OGGI, NEL ’43, LE 4 GIORNATE DI NAPOLI, PRIMA CITTA’ A LIBERARSI DA SOLA

DI RAFFAELE VESCERA

Della città già devastata dai bombardamenti alleati che avevano distrutto la metà dei suoi edifici, Hitler ordinò se ne facesse fango e cenere, per punire i napoletani che, chiamati a servire l’esercito tedesco, se ne fottevano dell’ordine nazista. Dei trentamila uomini attesi, se ne presentarono al comando tedesco appena centocinquanta. Il proclama del comandante Walter Shöll annunciava il coprifuoco e ordinava l’immediata fucilazione di quanti si fossero mostrati ostili alle forze naziste, ordinando altresì che tutti gli abitanti compresi nella fascia prossima al mare fino a trecento metri sgomberassero le abitazioni. Duecentoquarantamila napoletani si sarebbero sommati ai tanti che avevano avuto la casa distrutta dalle bombe. Le esecuzioni avvenivano davanti all’università Federico II, la più antica università pubblica d’Europa, messa a fuoco dai tedeschi, al cospetto di una folla piangente di cittadini obbligati, con le pistole puntate contro, ad applaudire la fucilazione dei condannati.

Rastrellando case e sotterranei, i nazisti catturavano ottomila uomini, destinati ai lager di lavoro tedeschi. Messi in processione uno dietro l’altro li avviavano al triste destino, mentre il Vesuvio riprendeva a fumare, per pianto e per rabbia, dicevano i partenopei, preparando un’eruzione che presto sarebbe arrivata. Ma arrivò prima l’eruzione di rabbia dei napoletani, gli stessi accusati dal duce di mollezza e codardia mostrarono al mondo di quale coraggio ed eroismo erano capaci. Mussolini, chiedendosi se i napoletani stessero ancora strimpellando i loro mandolini, nel 1941 aveva così commentato il primo bombardamento su Napoli: “Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura. La guerra farà dei napoletani un popolo nordico”. Ma, già nel ’35, per reazione alla freddezza con cui i napoletani accoglievano l’ideologia fascista, affermò che bisognava fare una marcia su Napoli “per spazzare via chitarre, mandolini, violini e cantastorie.”

Gli strazianti violini si fecero pietre, i dolci mandolini pistole, le battenti chitarre fucili, i sapienti cantastorie passaparola. Il coraggio passava di bocca in bocca, con la frase prima pronunciata a denti stretti, “Adesso vi facciamo vedere chi sono i napoletani” e poi urlata a squarciagola da impareggiabili  tenori. Era il 27 settembre del 1943. Si scatenavano le donne, per riprendersi mariti e fratelli, urlando currete, currete guaglio’ lanciavano giù dalle finestre mobili, materassi e quanto potesse colpire i tedeschi. Partirono gli scugnizzi, guaglioni di quindici, dodici, e guagliuncelli di sei, sett’anni, per riprendersi i padri al grido di currete, currete guaglio’, lanciavano pietre con le fionde e bombe a mano trovate chissà dove, uscendo dai nascondigli armati di fucili arrivarono gli uomini che muti sparavano da ogni dove contro i nazisti. “S’è levato ‘o cappiello”, dicevano i vecchi, parlando del Vulcano che fumava festoso per saluto e rispetto dei suoi figli. Così per quattro jurnate e quattro nuttate, ommene, femmene e criature, assediarono i tedeschi che sconfitti chiedevano la resa. Napoli si scarcerava da sola, era la prima grande città a farlo, consegnandosi libera agli Alleati già alle porte e al Vesuvio che smetteva di fumare.

Cacciati i tedeschi da Napoli, il giorno dopo, Radio Londra dava notizia di una nuova rivolta in un paese del foggiano “Oggi, 1 ottobre del 1943, Serracapriola è insorta. L’eroica cittadina di Capitanata liberatasi dai nazisti con una cruenta battaglia costata 11 morti”. Qualche giorno dopo, nella vicina Celenza Valfortore, ancora in Capitanata, ai confini del Molise, una banda partigiana comandata dal maresciallo di artiglieria Nicola Sernia, sfuggito alle torture naziste, aveva attaccato le postazioni tedesche e, per permettere l’avanzata degli Alleati, ripuliva coraggiosamente il terreno minato dai tedeschi, lasciandovi la vita. Con Barletta e Matera anche Ascoli Satriano e Celenza, Manfredonia, Alberona, Carlantino, Candela e ancora altri paesi del foggiano si ribellarono, spianando il terreno all’ingresso delle truppe alleate, che ricacciavano i nazisti verso la linea Gustav, in Abruzzo, dove Il 21 novembre, a Pietranseri, su 500 abitanti i tedeschi ne fucilarono 128, senza pretesto alcuno, bambini, anziani, donne, uomini. Unica sopravvissuta, una bambina di sette anni, protetta dal corpo della madre e nascosta da uno scialle.

Finivano così le pene del Sud, mentre la lotta contro i nazifascisti sarebbe durata due anni ancora, al Nord, laddove il fascismo era nato, portandoci poi i nazisti in casa.

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