BREXIT. COSA STA ACCADENDO IN VISTA DELLA QUARTA FASE DEI NEGOZIATI

DI ALESSANDRO ALBANO (nostro corrispondente da Londra)

 

Londra. Dalla brexit subito, alla brexit “forse”. O meglio, ad una brexit “creativa”. Questo è quanto emerge dalle ultime posizioni prese dal Primo ministro Theresa May durante la visita ufficiale a Firenze pochi giorni fa. Il premier è stato accompagnato dal ministro delle Finanze Philipp Hammond, il ministro degli Esteri Boris Johnson e il ministro per la brexit David Davis. Una città, il capoluogo toscano, scelta per il suo valore “economico e culturale” in relazione ai rapporti con il Regno Unito, “ideale per parlare di futuro e per aprire un nuovo capitolo della storia britannica”, come ha detto la May in un’intervista a La Repubblica. Una scelta, inoltre, che potrebbe rappresentare un simbolo e un auspicio per i futuri rapporti commerciali tra Londra e Bruxelles.

Nel suo discorso, tenuto nell’ex scuola allievi marescialli carabinieri di Santa Maria Novella, il premier britannico ha apertamente fatto intendere come la strada del governo sia rivolta ora verso una linea meno intransigente della brexit; direzione ritenuta pressoché “fuori dalla realtà” fino alla vittoria di Pirro dei conservatori alle elezioni dello scorso 8 giungo. “Gli occhi del mondo sono puntati su di noi, ma dobbiamo essere ingegnosi e creativi nello stabilire le nuove relazioni – ha detto Theresa May – se riusciamo ad andare avanti con reciproca fiducia, potremo essere ottimisti sul futuro che possiamo costruire per il Regno Unito e l’Unione Europea”.

Al centro dell’approccio “soft” proposto dal primo ministro, l’idea di un accordo di “transizione” e di una fase di “attuazione” della brexit, in modo da garantire un epilogo più progressivo “nell’interesse sia dell’Ue che del Regno Unito”. Questo periodo transitorio dovrebbe avere la durata di due anni, posticipando quindi l’effettiva uscita dall’Unione al 2021 – un anno prima delle prossime elezioni generali britanniche. Durante questi due anni, il Regno Unito punta a restare all’interno del mercato unico, rispettando quindi gli impegni finanziari presi con Bruxelles, che prevedono un versamento di circa 20 miliardi di euro per il bilancio comunitario. In questo caso, Londra resterebbe a tutti gli effetti un membro dell’Unione Europea, con i suoi diritti e doveri, con la garanzia del mantenimento dei diritti per i cittadini Ue. Inoltre, sebbene il Parlamento britannico abbia già votato la sostituzione della legislazione europea con il Repeal Bill all’inizio dello scorso mese, molte delle norme e la giurisdizione delle corti europee resterebbero comunque in vigore. Theresa May ha aggiunto però, che Londra non punta ad ottenere un accordo finale basato sul modello canadese e norvegese.

L’ipotetico accordo include, di conseguenza, anche altri temi legati all’uscita del Regno Unito dall’Ue, come l’accordo di pace in Irlanda del Nord – detto il “Good Friday Agreement” – stipulato con il significativo intervento dell’Unione. Un accordo non soddisfacente in merito, potrebbe riportare alla luce delle ferite difficilmente curabili tra Belfast e Dublino, specialmente senza l’aiuto di Bruxelles. La chiave delle negoziazioni ruota comunque attorno al prezzo che il governo britannico deve pagare per l’effettiva separazione dall’Ue. I costi dovuti ad una eventuale accordo di transizione andrebbero ad aggiungersi a quelli calcolati per il risanamento dei debiti con Bruxelles, stimati dai 60 agli 80 miliardi di euro. Da parte sua, il governo britannico ha aperto alla possibilità del pagamento dei debiti, ma con cifre – circa 20 miliardi – che si allontano di molto da quelle volute dall’Ue.

Se da una parte il discorso di Theresa May è stato accolto favorevolmente da chi nel governo ha sempre spinto per una simile direzione, ha d’altra parte trovato in disaccordo chi, come lo stesso ministro degli Esteri Boris Johnson, spinge per una separazione netta entro i termini previsti dall’attivazione dell’articolo 50 – marzo 2019. La mancanza di seggi alla Camera dei Comuni, ha posto il governo davanti ad un bivio: continuare sulla linea – a quanto pare perdente – della hard brexit, oppure cercare un compromesso con altre parti del Parlamento, come i labouristi, per riuscire ad ottenere un accordo finale con Bruxelles, e non delegittimare la leadership di Theresa May, secondo i sondaggi già pesantemente compromessa. Nella giornata di giovedì si aprirà la quarta fase delle negoziazioni con Bruxelles, e si vedrà quale linea verrà adottata dal ministro della brexit David Davis.

Intanto nella capitale britannica continuano le manifestazioni in favore della permanenza del mercato unico. Pochi giorni fa il sindaco di Londra Sadiq Khan ha aperto alla possibilità di un secondo referendum da aggiungere al prossimo manifesto del partito labourista – durante il voto del giugno 2016, Londra ha registrato una tra le percentuali più alte in favore del “remain”. Secondo un sondaggio della Bmg Research pubblicato su The Independent, le tendenze di voto in merito alla permanenza o meno nel mercato unico, rivelano delle percentuali ribaltate rispetto ad un anno fa, con il 53% degli intervistati che alle urne voterebbe a favore dell’Unione Europea.