LA GERMANIA AL VOTO

DI GIORGIO DELL’ARTI

La campagna elettorale tedesca s’è chiusa mestamente. La Merkel è andata a parlare nella Marienplatz di Monaco di Baviera e ad ogni passaggio è stata subissata di fischi. Si dice che i bavaresi, cattolici, detestino la luterana Angela. In piazza c’erano dei turchi, ma sono rimasti zitti. L’avversario della Kanzlerin, cioè Martin Schulz, ha chiuso la campagna elettorale a Berlino, nella splendida, settecentesca Gendarmenmarkt. Non è andato a sentirlo quasi nessuno, tra la chiesa francese e quella tedesca della piazza non c’erano che seimila persone. Del resto, secondo tutti i sondaggisti, Schulz è destinato a perdere, e malamente. I sondaggi per la Spd sono peggiorati ogni giorno. Da ultimo il partito socialdemocratico era accreditato di un 20-21 per cento dei voti.

Angela invece…
Perde anche la Democrazia cristiana tedesca, o Cdu (Christlich Demokratische Union Deutschlands), il partito della Merkel. Starebbe intorno al 36, quattro punti in meno del 2013. A chi andrebbero i consensi che mancano a questi due? Ai quasi nazisti, o forse senz’altro nazisti, della Afd, Alternative für Deutschland, che starebbero all’11% e si qualificherebbero come terza forza in parlamento. Di più: se continuasse la collaborazione di governo tra democristiani e socialdemocratici, e Afd, raccogliendo i consensi previsti, risultasse la prima forza di opposizione, le spetterebbe, solo per questo, la presidenza della commissione Bilancio, molto importante. Ma in ogni caso, con 80-100 parlamentari, quelli di Alternativa avrebbero diritto a un apparato – tra eletti e loro portaborse – di 400 persone, un bilancio di 30 milioni l’anno, una vicepresidenza. Forse, venendo chiamati di continuo ai talk-show televisivi, finirebbero per perdere voti.

Che cosa si propongono questi paranazisti?
Lo ha scritto il direttore Giovanni De Lorenzo sull’ultimo numero della Zeit: «Afd contesta i fondamentali della democrazia federale, mobilita i nemici della Costituzione, rimette in discussione l’identità della Germania e le sue scelte di fondo, come l’Europa, l’economia sociale di mercato, l’apertura verso il mondo». Non c’è il rischio, per ora, che governino. Anche se nazisti in Parlamento, e uno addirittura ministro, dopo la guerra, ce ne sono stati, con Adenauer, e non è successo niente.

Il partito della Afd è cresciuto a causa delle aperture di Angela verso i profughi.
Sì, ma non solo. Afd, partendo da una radicata antipatia per la Merkel e da una convinta opposizione all’euro, ha fatto poi sue certe idee che sembrano abitare da sempre nel profondo dell’animo tedesco. Razzismo e antisemitismo, odio per lo straniero, negazione dell’Olocausto («efficace strumento per criminalizzare i tedeschi»). Alexander Gauland, numero due del partito, ha dichiarato: «Abbiamo il diritto di essere fieri delle imprese dei soldati tedeschi nelle due guerre mondiali». Vuole creare una commissione d’inchiesta che criminalizzi la Merkel per l’apertura ai siriani. Il vero capo del movimento è Alice Weidel, giovane e bionda, che ha dato ad Alternative una patina di modernità dichiarando francamente di essere lesbica.

Che giudizio possiamo dare di questi primi dodici anni di governo Merkel?
Se si guarda alle macerie degli altri partiti di governo europei… Angela è diventata uno dei potenti del mondo, il simbolo della resistenza alle chiusure di Trump, la paladina del libero mercato, l’anima implacabile dell’Europa, una “Mutti” per i tedeschi, ma forse una placida strega per tutti gli altri, dato che cuce e ricuce pazientemente la sua tela fino ad aver ragione di qualunque avversario, e ha sempre e in ogni caso al primo posto l’interesse tedesco. Senza varare nessuna riforma epocale, l’elenco di ciò che ha fatto è però impressionante: economia sempre forte, con una crescita del pil, quest’anno, superiore al 2% e un pil pro capite di 42 mila euro l’anno, tasso di disoccupazione al 3,9% (equivale in pratica a un’occupazione piena), dominio mondiale nell’export e forte difesa anche dell’industria nazionale dell’automobile, messa nei guai dall’affare Volkswagen, protezione al limite dello scandalo delle sue banche, uscita dal nucleare, facendo pagare ai tedeschi bollette assai care pur di arrivare a un’economia senza emissioni nocive. Ha una qualche responsabilità nella Brexit? Forse. E sugli aiuti all’Italia per la questione degli immigrati? Qui ha operato male, ma sembrerebbe avviata a un ripensamento, a una comprensione maggiore, cioè, dei problemi dell’Europa meridionale. Lo spauracchio delle elezioni e i maldipancia antiitaliani dei tedeschi le hanno imposto, su questo tema, una condotta molto prudente per non perdere voti.

Come funziona il sistema elettorale da loro? Lo dico perché a giugno, per qualche giorno, sembrava che l’Italicum dovesse essere sopravanzato da un Tedescum o Tedeschellum.
Sappiamo tutti, più o meno, che per entrare in Parlamento bisogna prendere almeno il 5% dei voti (Alternative, l’altra volta, mancò la soglia per un soffio). C’è poi il mito della sfiducia costruttiva (Misstrauensvotum), cioè un Parlamento non può far cadere un governo se non ha pronta una soluzione alternativa. Dico «mito», di questa sfiducia costruttiva, perché in definitiva è stata adottata una sola volta, nel 1982, quando c’era Kohl. Più interessante il fatto che il loro sistema mescoli – come vuole fare adesso il nostro Rosatellum 2 – sistema maggioritario e sistema proporzionale. Con un primo voto, i tedeschi eleggono direttamente il candidato del loro collegio elettorale (sistema maggioritario) e in questo modo si assegnano la metà dei seggi, cioè 299. Con un secondo voto, gli elettori scelgono un partito e alla fine si fa il calcolo di quanti seggi spettino per questa via, proporzionalmente, a ciascuna formazione politica. Se il numero dei deputati di un partito eletti direttamente è superiore al numero dei seggi a cui il partito avrebbe diritto, tutti i candidati eletti direttamente entrano comunque in Parlamento. Si tratta dei celebri «mandati in eccedenza» (Überhangmandat), questi sì davvero caratteristici del loro sistema e mai presi minimamente in considerazione da noi.