QUELLO CHE ACCOMUNA LA CATALOGNA E IL RESTO DELLA SPAGNA

DI LIA DE FEO

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Per uno strano caso del destino, i miei molti anni in Spagna, paese dove sono cresciuta e che posso considerare più dell’Italia il paese della mia formazione, li ho trascorsi tutti in zone “di frontiera”: le isole Canarie, la frangia tra la Rioja e il Paese Basco e, appunto, la Catalogna.
In quest’ultima ho conosciuto catalani di tutti i tipi: nostalgici del franchismo, che allora tifavano tutti per l’Espanyol in contrapposizione al Barça che si identificava con l’autonomismo; gente normale che difendeva con passione la propria, recente, autonomia e che comunque si sentiva sia catalana che spagnola, pochissimi indipendentisti e tantissimi gitani e immigrati andalusi che se ne battevano i coglioni. Tutto il flamenco che ho ascoltato e ballato nella vita, l’ho ballato in Catalogna.
In Catalogna, oltre che sul flamenco, venni alfabetizzata sulle importanti e complesse sottigliezze che distinguevano i concetti di autonomia, indipendenza, nazione, stato, autodeterminazione e via dicendo: differenze lessicali che corrispondevano ad altrettanti posizionamenti politici, che alla fine si traducevano sostanzialmente nel cosa fare con la lingua catalana e con le tasse.
Quelli dell’immancabile mantra della “nazione oppressa” erano potenti, te ne accorgevi. Avevano posizioni consolidate nelle università e nella stampa, e da ancora prima che morisse Franco. Creavano un mondo chiuso di “catalanità pura” e di fatto costituivano una cerchia che difendeva propri, tangibili interessi di gruppo. Una Catalogna ricca e respingente, storica e accentratrice, che politicamente si rifletteva in Convergència i Unió, partito di coalizione capitanato da quel padre del catalanismo che è stato Jordi Pujol e che ha governato in Catalogna per trenta dei trentasette anni di governo democratico. Sia chiaro: erano gente di destra. E cattolici. E liberisti. E la loro retorica nazionalista, col folklore, il sentimentalismo e così via, aveva come classi di riferimento la piccola e media borghesia locale, assieme ad alcuni piccoli gruppi ecologisti, pacificisti etc.
In quegli stessi anni a Madrid esplodeva la Movida, con Almodóvar, i gruppi musicali e tutto il resto. Io avevo vent’anni. Abbiate pazienza se non mi applicai più di tanto, ma Alaska y los Pegamoides mi piacevano più della Sardana.
Io, tra l’altro, ero napoletana. Come tale, e memore del razzismo del nord Italia, avevo molto fiuto per quanto riguardava le operazioni politiche di esclusione. Imparai che l’equivalente di “terrone”, lì, era “charnego”, e si usava in abbondanza verso gli immigrati andalusi. E sebbene il nazionalismo catalano non avesse tutti quegli elementi etnici e razziali tipici di quello basco, comunque riuscivano a essere assai poco carini anche loro: Vicenç Navarro ricorda che Pujol arrivò a sostenere che gli immigrati andalusi avevano un quoziente intellettivo più basso dei lavoratori catalani, e spesso li ha definiti “talpe”.
Per quanto questi scivoloni fossero comunque, il più delle volte, coperti dallo stile rispettabile e beneducato locale, che la nostra Lega non ha saputo copiare, io il razzismo lo sentivo chiaro e forte. Non verso di me che ero italiana (e all’epoca noi italiani eravamo ammirati, là) ma verso i miei amici spagnoli non catalani. E non mi piaceva, che vi devo dire. Avevo anche una figlia di pochi mesi nata a Siviglia e di sangue castigliano, non avevo voglia di ‘ste stronzate.
Stronzate che comunque, nella mia esperienza, sono state marginali. La stragrande maggioranza della gente che ho frequentato e a cui ho voluto bene era catalana ed era normale. La pressione di queste cose, nei tempi in cui ero lì, si sentiva evidentemente molto meno di oggi.
Più di tutto, però, io ero straniera, e il mio sguardo era quello di una straniera. E – pure Cadalso lo insegna – spesso gli stranieri vedono cose che i locali non vedono.
Quello che vedevo io era che la Catalogna e il resto della Spagna avevano una montagna di cose in comune. Che se mi avessero trasportato bendata e con le orecchie tappate in un qualsiasi bar, discoteca, luogo di incontro di Barcellona, al togliermi la benda non avrei saputo distinguerlo da uno di Madrid o di Valencia, ma avrei capito perfettamente di trovarmi in territorio spagnolo e non francese o italiano. Che le cose che li univano, insomma, erano infinitamente di più di quelle che li separavano.
Peccato che tutti si concentrassero su quello che li separava, invece.
Del resto è una questione di senso comune: possiamo frugare nella storia per cercare il momento del Medio Evo in cui c’era la Contea di Barcellona, o parlare del re Borbone che nel 1714 volle imporre in Spagna il modello di monarchia francese e impiantò il centralismo, con grande dolore dei catalani. Ma rimane il fatto che, nella storia della Catalogna, il tempo in cui questa ha fatto parte della Spagna in modo consenziente, condividendone politiche e obiettivi, è di gran lunga superiore.
Non esiste un determinismo storico per cui, se nel Medio Evo sei stato Contea, Contea devi essere mille anni dopo. Ma, se pure esistesse, giocherebbe a favore dell’unità. Perché dal matrimonio tra Fernando e Isabella a oggi, il tempo della condivisione è stato di gran lunga superiore ai tempi di dissidio o di frattura.
E si vede: nelle abitudini, nel modo di mangiare o di divertirsi, nello stile del loro cattolicesimo, nel senso dello spirito, nella gestualità e in un lungo, lungo eccetera.
Poi, oh: se le differenze – che pure esistono, certo: anche io sono diversa da un trentino – sono più importanti (ma lo sarebbero di meno se la crisi economica non giocasse il ruolo spiegato nei link che ho postato qui sotto), che dire: contenti loro. Però io rivendico il mio diritto di considerarla una stronzata.
Leggo che nelle scuole catalane non si studia la letteratura spagnola ma quella catalana. Dignitosissima, certo, e con alcuni momenti di grande pregio, ma forse dal respiro universale un po’ minore. Leggo che si privilegia l’inglese allo spagnolo: a me questi pseudocosmopolitismi d’accatto fanno un po’ senso, ma tant’è.
Per qualcuno gli avvenimenti catalani racchiudono una promessa di futuro degna di essere seguita, anzi, sognata.
Io, di futuro inteso come progresso, non ce ne vedo molto. Combattere il nazionalismo sostituendolo con un altro nazionalismo? Combattere l’idea di Stato costruendo un altro Stato?
Non vedo la logica, sul serio.
Quello che vedo è che la Catalogna, che ha una tradizione democratica, aperta e libertaria, pare ansiosa da anni di racchiudersi in una autocontemplazione sterile, autocompiaciuta, provinciale. Ecco: provinciale.
Mi dispiace.
E trovo che tutto questo sia una stronzata, sostanzialmente. Ma dagli effetti potenzialmente disastrosi per loro e per la Spagna tutta. E la Spagna è un gran paese che non merita questo: i governi si possono cambiare senza distruggere gli Stati.