ELIA, PASTORE PER SCELTA E PER PASSIONE

DI CHIARA FARIGU

Elia è un ragazzo particolare come il cognome che porta, Taberlet, di chiara origine francese che nulla ha in comune con gli Aru, Porcu, Nieddu, Mereu e i tanti altri che popolano la Sardegna. Cognome a parte è un sardo doc, legato visceralmente alla sua terra e alle sue tradizioni. Al punto da volerle portare avanti per crearsi un futuro e, un domani, una famiglia tutta sua. Ha le idee chiare in merito Elia, a dispetto dei suoi diciassette anni. Dopo la licenza media si iscrive alla scuola agraria ma poi decide di ritirarsi. La vita al chiuso gli sta stretta, l’aula scolastica non fa per lui. Ama gli animali e la vita all’aria aperta. E ogni volta che può scappa in mezzo ai boschi della Baronia che circondano la sua Posada, splendido borgo del nuorese, annoverato tra i cento più belli d’Italia, arroccato su una lussureggiante collina calcarea da cui si ammira lo splendido panorama del mare e della vallata circostante. E’ lì che ama trascorrere gran parte delle sue giornate. Tra i vicoli che si inerpicano nel centro storico sino ad arrivare al Castello della Fava per inoltrarsi poi nella campagna ricca di macchia mediterranea. E’ lì che si sente se stesso, è a quei luoghi che sente di appartenere. E’ quello il suo vero mondo. L’altro, il virtuale lo lascia ai suoi coetanei, che tra chat e gruppi-social sono sempre più soli e prigionieri delle loro insicurezze.

Ne parla in famiglia: vuol fare il pastore. Avere un gregge tutto suo, lavorare il latte, produrre formaggi. Subito, senza perdere tempo. I suoi 16 anni il giorno più bello: riceve in regalo 4 pecore, tre dal padrino, una da sua nonna Raimonda. Inizia così l’avventura di Elia, pastore per scelta e per passione. In breve tempo le pecore diventano sette, la mini azienda, tra latte e formaggi, soddisfa i bisogni della famiglia e arrivano i primi piccoli guadagni.

Elia fa progetti, desidera espandersi, guadagnarsi da vivere e non solo arrabattarsi con lo stretto necessario. Ma qualcuno decide diversamente. E infrange quei sogni di ragazzo già uomo. Una notte le sue pecore spariscono nel nulla. Elia prova sulla sua pelle la disperazione dovuta a quell’antica azione, nota come abigeato, spauracchio da sempre dei pastori sardi come il termine che la identifica.

Col furto delle pecore finisce la sua vita da pastore. Almeno sembra. La sua disavventura in meno che non si dica sconfina dalla Gallura all’Ogliastra a tutto il Campidano sino a varcare i confini dell’isola. Immediata la gara di solidarietà. Tutta la Sardegna si mobilita per mettere in pratica “sa paradura”, quel gesto arcaico di sostegno comunitario del mondo pastorale che viene messo in pratica ogni qualvolta un pastore o un allevatore, per calamità naturali, o per i più svariati motivi perde il suo gregge. Con piccole donazioni, balle di foraggio, una pecora chi può, aiuti economici, per dar loro la possibilità di rimettersi in sesto e ricominciare. Lo hanno fatto per i terremotati del centro Italia, lo hanno ripetuto con Elia perché sanno cosa vuol dire perdere tutto quel si ha. Il “mettere a disposizione” qualcosa per qualcuno, è questo il significato di “sa paradura” o anche “ponedura” che ha ridato speranza a Elia e la voglia di ricominciare.

 

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