KURDISTAN: UN SOGNO CHE MINACCIA TEMPESTA

DI ENNIO REMONDINO

Il Kurdistan al voto per l’indipendenza dall’Iraq. Minacce da Bagdad, Turchia e Siria.
Alle urne 5,3 milioni di elettori. Si vota anche nella regione di Kirkuk, ricca di petrolio e in altre zone contese. La Turchia ha chiuso un valico di confine con il nord dell’Iraq.

Erbil, prossima capitale della prossima Repubblica del Kurdistan, quando sarà. Cerchiamo di impararlo quel nome, perché sarà da subito nuova protagonista nel travagliano mondo del vicino Oriente. Se volete, potete anche chiamarla Irbil in arabo, o Arbīl in curdo, e già su come chiamarla si litigherà presto. Comunque, da stamane, nella ‘provincia kurda dell’Iraq’ -la corretta definizione sino ad oggi- o ‘Kurdistan iracheno’ se preferite, operazioni di voto per 5,3 milioni di elettori curdi per uno storico referendum sull’indipendenza da Baghdad, dalle conseguenze imprevedibili, sia per l’Iraq che per gli altri paesi dell’area, a cominciare dalla Turchia.

Risultato certo conseguenza imprevedibili

Il referendum non ha in realtà un valore legale vincolante, ma è una spallata all’unità dell’Iraq. Ne sono convinti a Bagdad dove, il primo ministro Haider al-Abadi, ancora alla vigilia del voto ha alzato i toni dello scontro in un “discorso alla Nazione” in tv. «Una decisione unilaterale che va contro la Costituzione e la pace sociale», ha dichiarato Abadi, che ha promesso, «Prenderemo le misure necessarie per conservare l’unità del Paese».

Replica da Erbil il presidente della ‘regione autonoma’ (tra le tante somiglianze anche nominali con la Catalogna), Masoud Barzani ha detto che l’Iraq è ormai “uno Stato settario”: «L’indipendenza ci permetterà di non ripetere le tragedie del passato». Barzani ha poi chiarito che una vittoria del sì non significherà una dichiarazione immediata di indipendenza, e che i negoziati con il governo centrale continueranno forse ancora per due anni al fine di trovare una soluzione ai contenziosi aperti, primo fra tutti la gestione delle risorse petrolifere.

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