QUEL CLOCHARD CONOSCIUTO PER CASO E’ UN ARTISTA

DI MARCO GIACOSA

Qualche anno fa me ne stavo a un chiosco del Valentino con un libro e un frullato, quando arrivò nei pressi un barbone. Parlava da solo, sottovoce, sussurrava parole incomprensibili, poi d’improvviso urlava, si diceva le peggiori cose, spesso insulti, mi colpiva, più delle parole, la cattiveria con cui gridava a sé stesso.

Si avvicinò a un cesto dei rifiuti e trovò un mozzicone di sigaretta, venne verso di me e chiese se avessi da accendere, gli diedi l’accendino, fumò quel rimasuglio. Puzzava.

A quei tempi avevo sulla cronaca di Torino della Stampa la rubrica “Cose che ho visto oggi”, mi parve un incontro perfetto. L’uomo era tornato a sedersi su una panchina, mi avvicinai e gli chiesi se volesse una birra.

«Un’aranciata, per favore».

Il signore del chiosco disse: «Per quello lì? Non la prenda, mi ascolti. Se ne approfittano».

Non capii di cosa si “potessero approfittare”, giacché il gestore dava per scontato che il barbone volesse qualcosa da me, e nulla io da lui. Acquistai l’aranciata e andai a sedermi sulla panchina, vincendo l’oppressione del tanfo.

«Mi chiamo Marco, scrivo per un giornale, mi piacerebbe fare qualche parola».

Annuì, mi fece spazio.

Di quel dialogo non ricordo nulla, se non che fu per me completamente incomprensibile. Prendevo appunti e perdevo il filo dopo una riga. L’uomo parlava un italiano perfetto, con un lessico ricercato e preciso ma completamente inadeguato: le sue frasi non avevano alcun senso per un uomo di media intelligenza e conoscenza, appoggiavano, mi era chiaro di minuto in minuto, sulla fragile linea tra un’inappuntabile lezione di metafisica – che non ero in grado di sostenere – e la supercazzola.

Dopo un po’ lasciai cadere il discorso e borbottai un timido grazie. L’uomo non ebbe reazioni: non mi chiese niente del giornale, del pezzo, di me. Era nel suo mondo e si bastava.

Ovviamente non uscì alcun articolo. Ancora oggi mi chiedo se l’abbia fatto apposta, a schermarsi in quel modo, fingendo invece di parlare, oppure se sia davvero un uomo indifferente all’intorno, che si esprime in una lingua tutta sua. Del tutto casualmente, oggi ho scoperto che quell’uomo è un artista, con una solida formazione accademica, e un anno dopo quell’incontro una galleria cittadina organizzò una mostra con le sue opere. Disegna grandi occhi, che prendono quelli di chi osserva: non sei tu che guardi, sono io.

Poche righe su di lui sui giornali dell’epoca, il 2014: un uomo che un giorno impazzì, abbandonò la moglie e la figlia – o venne abbandonato, e scelse di vivere in strada. Oppure venne abbandonato e impazzì, questo nessuno lo sa, e, credo, neppure potrà saperlo, ma alla fine che cosa importa?