IL MONDO ALLA DERIVA. COME QUEL BARCONE PIENO DI MIGRANTI

 

 

 

 

DI CLAUDIA PEPE

 

Le sentivano quelle acque gelide nere come la loro pelle.
Li stavano inghiottendo in quell’inferno a cui credevano di poter sfuggire. Quell’acqua ha coperto il loro viso dopo 7 giorni di agonia, lasciati alla deriva non solo di un’immensità di cui il fondale racchiude il loro sangue, ma alla deriva dell’umanità.
La rivista Left denuncia:” Al largo delle coste occidentali della Libia – nonostante il calo di sbarchi in Italia delle ultime settimane – si è verificato un nuovo naufragio di migranti. Stando alla Marina libica, il barcone che li trasportava era salpato venerdì 15 da Sabrata, con circa 130 persone a bordo”. Alcuni resti del natante sono stati rintracciati a circa 20km a ovest di Zuara, insieme a 4 cadaveri, fra cui i resti di due donne. Di sette naufraghi salvati, uno è morto successivamente in ospedale.

L’ammiraglio Ayob Amr Ghasem – portavoce della Marina libica – ha dichiarato che «oltre cento migranti sono dati per dispersi».

La portavoce in Sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati Carlotta Sami ha scritto un tweet che ci fa vergognare di essere nati dall’altra parte del mare:” Abbiamo verificato: la barca con i 100 e oltre dispersi è restata alla deriva per almeno una settimana prima di affondare. Orrore devastante”.

Si e siamo noi quest’orrore devastante, un orrore che mentre noi ci lamentavamo del calo della temperatura, del nostro collega antipatico, e del raffreddore che ci stava devastando, ha lasciato soccombere nel braccio della morte, ombre senza nome.

Da donna e da insegnante, non oso pensare a come avranno passato l’ultima settimana della loro vita prima di crepare annegati. Proprio quando tutto sembrava possibile, quando la loro vita sembrava potesse dare quell’occasione per rinascere, per poter finalmente vivere senza la follia delle bombe di una guerra mai voluta, di un assediamento nato dalla stoltezza di una politica che non li ha mai guardati in faccia. Come avranno vissuto alla deriva di quel sogno che avevano accarezzato durante notti insonni a inseguire un sogno morto mentre noi guardavamo il Grande Fratello Vip.

Morti che non ci appartengono, morti che schiviamo per poter andare in chiesa la domenica mattina e farci la comunione per il bene placito di una comunità demolita dall’indifferenza. Sette sopravvissuti” sono rimasti tre giorni in mare prima dell’arrivo dei soccorsi, gli altri dispersi, le donne trovate prive di vita rientravano in un codice.

Il codice Minniti che al primo punto recita:” Conformemente al diritto internazionale pertinente, l’impegno a non entrare nelle acque territoriali libiche, salvo in situazioni di grave e imminente pericolo che richiedano assistenza immediata, e di non ostacolare l’attività di Search and Rescue (SAR) da parte della Guardia costiera libica.”

Ma loro erano in pericolo, loro hanno aspettato la morte sette giorni. Per sette giorni hanno guardato l’aurora vestirsi delle loro preghiere e le tenebre macchiarsi delle loro lacrime. E nonostante Il ministero dell’Interno segnali 3.970 sbarchi dall’inizio del mese, a fronte dei 16.975 arrivi di settembre 2016, Mattia Toaldo, analista dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) di Londra, ha dichiarato all’Ansa che: «I flussi sono calati perché alcuni grandi trafficanti, con i quali ci si può rapportare in quanto anche esponenti delle forze di sicurezza libiche, hanno deciso che avevano più da guadagnare nel bloccare i flussi che nel continuarli».

E continuano a morire, continuano a morire percorrendo a occhi bassi la via di fuga da un Paese che non riconosce la Democrazia, continuano a percorrere un destino che già aveva deciso la loro sorte, continuano a percorrere sentieri dove la luce è solo un intervallo tra una gabbia e una finestra troppo piccola per rivedere sorgere il sole.
Sono crepati annegati mentre una luce fioca si affievoliva dentro i loro cuori e ancora una volta sentivano la loro vita essere irrilevante per la carità. Questa società che si solleva perché si costruiscono muri, ma non sa tendere la mano per offrire una sponda a chi muore da solo. Non li hanno voluti sottrarre alla morte, nessuno ha pensato che la loro fine è stata anche la nostra. Un mondo che non potrà aver futuro se non c’è memoria.

E se dimentichiamo il passato non potrà esistere un futuro per loro, per noi e per i nostri figli. Un futuro dove la loro morte non sarà inghiottita da un egoismo codificato.

La carità, la tolleranza e un briciolo d’indulgenza gliela doneranno le maree, che dondolandoli canteranno loro addio.

Una dolce ninna nanna per sempre.