CLAUDIO LIPPI: ” QUANDO RIMASI DISOCCUPATO, INIZIAI A VENDERE BIRRA”

DI LUCIO GIORDANO

” Si, lo confesso, quando smisi di cantare, nel 72,  per sei mesi feci il rappresentante di commercio. Ma la mia nuova attività non andò per niente  bene”. Claudio Lippi, con il quale continuiamo la serie sugli esordi delle stelle della tv, ci fa questa rivelazione a sorpresa. Ma non prova nessun pudore nel raccontarla. ” Avevo bisogno di lavorare per dare una mano in famiglia, perchè vergognarmi?”, dice il conduttore de Il Pranzo è servito e Buona Domenica. Già, perchè vergognarsi? Per chi non lo sapesse c’è un prima e un dopo nella vita di Claudio Lippi. Montagne russe che peraltro  si sono ripetute spesso nella sua esistenza.
  Il prima: un’ adolescenza spensierata, un benessere economico senza incertezze,  con un padre proprietario di un burrificio in Brianza.  Il dopo: un socio in affari che fugge con i soldi del padre e le banche che rincorrono i Lippi per rientrare dei debiti, un miliardo delle vecchie lire. Cambio teorico, 500 mila euro circa di adesso: ” Improvvisamente e senza volerlo sono diventato il capofamiglia, ricorda Claudio con una punta d’amarezza. Forse anche per questo ho sempre dovuto accettare tutte le proposte, nella mia carriera, senza mai poter scegliere veramente. Ma questo è un altro discorso”.
Quindi Claudio, senza il fallimento dell’industria,  i suoi genitori le avrebbero impedito di lavorare nel mondo dello spettacolo. Oppure non erano cosi contrari?
Vuole scherzare? Avevano già programmato la mia vita in azienda, studi compresi: laurea in economia e commercio. Eppure a me di cantare sarebbe piaciuto tantissimo.  Avevo una bella voce, cosi dicevano i miei amici. Ricordo anche  che i miei compagni di scuola raccontavano con enfasi dei provini per diventare cantanti. Andavano tutti in una delle agenzie di spettacolo più celebri a Milano. Si chiamava Alliata. Un giorno mi appuntai il nome e l’indirizzo. ” Tanto non mi servirà a niente”, dissi all’amico che me l’aveva fornito.
E invece le servì.
Si, ma il mio fu un provino  del tutto casuale. Un pomeriggio, avevo 19 anni e ancora la maturità liceale da prendere , passai con mio cugino da Via Larga, zona Piazza San Babila, centro di Milano.  Alzai lo sguardo ed  esclamai:  ‘Uh, è qui che c’è quella famosa agenzia’ . Cercai il numero civico,l’occhio mi cadde sulla targa in ottone e domandai a mio cugino: ‘ti va di salire?’. Lui annuì. Suonammo e chiedemmo di fare un provino. ” se volete, anche subito, ci risposero.
Dopo avermi detto la classica frase ‘ le faremo sapere’,  gli Alliata mi chiesero un recapito telefonico. ” No, guardi, ripasserò io per la risposta”. Tanto, anche se mi avessero preso, non avrei potuto cantare. E a casa ,come è ovvio, di quel provino non dissi niente. Ma tutto stava precipitando, nella mia vita. In pochi mesi ci ritrovammo nei guai. Noi figli, Franco ed io,  dovevamo contribuire a portare soldi in famiglia. Eravamo disperati. Un giorno mi ricordai degli Alliata, bussai alla porta e quando mi videro furono sorpresi: ‘Ah, è lei, abbiamo provato a rintracciarla in tutti i modi, ma non sapevamo come fare’,  dissero subito.Mi fecero sedere e dopo essersi complimentati per  la mia voce mi sottoposero un contratto che ormai, maggiorenne, potevo firmare senza dover chiedere l’autorizzazione dei miei genitori. Ringraziai e chiesi qualche giorno per pensarci. ” Ne parlerò in famiglia e vi faccio sapere”. Con mamma e papà non ne parlai, tanto sarebbero stati in ogni caso contrari. Una settimana dopo tornai dagli Alliata e firmai il mio primo contratto per incidere un disco”.

 

In pochi mesi la vita di Lippi era cambiata radicalmente,  poche settimane  dopo sarebbe cambiata ancora di più. ” Ottenni una scrittura per cantare al Tabù, ricorda Claudio, una balera di Alassio, in Liguria, che andava molto di moda, all’epoca. Nell’estate del 1964, l’Italia era in pieno boom economico e quei locali erano pieni tutte le sere. Si guadagna bene,  mi dissero gli Alliata. Cosi in pochi giorni misi in piedi un complessino, raccontai tutto ai miei genitori, chiaramente contrari  alla mia scelta artistica, feci la valigia e partii per più di un mese”.
Ricorda la sua prima serata al tabu’?
Come fosse ieri. Arrivai nel pomeriggio, provammo diverse ore, poi alle 22 sarei salito sul palco. Ma pochi minuti prima mi esibii nella mia scena madre, che negli anni successivi ho interpretato quasi tutte le volte che dovevo affrontare il pubblico.
E cioè?
 Diedi di stomaco. Ecco, insomma: vomitai. Ero talmente teso ed emozionato che non riuscii a trattenermi. Quindi, dopo essermi liberato, salii sul palco e rivolto al pubblico esclamai: ” Noi ci divertiremo, spero  vi divertirete anche voi”. In realtà non mi divertii, quella sera. Avevo paura di sbagliare nota, ero terrorizzato all’idea che la voce si bloccasse. E invece andò tutto bene. Fu un trionfo e nelle settimane successive riempimmo tutte le sere il locale, fino alla fine dell’estate. Tornai a casa soddisfatto e con una bella sorpresa per i miei genitori.
Che genere di sorpresa?
Era notte. Entrai di soppiatto nella loro camera da letto e misi  ai loro piedi, la busta con i soldi guadagnati nel  locale: un milione e mezzo di lire, una cifra altissima, per l’epoca. La mattina dopo, al risveglio, vidi i miei genitori commossi, mortificati. Felici. Quel denaro era un raggio di sole dopo la tempesta.
Riusci a ripianare il debito Claudio?
Si, dopo quasi vent’anni. Fu dura, ma dal 64 al 72 le cose mi andarono molto bene. Incidevo dischi, partecipavo a festival canori importanti, ero ospite in Rai. Se non ricco, almeno ero diventato famoso. Però secondo lei la mia carriera poteva continuare ad essere lineare?
Ho idea di no. Cosa accadde di altro?
Stavano prendendo piede i cantautori, gli autori rimanevano disoccupati e noi interpreti non sapevamo più a chi rivolgerci per farci scrivere e arrangiare le canzoni. Insomma, stava arrivando la tempesta. Riuscii a firmare l’ultimo contratto importante  di due anni con la Rca, la più nota casa discografica italiana dell’epoca, ma alla scadenza la crisi aveva già travolto il mondo della musica leggera. Ormai andavano  di moda solo le canzoni impegnate. Chiesi  dunque un appuntamento con i dirigenti della Rca. La segretaria me lo fissò. Presi il treno Milano- Roma e poi con un taxi andai alla sede della casa discografica, che era in periferia. Attesi dalle dieci fino alle diciotto. Ogni tanto i dirigenti che due anni prima mi avevano accolto con tutti gli onori, si affacciavano alla porta o magari mi passavano davanti con gli occhi  bassi e andavano in un’altra stanza. Chiesi spiegazioni alla segretaria. ” E’ stata indetta una riunione urgente. Mi dispiace, ecco perchè non le possono dare retta’. Tornai a Milano senza aver parlato con nessuno. Fissai un altro appuntamento. E poi altri due, altri quattro.Altri dieci. Modalità identiche. Io in attesa e i dirigenti che mi passavano davanti senza ricevermi. Alla fine capii che non volevano più rinnovarmi il contratto, mi rassegnai e decisi: ‘Basta, con la musica ho chiuso. Per lei ho già svenduto troppo la mia dignità. Invidiavo chi ce l’aveva fatta, chi era rimasto in piedi, poche storie. Io invece ero ormai ai margini”.
E chiuse sul serio?
Si.  Ormai ero rassegnato a trovarmi un lavoro qualsiasi, non avevo ancora trent’anni e un poco di tempo per reinventarmi ce l’avevo. Cosi iniziai a fare il rappresentante di commercio. Vendevo una birra tedesca ad alimentari, birrerie, trattorie di Milano. O almeno ci provavo. Tutte le volte  che entravo nei locali i gestori mi riconoscevano e mi chiedevano perchè avessi smesso di cantare, perchè facessi quel lavoro. A tutti raccontavo la storia  che ho raccontato a lei. Alla fine mi facevano sedere e mi offrivano un bicchiere di rosso oppure una birra a loro dire insuperabile. Risultato, dopo seicento appuntamenti e nessun risultato, lasciai perdere. Pensai anche di tornare a fare l’imbianchino, come a 19 anni, e invece il destino volle che tornassi a lavorare nel mondo dello spettacolo.  Un giorno arrivò la telefonata di due autori storici della Rai: Paolini e Silvestri. ” Senti Claudio, mi dissero, noi  tra un mese cureremo  un programma radiofonico a Torino con Renzo Palmer e Claudio Simonetti. Avevamo pensato a te per  presentare un quiz musicale all’interno del varietà”. ‘Si vede che in quegli otto anni ho seminato bene. Sono ancora stimato’, pensai. Mi presero a scatola chiusa, dopo un colloquio con un funzionario Rai, Emanuele Anfossi. Senza  farmi nemmeno un provino e dopo poche settimane, ero al mio secondo debutto. Neanche a dirlo, qualche minuto prima di andare in onda diedi di stomaco.
Quindi è arrivata la televisione.
Esatto, proprio al termine del programma Lino Procacci, altro grande autore dell’epoca, mi propose di condurre  Aria aperta, un Giochi senza frontiere per ragazzi in onda dalle spiagge di tutta Italia. E a vendere birre, per fortuna,  non ci tornai più”

18 MAGGIO 2016