FEDERICO ALDROVANDI: ERO UN RAGAZZO. MI HANNO UCCISO PRIMA DI IMPARARE A VOLARE

 

DI CLAUDIA PEPE

 

È morto ieri di 12 anni fa. Moriva all’alba, solo, su un selciato che ancora porta le impronte della violenza, le impronte delle bugie, le impronte di una morte apparsa all’improvviso nel primo chiarore del mattino.

Era il 2005, e Federico Aldrovandi moriva sotto colpi che hanno spento la sua voce.

Federico non se l’aspettava la morte in quell’alba piena di colori. Un’alba che stava raccogliendo i suoi ultimi sogni.  Eri stato fermato per un controllo di polizia. E poi, con un manganello alzato hanno sentenziato la tua morte. La morte di un figlio per una famiglia vuol dire la morte di ogni domani. Avevi 18 anni e stavi tornando a casa, forse avevi bevuto un po’, forse eri uno dei tanti ragazzi che rifiutavano quella vita in cui avevano riposto i loro ideali. Stavi tornando a casa 12 anni fa Federico, forse stavi cantando, forse stavi parlando alle stelle, forse ti stavi liberando delle tue paure. Ma qualcuno ha chiamato la polizia.

Davi fastidio Federico, dava fastidio la tua voce, dava fastidio che un ragazzo all’alba si sentisse libero. Ed è arrivata la polizia. La polizia che invece di chiamare un’autombulanza, si è schierata dalla parte dei benpensanti, di quelli che pensano che educare uno vale educarne 100. E ti hanno educato così bene che urlavi: ”Basta”, “Aiuto”. Ma nessuno ti ha aiutato, nessuno ha chiamato soccorsi, tutti hanno ripreso il loro sonno felici. Felici che tu stessi soffrendo, stessi scontando la colpa della tua sensibilità che stava urlando al mondo la tua disperazione. Sei morto fra le 6 e le 6 e 15. 54 lesioni. Il tuo cuore non ha retto, non ha retto ad un manganello chiamato giustizia. Asfissia da compressione toracica.

I poliziotti che hanno spento la tua vita, e hanno invocato la legittima difesa. La legittima difesa da te, Federico. Eri un ragazzo che avrebbe voluto volare, ma le ali te le hanno spezzate prima che tu capissi come ci si deve librare in volo. Hanno ucciso te, un nostro figlio, perché tu Federico potevi essere il figlio di tutti noi. Ti hanno ucciso, e subito dopo aver scontato una condanna effimera, sono stati reintegrati in servizio. Per una vita spezzata dovranno pagare 300.000 euro. Questo vale la tua vita Federico. 300.000 euro. Vali meno di una casa, meno del vuoto.

Tua madre ha lottato per te, si è presa ogni forma di insulto, si è consumata per la tua verità. Una verità che ci coinvolge tutti. Nessuno escluso.

La morte di un figlio tocca la perfezione del dolore ed è solo per questo che non si ha più paura di nulla. Il dolore, l’immenso buio che ti accoglie, le lacrime che non scendono, ti aiutano ad amare ancora di più. Ad amare un figlio ammazzato. A questa madre, nessuno ha chiesto scusa, nessuno ha chiesto scusa di essere uomini, nessuno ha chiesto scusa di esistere, nonostante tutto.

Tua madre Patrizia non ha più tempo di pensare all’odio e al disprezzo. Non ha più voglia di combattere contro un mondo in cui poliziotti calpestano ragazzi alla Diaz, divise che stuprano ma fanno ricadere le colpe sulle donne. Tua madre, Federico, non ha più voglia di odiare. L’odio non fa parte di una madre che perde un figlio. Sei stato trattato come una scoria, come un residuo di questo lurido mondo. Ti rivedo, figlio nostro, quando con la faccia a terra sussurravi e rantolavi con un filo di voce: “Aiuto, aiutatemi, basta”.

E io, mamma, insieme a tutti gli uomini e donne di questo mondo, ti chiediamo scusa. Per non aver sentito quella notte la tua ultima preghiera.

Affondata da un manganello a cui hai offerto la tua vita.