UCCIDE IL FIGLIO: NO ALL’ERGASTOLO PERCHE’ E’ SOLO ADOTTIVO

DI MONICA TRIGLIA

 

La sentenza della Corte di Cassazione è chiara e sconvolge. Dovrà essere rifatto il processo a Andrei Talpis, 57 anni, di origini moldave, condannato all’ergastolo in due gradi di giudizio per l’omicidio del figlio adottivo Ion.

La Cassazione ha accolto il ricorso dell’avvocato difensore. Talpis ha sì ucciso il ragazzo, ma tra omicida e vittima (da sinistra, nella foto in alto) non esisteva un rapporto di consanguineità perché Ion non era figlio biologico ma “solo” adottivo. E questo, secondo il codice penale, esclude l’aggravante specifica che, in virtù dell’esistenza di una discendenza tra la vittima e il suo carnefice, in caso di omicidio prevede la pena del carcere a vita.

L’assassinio risale alla notte del 26 novembre. Nella casa di Remanzacco, in provincia di Udine, dove abita la famiglia Talpis, Andrei, muratore, è ubriaco e litiga violentemente con la moglie Elisaveta, 49 anni. L’uomo ha un coltello in mano. Ion tenta di calmarlo, si mette tra i due, viene colpito da una coltellata.

Muore a 19 anni per difendere la madre “solo” adottiva.

Andrei Talpis viene condannato all’ergastolo, pena confermata in appello. La Cassazione però annulla e rimanda tutto alla Corte d’assise d’appello di Venezia per la quantificazione della pena, prescrivendo che non scenda sotto i 16 anni di reclusione.

La sentenza è questa, e non si discute. Ma lascia l’amaro in bocca.

E’ colpita anche Paola Crestani, presidente del Ciai, Centro italiano aiuti all’infanzia, ente autorizzato per le adozioni internazionali.

«Se è vero, come dice la notizia, che per il diritto penale non c’è equiparazione tra figlio adottivo e figlio legittimo, è urgente correggere al più presto questa anomalia ormai assolutamente anacronistica» commenta.

E aggiunge: «Mi chiedo quante siano le cose che non hanno funzionato in questa storia e perché non si sia vigilato abbastanza sulla situazione molto deteriorata della famiglia».

La donna era maltrattata da anni e aveva denunciato il marito appellandosi anche alla Corte europea dei diritti umani, che aveva condannato l’Italia per non averle assicurato una protezione adeguata.

Una storia di violenza e di dolore che ora si riapre dopo la sentenza della Cassazione.

Una sentenza che rispetta la legge, ma dimentica che per una madre e un padre un figlio adottivo è un figlio. E basta.