CIAO BAMBINI DI ALLORA, BAMBINI DI OGGI COI VOSTRI GIOCHI

DI CARLA VISTARINI

Rubabandiera, Palla avvelenata, Nascondarella, Moscacieca, Un due tre stella!, la Campana, i “carrettini” Erano (e forse sono ancora, non so) i giochi di bambini di quando ero piccola io, tanto tempo fa. A quei tempi si giocava in strada (“automobili poche, allora”) dopo la scuola, ma anche, d’estate, dopo cena, fino a tardi, stormendo e gridando la pazza gioia di correre e scalmanarsi con le guance rosse e gli occhi accesi. Ci si ritrovava, tutti i bambini del circondario, qualche mamma o zia con la sedia appresso a controllare tutto, e si giocava. Si giocava con poco e niente. Uno straccetto di fazzoletto vecchio diventava la splendida bandiera da rubare all’altra squadra; i tappi di bottiglia erano i piloti immaginari da muovere con le schicchere delle dita, lungo il percorso di un Gran Premio fantastico, disegnato a terra col gesso, o più spesso con un pezzetto di mattone rimediato intorno. Poi c’era il gioco del Tesoro, almeno noi lo chiamavamo così. Si mettevano insieme cose preziose, tipo sassolini colorati, pezzetti di specchio, cartine dorate dei cioccolatini, bottoncini persi da qualche vestito di casa, e altre minuscole cose trovate in giro e scelte con la gioia di piccole gazze ladre in cerca di vetrini che luccicano ( “un vetro che riluccica sembrava l’America”). Poi si metteva tutto in un foglio di carta, si arrotolava bene, si faceva un pacchettino, e infine si scavava una buchetta per terra in un posto segreto e si seppelliva il “tesoro”. E poi, sempre, dopo, ci dimenticavamo dove l’avevamo sepolto. A volte, più tardi, da grande, ho ripensato a questo rito infantile del tesoro nascosto, al suo significato. Forse una sorta di arcaica offerta agli dei, il sacrificio di oggetti, “preziosi” per noi, un rendere grazie, come si poteva, alla vita che ci sorrideva. O forse la speranza di un germogliare delle “gioie”, un veder spuntare, un giorno, l’albero della felicità, carico di cose belle, un po’ come quello di Pinocchio Insomma, erano tempi in cui lo stupore, l’allegria, il mistero sorprendente e luminoso della vita, potevano stare nel palmo della mano di un bambino. E poi c’era un gioco che si chiamava “nizza”, o almeno noi lo chiamavamo così, e, a ripensarci oggi, assomigliava un po’ al cricket degli inglesi, o al baseball. Ve lo ricordate? Era un gioco povero, come tutti gli altri, che si giocava con una specie di mazza, ricavata da un manico di scopa vecchio, e una sezione più piccola dello stesso manico, di una quindicina di centimetri, che era la “nizza”. Bisognava colpirla, a turno, con la mazza e farle fare dei salti particolari per vincere. Sembra poco, a raccontarlo oggi, ma era tantissimo, era tutto. E a volte qualche mamma o qualche zia scendeva giù a rincorrere il colpevole del furto di un manico di scopa ancora buono. E allora era un fuggi fuggi urlante di bambini, di risate a crepapelle, giù per quelle vie senza automobili, senza rumori, coi panni stesi alle finestre e la luna in prima fila a guardare quelle nostre partite antiche di palla avvelenata Ciao, bambini di allora, bambini di oggi

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