QUESTIONE MERIDIONALE: DOPO VIESTI, ANCHE LATERZA CORREGGE ROSSI

DI PINO APRILE


L’editore Alessandro Laterza replica a Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia e autore, un paio di giorni fa, dell’incredibile sparata pubblicata su “Il Foglio” (giornale liberista che vive di fondi pubblici e pare aver trovato almeno tre dei suoi quattro lettori nello spazio lasciato libero dalla fallita Padania).
Rossi è riuscito a deprimere ancora di il prestigio della Banca d’Italia, “chiudendo” la Questione meridionale, con la soluzione che piaceva tanto agli “scienziati” paraculi di “non sono come noi, signora”, da Lombroso a oggi: il problema del Sud non sono i soldi, che anzi vengono generosamente donati dai samaritani leghisti ai ladri terroni, ma “il capitale sociale” meridionale. Che non si sa cos’è, ma è certo che, se è del Sud, fa schifo (naturalmente, vale per gli altri, perché Rossi è meridionale, ma evoluto e ravveduto: quindi prova evidente che quelli del Sud possono essere recuperati, magari con opportuno aggiustamento del Dna, che li migliora in Otgm, Organismi terronici geneticamente modificati).
Già il giorno dopo, su Il Mattino, il professor Viesti aveva corretto i numeri a palla buttati là da Rossi, ricordandogli anche che non è carino sorvolare sulla differenza di doti infrastrutturali pagate da tutti gli italiani, ma abbondanti e persino superflue al Nord, e scarse o proprio assenti al Sud; oggi, ci mette un carichetto da 11 l’editore Alessandro Laterza, già vice di Confindustria con delega al Mezzogiorno. Pur pagando il dazio del riconoscimento a Rossi del ruolo e della documentazione, corregge elegantemente la documentazione; il tutto condito, ovvio, di orrore per la “recrudescenza neoborbonica” e “le pulsioni del neoborbonismo sudista che favoleggia delle ricchezze del regno delle Due Sicilie”.
Argomento che forse gli converrebbe evitare, dal momento che i terribili “borbonici” (e quelli che lui e altri chiamano così per convenienza e forzata assimilazione) si limitano a dire quel che è dimostrato dagll’Ufficio studi della Banca d’Italia, da ricercatori del Cnr, dall’università di Bruxelles, dalla maggiore autorità scientifica del Fondo monetario internazionale (per citarne alcuni): il Regno delle Due Sicilie non era più povero del Nord pre-unitario, il che non vuol dire che fosse il Paradiso terrestre. Ma di sicuro quel che c’era era distribuito meglio, se dal Nord emigravano a milioni e dal Sud nessuno.

di Alessandro Laterza
Le considerazioni di Salvatore Rossi sulla “questione meridionale”, sul Foglio di mercoledì, vanno ben meditate perché espresse da persona autorevole che si avvale dell’eccellente serie di ricerche e analisi del Servizio studi della Banca d’Italia. Ritengo tuttavia utile proporre almeno una singola riflessione a caldo, legata alla mia passata esperienza di vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno e alle urgenze del quadro politico attuale. Nel quale al presumibile futuro prossimo di ingovernabilità o semi-ingovernabilità, si unisce una rinnovata tendenza alla frantumazione della compagine nazionale, variamente espressa: dalla bulimia meneghina (pare che tutto il mondo debba atterrare nell’area di Expo 2015) alle pulsioni del neoborbonismo sudista (che favoleggia delle ricchezze del regno delle Due Sicilie); dai referendum pre-elettorali lombardo e veneto (con un quesito che Renzo Arbore avrebbe definito “alla Catalano”) al ben meglio congegnato progetto emiliano di riarticolazione delle proprie specifiche competenze regionali. Un rigurgito di quel federalismo di parata che a suo tempo è nato frettolosamente per porre freno agli slogan del separatismo leghista. Dimenticando non solo i princìpi della Costituzione della Repubblica (una e indivisibile) ma anche che il federalismo, da che mondo è mondo, serve a unire ciò che è diviso e non il contrario. E’ assolutamente vero come Rossi afferma che il Mezzogiorno riceve trasferimenti statali che eccedono largamente il volume del gettito fiscale prodotto. Ed è vero, ma solo sulla carta, che i cittadini meridionali abbiano accesso ai medesimi servizi di cui godono i connazionali. E’ assolutamente infondato, invece, il convincimento diffuso, incredibilmente anche presso l’opinione pubblica meridionale, che la spesa pubblica sia uguale o addirittura più generosa nel Mezzogiorno. Dal 2006 al 2015 la spesa corrente statale per ciascun cittadino del Centro-Nord è stata in media di circa 15.885 euro contro gli 11.545 del Sud: 4.340 euro all’anno che non penso siano più spiegabili e comunque giustificabili con il differenziale dovuto alla spesa pensionistica. Ma ben più interessante è il caso della spesa statale in conto capitale, quella per investimenti e incentivi alle imprese. Da 2006 al 2015 per ciascun cittadino del Centro-Nord la spesa è stata in media di circa 2.370 euro; nel Mezzogiorno di 2.040 euro. Un dato clamoroso, questo, perché nella spesa in conto capitale ci sono anche i famosi fondi europei e nazionali per la coesione: quella favolosa massa di risorse addizionali che avrebbero dovuto rappresentare il fattore propulsivo dello sviluppo. In realtà dal 2006 i fondi per la coesione hanno esercitato una parziale e insufficiente sostituzione di fondi ordinari mancanti. Conclusione: ogni singolo cittadino del Mezzogiorno riceve molto più di quanto dà, ma nello stesso tempo riceve assai meno di un cittadino del Centro-Nord del paese. In questa sede non rivendico alcunché, se non la descrizione statistica dei dati Istat e dell’Agenzia per la coesione-conti pubblici territoriali 2017 (elaborazione nel Check up Mezzogiorno, luglio 2017, realizzato da Confindustria e Studi e Ricerche per il Mezzogiorno). E suggerisco a chi volesse mai averne prova concreta, di sperimentare la differenza di tempo e comfort che c’è nell’andare in treno da Bari a Bologna o a Roma e, al contrario, da Roma a Milano o Torino. Possiamo e dobbiamo dunque discutere se le (poche) risorse destinate al Sud siano spese bene o male. Dobbiamo interrogarci se come dubito assai la corruzione sia patologia particolarmente intensa nel Mezzogiorno o diffusa su scala nazionale. Ed è giusto analizzare in che misura la fragilità del tessuto economico meridionale dipenda dalle carenze di contesto o non sia essa stessa concausa di tali carenze. E così via. Grazie dunque a Salvatore Rossi (anche per aver menzionato la mia opinione negativa sulla recrudescenza borbonica presso il Consiglio regionale pugliese). Prima di mobilitare gli strumenti della sociologia, dell’etica e finanche dell’antropologia diamo però un’occhiata ai numeri. Non dicono tutto della “questione meridionale”. Non rappresentano verità assolute. Per molti forse andranno benissimo così. Ma se non è lecito perché così è ormai da tempo che i meridionali aspirino ad avere pari possibilità di esercitare i propri diritti di cittadinanza che almeno gli venga levata la patente di sciagurati e viziosi scialacquatori.