparsa: “Ho scelto io di vivere in strada”
Ma questo non è l’unico episodio che riguarda una scelta simile, anche la storia di Alessandro Marcolin che risale a qualche anno fa racconta qualcosa di simile
Alessandro Marcolin, ha una laurea in economia e commercio e una vita all’incontrario: dalle stelle alle stalle. Da broker assicurativo fino al 2001, a senza tetto per il bisogno di ritrovarsi. Un professionista da 800 milioni del vecchio conio all’anno, a persona totalmente senza denaro , ma con il cellulare. Un clochard atipico, che dalla stazione di Lambrate ( Milano) è diventato un punto di riferimento per gli altri clochard , un uomo che tiene ancora molto alla sua igiene personale ed a mantenere la dignità ed il rispetto per la propria persona.
Mangia alla mensa dei poveri , si lava nei bagni della stazione. Veste scarpe Tod’s e cappotti Loro Piana, scelti con cura nel guardaroba della Caritas. Racconta della sua svolta spiegando serenamente di essersi sentito ad un certo punto della sua vita e della sua carriera lavorativa come un contenitore vuoto, in corsa per il successo, ma senza valori.
Sostiene con candore che la situazione politico-economica del nostro paese è responsabile di portarci via tutto , anche la vita, ma è certo che gli italiani possiedono il grande dono di sapersi arrangiare , perché siamo un popolo fantasioso, con molta intuizione e cultura.
Due esperienze, due scelte che arrivano così, all’improvviso mostrando quanto il tenore di una vita agiata non sia sufficiente e possa nascondere quella enorme sensazione di incompiutezza ed insoddisfazione a cui con scelte radicali e forse poco condivisibili , si cerca in qualche modo di ovviare.
Una vita che inizia a stare stretta, come gli abiti che non ci stanno più, una vita che dà molto ma che molto anche toglie, avvolgendoci in ritmi frenetici che ci fanno perdere di vista prima di tutto noi stessi .
Una favola che continuando su questo tipo di percorso non avrebbe avuto il finale che gli interpreti si aspettavano.
Cosa scatta nel silenzio delle pieghe della vita di queste persone? Cosa scaturisce da questo bisogno di nascondersi?
Per cercare di dare una risposta che si avvicini alla realtà dobbiamo fare un passo indietro fino a ricordare come ci comportavamo da bambini quando non volevamo ascoltare una risposta. Ricordate il gioco di coprire con le mani le orecchie, a volte chiudendo anche gli occhi, seguito da : “bla bla bla” a getto continuo. Si innalza in questo modo un muro di parole tra sé e il mondo che ci circondava, una fortezza inespugnabile che è stata collaudata da generazioni prima di noi. Fino a quando facevamo così niente ci poteva raggiungere e nulla poteva scalfirci. Ingenuamente, ci proteggevamo gli occhi e le orecchie, pensando che il mondo sarebbe potuto entrare anche da lì.
Poi crescendo ci siamo resi conto che se ne può fare anche a meno, e che quella specie di gioco è una strategia usata più o meno da tutti. Bastava non smettere mai di parlare, per non ascoltare. Non era necessario tapparsi le orecchie. Si può saltare fuori dalla trincea , l’ importante è continuare a dire, dichiarare, chiacchierare, twittare, chattare, affermare, scherzare, sminuire, ingigantire, commentare.
Eppure quando capita di restare lì impalati senza munizioni verbali, ci si accorge che succede una cosa soltanto: il mondo comincia la controffensiva, e così facendo ci si spalanca davanti. E se i primi attimi di silenzio possono portare smarrimento – il terrore di sparire – quello che poi ne consegue è una specie di sollievo insperato.
Sottrarsi al ronzio della propria logorrea assicura un angolo dove trovare ristoro e mette in una condizione privilegiata per iniziare a osservare. Scomparire – sottrarsi alla compulsività delle parole – rende in qualche modo disponibili.
È solo grazie alla concavità scavata dalla propria scomparsa che il mondo trova il suo spazio per mostrarsi. Il contrario è il tempo che viviamo: il mondo crivellato di discorsi, milioni di persone che vengono avvolte da un’indigestione di parole. Non a caso questo è un tempo in si cercano radure, offerte spesso da pacchetti convenienti, nuovo business e cura dello spirito, con nuovi guru che somministrano la terapia del silenzio e lo yoga metropolitano, la settimana di meditazione in mezzo ai boschi, il trekking con gli sherpa in alta quota, l’orto da coltivare nei fine settimana.
Imparare a rendersi impercettibili e godere dello scomparire procura il conforto di ascoltare qualcuno, il piacere di imparare invece che di voler sempre insegnare tutto a tutti. È fonte persino di una specie di sollievo, è il recupero di uno stile, è una radura di silenzio dentro l’affollato parolaio che ci circonda ma che non ci vede.
COME VENGONO VISTI I CLOCHARD?
Troppi hanno ancora delle persone senza fissa dimora, l’immagine di persone che hanno scelto una vita libera lontana dagli schemi che la società ci impone, o di fannulloni che non hanno voglia di fare nulla e si accontentano di vivere alla giornata.
Le persone senza dimora sono coloro che hanno perduto nel corso del tempo i legami sociali significativi, che si trovano in precarie condizioni materiali di esistenza e che hanno abbandonato l’uso prevalente dell’abitazione.
Rotture biografiche più o meno grandi hanno contraddistinto l’esistenza di queste persone: dalla morte di un figlio alla separazione coniugale, dal vizio del gioco a quello dell’alcool e della droga, da problemi con la giustizia alla perdita del lavoro.
La perdita di una rete di sostegno familiare e sociale può condurre un soggetto svantaggiato a diventare una persona senza fissa dimora. Le persone che arrivano a diventare dei “senza dimora” sono spesso persone con fragilità psichiche, anziani abbandonati, giovani disadattati, depressi alcolisti, immigrati con difficoltà.
Come si genera e come si perpetua la realtà di chi si trova ad essere gravemente emarginato, senza reddito né casa, sempre più “barbone” e sempre meno cittadino? Il barbone è un campione di libero individualismo o una vittima rassegnata in attesa di aiuto?”.
Rimanere senza casa non significa soltanto non avere un tetto sotto il quale ripararsi. Significa soprattutto, essere privati della propria “dimora” che è molto di più dell’abitare: è quello spazio di relazioni, di rapporti interpersonali che consentono alla persona di “vivere” un territorio, di sentirsene parte integrante e vitale; è lo spazio “antropologico” dove la persona, la famiglia o il gruppo vivono le loro relazioni, la loro storia e si sentono parte di quel luogo. Essere senza casa significa, per molte persone, non essere più neppure “dimora a se stessi”, perdendo così la propria identità.
PERCHE’ SI DIVENTA HOMELESS?
Nonostante sia opinione comune che i senza tetto abbiano scelto questa vita, la realtà che emerge dai dati, è totalmente diversa, poiché oltre il 95% di questi individui si è trovato costretto a scegliere la strada, a causa di gravissime situazioni sociali, nella maggior parte dei casi, legate alla condizione di povertà.
Ecco di seguito quanto emerge : il 45% dei senza tetto si è trovato a dover rinunciare alla casa e a scegliere la strada come propria dimora a causa della perdita del lavoro e del conseguente disgregamento dal sociale, il 28% si è trovato “homeless” in ragione di una fortissima dipendenza da alcool (19%) o di droghe e di altre sostanze stupefacenti (12%), il 18% invece, si è trovato a fare il clochard, a causa d’investimenti sbagliati, o di truffe economiche, alcuni con gravi episodi di usura (il 13%); il 6% è composto da individui con malattia mentale o affetti da handicap fisici o menomazione ed, infine, il 3% ha scelto deliberatamente di vivere senza una casa per la sua voglia di evasione.
Storie di emarginazione, solitudine e disperazione di cui la miseria, sia economica che spirituale, è la protagonista. Si tratta di persone che sono arrivate alla paura dell’estraneo, all’isolamento totale da ciò che li circonda. Si sono adattati a vivere senza soldi, senza comfort, senza niente, rovistando nella spazzatura, nella speranza di trovare coperte, materassi e vestiti che permettano loro di alleviare le rigide temperature invernali. Molti di loro sono malati, affetti da bronchiti croniche, polmoniti o da varie forme di epatite e salmonellosi. C’è una grande mortalità tra questi individui e, nell’ombra, avvolti nell’indifferenza più totale, scompaiono nel nulla.
DA UNA VITA NORMALE A CLOCHARD DENTRO I TRENI
Prima di tutto bisogna trovare un vagone aperto. Cosa non facile, perché i treni che sostano sui binari per la notte di solito vengono chiusi dall’interno. E poi c’è la Polizia ferroviaria, che è sempre in agguato. Una volta entrati nello scompartimento, si sistemano alle bene e meglio sui sedili, coprendosi con una coperta. A quel punto possono finalmente chiudere gli occhi. Solo qualche ora di sonno, però, perché alle cinque arrivano i macchinisti e bisogna lasciare il giaciglio che seppur non essendo il massimo li ripara nelle notti fredde e buie.
Quando il freddo morde trovare un giaciglio caldo diventa una questione di vita o di morte così anche una carrozza ferma sui binari si può trasformare in un dormitorio. Tra coloro che pernottano tra i vagoni, ci sono molti sbandati e tossici. Ma anche persone diventate clochard perché senza alternativa.
Questi ultimi sono quasi tutti italiani e provengono da altre città: Verona, Milano, Bologna, Foggia. L’età varia dai 30 ai 50 anni, ma ci sono anche persone più anziane. Tutti hanno alle spalle una vita difficile e tutti si sono ritrovati in mezzo a una strada dopo aver perso il lavoro a causa della crisi economica. Di giorno si arrangiano come possono, tra lavoretti saltuari e gli aiuti degli istituti di carità.
Ci sono i dormitori della Caritas ma i senzatetto in città sono tanti e i posti spesso non bastano.
Dormire in stazione non è una scelta, è che non ci sono altre possibilità. Inoltre senza avere la residenza diventa complicato mettersi alla ricerca di un lavoro o fare richiesta per gli alloggi popolari.
DI questa situazione chi devono “ringraziare”?  Forse l’avvento dell’euro oppure chi ha governato l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Possono avere ancora una speranza per vedere migliorare il loro futuro queste persone?
L’ITALIA E’ UNA NAVE COMANDATA , non si sa bene ancora da chi , ma è anche una nave che va raddrizzata per non correre il rischio di farla affondare. Chi governa questa nave avrebbe l’obbligo di non distrarsi cadendo nella trappola del cinismo e dell’avidità perché questo ha portato solo a diseconomie di percorso . Intanto i clochard, non per scelta si vedono privati di tutto , anche dell’ideologia in cui credevano.
Sono loro che spesso quando incrociano qualcuno per strada vedono la persona che li incrocia scendere dal marciapiede per evitare anche di esserne solo sfiorati. Vittime della miseria, quella che non si può nascondere ma che ha un “odore” particolare che nessun deodorante può camuffare. Per molti di loro la parola amicizia è quella parola in grado di scaldare il cuore
Qualcuno ha la fortuna di restare comunque in contatto con amici d’infanzia che aiutano come possono fornendo cibo, indumenti oppure ospitandoli per qualche notte nelle loro case , assicurando almeno un piatto ed una doccia caldi.
PERDERE IL LAVORO A 50 ANNI E DIVENTARE CLOCHARD
Molti volontari offrono assistenza agli indigenti, ai clochard e a chi si è trovato di punto in bianco in mezzo alla strada. Persone che fino a poco tempo fa lavoravano e all’improvviso le aziende hanno deciso di licenziare non si sa bene per quale motivo. Alcune di queste persone sono separate ed hanno figli, oltre al posto di lavoro perdono anche le famiglie che si erano creati poiché questo inevitabilmente diventa motivo di discussioni, di frustrazione che contengono il senso di fallimento personale a cui senza nessuna preparazione si viene esposti. Ci sono ex mogli che decidono dopo la perdita del lavoro del marito di far vedere loro i figli. Persone consapevoli dell’ impossibilità in Italia di trovare un impiego stabile a 50 anni. Così intanto che nessuno riprendere a lavorare queste persone loro nel vagare in città , fanno attenzione a non farsi vedere dai figli , perché provano vergogna per la loro condizione , condizione che non hanno scelto ma che sono costretti a subire. Finire in mezzo alla strada è spesso l’ultimo binario sulla strada della disperazione.
Affrontiamo molti argomenti ma parliamo poco di questo aspetto che contiene una forma di discriminazione molto alta ed ha come conseguenza l’isolamento sociale.
La condizione di esclusione è sotto gli occhi di tutti. Tra questi dimenticati ci sono diversi professionisti, ingegneri, architetti, ed anche operai , tutte le categorie sono rappresentate.
C’è anche chi fa dell’auto un sostituto della casa , anche se spesso si ritrovano i vetri rotti, le ruote bucate , per non parlare dei rischi di aggressioni violente ed ingiustificate da parte di chi pare divertirsi a privare di quelle poche cose rimaste a chi vive questa situazione, o nei casi più gravi a vedere questo “divertimento” a sfociare fino a comportare la perdita della vita del malcapitato di turno.
Ricordiamo l’episodio di Marcello Cimino un clochard di 45enne che è stato bruciato vivo a Palermo. I vigili del fuoco hanno trovato il suo corpo carbonizzato dopo essere intervenuti per un incendio all’interno di un centro di accoglienza, nel cui porticato l’uomo trascorreva la notte. Il killer ha confessato: è Giuseppe Pecoraro, un benzinaio 45enne che ha agito per motivi di gelosia.
E questo non è purtroppo l’unico caso, molte volte al dramma di giorni senza calore umano si accosta la noia di chi per fare qualcosa di diverso , importuna, uccide chi ha solo il bagaglio della sua vita con se.
Ulteriore fallimento di tempi che continuiamo a definire “moderni”, ma che di moderno poco possiedono.
A BERLINO I SENZATETTO RITROVANO L’AUTOSTIMA GRAZIE ALL’UNIVERSITA’
Risvegliare nelle persone la curiosità, la passione, l’interesse per qualcosa. Soprattutto perché le persone a cui sono aperti i corsi non sono persone qualunque. Sono quelle dimenticate, che vivono come ombre ai margini della società, della vita quotidiana delle città, dell’attenzione di tutti.
Dalla filosofia alla matematica, per passare alle lingue straniere, la storia, il teatro, la chitarra e la pittura. Ci sono corsi di tutti i tipi e di tutti i gusti, alcuni classici altri dal sapore più eccentrico, ma tutti pensati per il raggiungimento di uno scopo importante. Accade a Berlino, dove nel 2012 è nata un’università per i senzatetto: la Obdachlosen-Uni Berlin. Un’iniziativa resa possibile dal promotore, Malk Eimertenbrink, e da un gruppo di docenti volontari che hanno creduto nella possibilità di creare nuove prospettive per le persone che vivono in strada. Visioni che oggi sono diventate anche storie di successo. Come quella di Klaus, che dopo 10 vissuti per strada ha deciso di rimettersi in gioco: ha smesso di bere e ha iniziato a lavorare come guida turistica a Berlino.
Non a caso oggi, dopo tanti anni di attività, molti degli insegnati dell’università sono diventati proprio gli ex senzatetto
Grazie all’impegno di coloro che credono che l’inclusione sia un valore aggiunto per tutta la società. Basta iniziare facendo leva sull’autostima delle persone e sulla reale fruizione della cultura e del sapere.
Nel nostro paese molto ancora c’è da fare ma soprattutto bisogna smettere di non vedere ciò che riteniamo scomodo o che non vogliamo affrontare.
Clochard per scelta per volontà di isolarsi da una realtà che non è ciò che si desiderava vivere, o clochard per forza perché la società ci pone davanti ad ostacoli difficili da superare, dove conta chi ricopre incarichi di rilievo e si gioca sulle vite altrui che un equilibrio ed una famiglia era riuscita a crearla tra rinunce e sacrifici, ma in modo onesto.
Due facce della stessa medaglia, due conseguenze che hanno come comune denominatore la durezza della strada, l’indifferenza della gente che passa incurante e corre perché perennemente in ritardo , due viaggi dell’animo umano che dovrebbero farci interrogare su cosa siamo e su cosa stiamo diventando.
Intanto le giornate si accorciano, le temperature scendono e tra poco scenderà il gelo a ricoprire cristallizzando sogni e speranze di chi questa vita la desiderava diversa.
Speriamo non geli anche quello che di buono ancora possediamo e potremmo fare per queste persone, non dimenticando mai che potrebbe accadere a tutti noi.