IL MIO CONCERTO SATISFACTION

DI MARIO RIGLI

Nella mia vita, ormai non brevissima ho assistito a centinaia di concerti rock, pop, di cantautori, ma mai come questa volta mi sono profondamente emozionato. O forse si, mi sono emozionato altre volte, ma il morbo scoperto da Alois, lo psichiatra tedesco, mi impedisce, ora, di ricordare emozioni simili. Eppure altre volte ho assistito a concerti con mio figlio, lo tenevo sulle spalle o per mano, stretto stretto perché non potesse sfuggirmi. Questa volta è stato il contrario, era lui che mi teneva per mano o sulla spalla, o per la camicia come i bambini dell’asilo si tengono per il grembiulino. Ero più io, questa volta a disagio, fra settantamila persone, era lui che mi proteggeva.

Questa avventura ha avuto inizio nel luglio scorso, per il mio compleanno. Filippo mi aveva regalato il biglietto per il Concerto dei Rolling Stones a Lucca. Due biglietti per il prato B,
Vi devo dire la verità, sono stato due mesi in ansia, non mi sentivo più adatto a districarmi fra settantamila persone, ma i Rolling Stones! Ci pensate, i Rolling Stones!
Siamo arrivati nel prato almeno cinque sei ore prima del concerto e già c’erano migliaia di persone. La coda per entrare, interminabile, i controlli, il metal detector, la fila che si muove appena. Gli zaini, i caricabatteria per telefonino buttati fra un quadrato di transenne, centinaia di zaini, di borse, di caricabatteria. Uno anche di Filippo buttato via, il mio no in una tasca interna, non rilevato dal metal detector. E mentre siamo in fila per entrare abbiamo fame. Ci sono stand lungo tutta la fila. Ma non si paga in euro. La moneta del concerto è il token. Bisogna cambiare. Un token vale tre euro. Ma i token sono a strisce di cinque. Forse cinque non bastano compriamo 10 token, due strisce, 30 euro. Due panini con la salsiccia e peperoni alla griglia. Quello di Filippo anche con la senape . 9 token, ventisette euro!
Ci avanza un token, stasera non mangeremo. Il token con la linguaccia di Jagger lo terremo per ricordo. Vedo che si può anche dividere in due, c’è una linea centrale per dividere il token. Ma c’è qualcosa che si può comprare con mezzo token? Non credo proprio. Arriviamo nel prato con nello stomaco quella gomma del panino, è quasi pieno. Ci sediamo, dopo un giro, sul ghiaino . Buca il sedere, metto sotto il giubbotto. Abbiamo sei ore ancora al concerto. Non si possono allungare le gambe, non c’è abbastanza spazio. Mi si ingrippa il menisco, devo alzarmi ripetutamente e poi rimettermi a sedere, e stare attento a non sedermi in collo a qualcuno. Filippo deve andare in bagno. Ti aspetto qui e ti tengo il posto, gli dico. Dopo quaranta minuti lo chiamo al telefono. – Ma che fai? – – Sono ancora in coda!
Un ora dopo mi chiama lui: – Babbo dove sei?- -Sempre al solito posto! –
-Alzati no ti vedo! –
Mi alzo.
-Non ti vedo. Alza le mani.-
Mi alzo e smanaccio in aria.
-Non ti vedo, vieni nel centro del prato e portami la felpa.-
Faccio come dice lui, i ginocchi scricchiolano.
Ci incontriamo, ma abbiamo perso il posto. Ci tocca sedersi al sole.
Ho voglia di una birretta, due token, ma prendono anche gli euro. Non la prendo ho paura che mi scappi la pipì dopo e non voglio fare un ora e mezzo di coda.
Ci sediamo al sole.
Mi guardo intorno. Non sono l’unico con i capelli bianchi.
– Guarda Filippo, quello è più vecchio di me, suo figlio però è più giovane di te. –
– Babbo avrà la tua età, più o meno –
– Ma non vedi i capelli bianchi? –
– Si babbo come i tuoi! –
– Io non li ho bianchi così, non l’ho un po’ più brizzolati? –
-Babbo ma non ti guardi allo specchio la mattina mentre ti lavi e denti? –
Parliamo con qualcuno, Filippo con qualche ragazza, io con qualcuno non più ragazzo.
Il menisco mi implora, le spalle mi dolgono, i piedi sono gonfi, il culo pillottato da ghiaino.
E finalmente ci siamo, è buio, si illuminano le quattro linguacce di Jagger che poi diventeranno maxischermi.
L’emozione è palpabile in tutti, la folla si agita, il complesso supporter come sempre è snobbato.
Un quasi settantenne come me a vedere ultrasettantenni che suonano e cantano, si muovono come facevano cinquant’anni fa. Un quasi settantenne con suo figlio di trent’anni esatti più giovane ad assistere al concerto della leggenda del rock!
Eccoli!
Keith Richards, un volto che sembra una carta geografica, rughe e rivoli, solchi lo percorrono.
– Babbo ha le rughe come te- mi dice mio figlio.
Ma le sue mani venose percorrono le corde della chitarra come un tempo. Un virtuoso come non esistono.
Il suo labbro inferiore, da sempre prominente, è venuto più in fuori di un tempo. Sembra il bambino della barzelletta che chiede alla mamma.:- Mamma come mai mi piove in bocca?
Una tunica lunghissima e sotto camicia a fiori. Si piega quasi nel suonare la chitarra, sembra che la chitarra sia la sua amante e lui esegua tutte le possibili mosse del kamasutra.
Ronnie Wood altra chitarra irraggiungibile . Si muove come un ossesso. Sulla guancia destra ha un solco profondo che sembra una cicatrice. Non che la guancia sinistra sia indenne da segni. Ma si muove come un angelo mentre suona la chitarra. Look rock anche lui.
Non Robert Watts, il batterista, lui ha un look completamente diverso. Camicina bianca e pantaloni della domenica. Invece che il batterista dei Rolling Stones sembra un maestro elementare o un impiegato di banca in pensione. Capelli bianchissimi e tranquillo nella flemma. Ma i suoi colpi rimbombano, i suoi colpi danno il ritmo a tutti, anche se tiene le bacchette ancora come un batterista anni sessanta.
Mi immagino anche Brian Jones in mezzo a loro. Il suo caschetto biondo e la pelle liscia. Lui non ha rughe, il tempo non ha potuto nulla contro si lui. Io lo immagino in mezzo come allora, con la pelle levigata e il suo sorriso velato anche un tempo.
E poi c’è lui, Mick, Mick Jagger. Secco allampanato , striminzito, con le sue camicie sfavillanti, con quella viola di raso luccicante, che forse ha indossato per la regione in cui suonava. Jagger si cambia più volte nello spettacolo. Quando è apparso con una camicia bellissima, con disegni astratti e coloratissimi Filippo mi ha detto:
– Babbo quella camicia avresti potuta dipingerla tu.
E si muove con un ossesso, la sua faccia è una smorfia continua, tesa, con le labbra pronunciate come non mai. E si muove nel palco. Io lo vedo da lontano piccolo come una figurina della Panini, ma ho il maxi-schermo che mi aiuta.
E la musica mi entra dentro, forte, stentorea. Io sono il ragazzo dei loro esordi. Ritorno indietro per magia. Sono un ragazzino. Per fortuna ho mio figlio-babbo accanto.
Ma l’emozione più grande non è Satisfaction o Paint it black l’emozione più grande è una canzone che Mick canta dopo aver detto in italiano stentato “ed ora sono romantico” .
E’ una canzone in italiano che non ricordavo assolutamente più. Non so se per colpa di Alois Alzheimer o per altro . Non la ricordavo assolutamente era stata cancellata dalla memoria. Una canzone nella nostra lingua. Eppure allora ci fu una polemica e fu rinfacciato loro di essere troppo beatlesiani, di cercare di prendere una fetta di mercato che non avevano. Ma sentire Mick con quell’italiano con un fortissimo accento inglese mi ha fatto pensare a Shel Shapiro dei Rokes, Mal dei Primitives e Don fardon dei Sorrows al tempo di “mi si spezza il cuor”.
Non ricordavo nulla di tutto questo ma appena Jagger ha iniziato mi fluivano tutte le parole come allora.
Lo anticipavo in tutto, mi ricordavo ogni singolo verso.
Poi dopo tre ore di musica, quasi altrettante per guadagnare l’uscita. Filippo mi teneva aveva paura che cadessi e mi pesticciassero.
Fuori in un bar ho preso una birra e sono andato al bagno. Solo una mezz’oretta di coda.
Sul pulman mi sono addormentato subito colmo di Satisfaction. I can get yes satisfaction . Filippo mi ha detto che mugolavo : “Con le mie lacrime”.
“Il sole sta per tramontar
i bimbi corrono a giocar
bimbi che sorridono
perciò son qui
con le mie lacrime così”

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