QUELLE RETI METALLICHE CHE SPESSO CONDUCONO ALLA MORTE

DI MARTA ECCA

Sono circa 250 i chilometri che separano l’Algeria dalla Sardegna.
Attraversano il mare 15-20 alla volta, in piccole barchette di legno che ho visto e toccato e non utilizzerei nemmeno per fare il giro della Sella del Diavolo.
E’ una delle rotte più “sicure”, se mai ce ne fosse una al di fuori dei corridoi umanitari legali. Perchè se passi da Melilla, fra Marocco e Spagna, ti imbatti in una doppia rete metallica alta sei metri finanziata dall’Unione Europea, che si accompagna a respingimenti con armi da fuoco e deportazioni nel deserto.
Poi c’è la Libia, dalla quale è sempre meglio partire che restare e morire nei centri di detenzione, gli stessi ai quali l’Italia sta “affidando” i migranti.
Dall’altra parte, rotta balcanica, stessa operazione: muro, deportazioni, morte. Oppure il Mar Nero, anche detto inospitale, perchè ci muori.

Se avessero alternative non partirebbero. Potessero restare, non metterebbero in conto di morire. Basta chiederlo a chi sopravvive.

Che un Presidente della Regione (del centrosinistra) silente sui problemi reali, trovi fiato per lamentarsi dei 400 migranti giunti in meno di 48 ore sulle coste di una Regione a rischio spopolamento, per invocare il rimpatrio collettivo urgente senza curarsi dei fattori di partenza e degli obblighi di legge, prestando così il fianco alla destra che su questi numeri ci fa la campagna elettorale quotidiana, mi fa dire che non c’è un minimo di conoscenza della questione e che i professori universitari al Governo non sono garanzia di alcunché.
E non c’è nemmeno un briciolo di empatia, che in politica fa tanto perchè predispone all’ascolto.