ELEZIONI IN SICILIA, CHI MENTE TRA CUFFARO E MUSUMECI?

DI ANGELO DI NATALE

Il centrodestra “unito” in Sicilia crede di poter vincere facilmente, ma mentre i sondaggi lo accreditano di tale concreta possibilità in quanto, appunto, “unito”, le sue divisioni interne, strutturali e profonde, sono evidenti perfino nelle parole chiave della sua stessa caccia al voto.
Il suo candidato a presidente della Regione, Sebastiano Musumeci detto Nello, 62 anni di cui 47 trascorsi nella militanza attiva nel Msi e nelle sigle di destra-destra che ne sono seguite, ritiene di meritare il consenso grazie al fatto di non essere mai stato alleato di Salvatore Cuffaro e Raffaele Lombardo, gli ex presidenti eletti con maggioranza schiacciante di centrodestra e condannati il primo, definitivamente, per favoreggiamento alla mafia, il secondo in primo grado per lo stesso reato, poi escluso dalla sentenza d’appello che gli ha inflitto la pena più lieve di due anni di reclusione per voto di scambio.
Immediata la replica di Cuffaro che gli ricorda come nelle sue liste e intorno a lui, in posti chiave e non secondari, ci siano “tutti quelli che stavano con me e con Lombardo e che – osserva velenoso l’ex presidente – rimangono miei amici”.
Dinanzi a tale divergenza, almeno limitatamente ai dati di realtà, abbiamo, verso i lettori, il dovere critico della chiarezza.
Chi dice la verità e chi mente tra Cuffaro, pregiudicato per favoreggiamento alla mafia, e Musumeci, presidente uscente della Commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana?
Tra i due, a dire tutta la verità è Cuffaro, mentre Musumeci ne dice solo una parte.
Vero è che nel 2006 egli si candidò a presidente della Regione con le insegne del movimento Alleanza Siciliana da lui fondato l’anno prima, rifiutando di allearsi con Cuffaro, poi eletto presidente con il 53,1%: Rita Borsellino per il centrosinistra raccolse il 41,6%, Musumeci il 5,3%.
Ma è anche vero che nel 2012 Musumeci ritentò la via di palazzo d’Orleans, sostenuto da una coalizione della quale facevano parte il Pdl, il Mpa e Cantiere popolare. A parte il primo la cui sigla descrive lo spazio politico di diretta emanazione di Berlusconi e da lui totalmente controllato, il Mpa, Movimento per l’autonomia, era, ed è, il partito di Raffaele Lombardo, mentre Cantiere popolare era stato costituito poco tempo prima con la confluenza di alcuni gruppi il più forte dei quali era Popolari Italia domani di Saverio Romano, proprio a quel tempo ministro del governo-Berlusconi e l’uomo politico in assoluto più vicino a Cuffaro, in quel periodo in carcere, e da sempre suo delfino politico nonché eterno fedelissimo.
Poiché stare nella stessa coalizione significa, letteralmente, essere alleati, Musumeci si alleò con Lombardo e, se non con Cuffaro in quel momento recluso a Rebibbia e quindi fisicamente escluso dalla vita politica diretta, lo fece con il gruppo politico del suo più fedele collaboratore e continuatore. Vero è che diversi suoi seguaci puntarono su Crocetta o, dopo la vittoria, salirono ben presto sul suo carro, ma il movimento di Romano era ed è certamente il più in linea di tutti con Cuffaro, con la sua potente rete clientelare ed elettorale e con la sua pesante eredità di politico marchiato dall’avere consapevolmente favorito Cosa Nostra.
Dice invece tutta la verità proprio l’ex presidente pregiudicato perché le persone a lui vicine, politicamente e in alcuni casi anche personalmente, sono schierate a sostegno di Musumeci il quale magari per loro non ha rappresentato la prima scelta, visto che Cuffaro in prima persona e i suoi si sono battuti con tenacia perché il candidato della coalizione fosse Roberto Lagalla e successivamente, risultata debole questa opzione, almeno Gaetano Armao, l’uomo di Lombardo nello schieramento, sostenuto con entusiasmo da Gianfranco Miccichè il quale non per nulla lo accompagnò ad Arcore per fargli avere l’imprimatur dell’ex cavaliere, per il sollievo anche di Cuffaro.
Ma neanche questa pesante investitura è bastata, perché dall’altra parte Musumeci non ha mai pensato di desistere e questa volta, in nome dell’unità del centrodestra e del personale successo nei sondaggi, anche Berlusconi – il quale notoriamente persegue i suoi interessi e solo ad essi è disposto a …soccombere – si è ricreduto.
Quando, dopo tanti strappi e continue frizioni, Musumeci può finalmente annunciare di essere il candidato del centrodestra unito (o destra-centro come Cuffaro non manca di precisare), la foto di gruppo nella quale posa l’intero, eventuale, futuro governo-Musumeci è la plastica raffigurazione del potere politico degli ultimi vent’anni a palazzo d’Orleans nel quale la fanno da padroni proprio gli uomini di Cuffaro e Lombardo.
Vice presidente e assessore all’economia sarebbe infatti Gaetano Armao il quale questo ruolo lo ha già svolto nella giunta-Lombardo. Assessore di primo piano sarebbe Roberto La Galla, già titolare della Sanità con Cuffaro. Sterminato poi l’elenco di ex assessori, ex deputati, burocrati, capi di gabinetto e segretari particolari, amministratori e dirigenti di partecipate riemersi tutti a fianco di Musumeci, dopo avere per oltre un decennio osannato “Totò vasa-vasa”, appellativo dovuto alle resistenti gote dell’ex presidente sempre pronte ad incrociare quelle di ogni suo elettore.
Con loro, in quella foto, definita da “Congresso di Vienna” per marcare la distanza storica rispetto al presente, eppure la sua totale attualità politica, appaiono tutti gli artefici di un quarto di secolo dell’epopea del centrodestra siciliano, nelle sue varie declinazioni: berlusconiana, post-missina ma ben presto inglobata nella prima, cuffariana, lombardiana, ed oggi, soppiantato Bossi da Salvini, perfino leghista: da Gianfranco Miccichè a Renato Schifani, da Ignazio La Russa a Saverio Romano solo per citarne alcuni.
Mancava Marcello Dell’Utri, recluso nel carcere di Rebibbia e quindi assente, ma solo personalmente, fisicamente e direttamente in quanto in quella foto, degna di figurare nella sezione “com’eravamo” e invece drammatica realtà del “Ecco “come siamo” (o come siamo ridotti!) ci sono tutti i suoi ex collaboratori e fedelissimi, a partire da Miccichè.
E mancava anche Alfano, “prigioniero”, in altri luoghi politici, l’alleanza con Renzi, dei propri interessi di sopravvivenza nello scenario elettorale nazionale, ma sono presenti in forze alcuni suoi ex fedelissimi, saliti appena poche settimane prima sul carro dell’annunciato vincitore.
Un carro affollatissimo, al punto che neanche il cosiddetto “listino”, ovvero i sette nomi che sulla scia del presidente eletto potrebbero entrare direttamente a palazzo dei Normanni come premio alla coalizione più votata, è sufficiente per contenere tutte le sigle apparentate, tra partiti, movimenti, formazioni personali, invenzioni ed espedienti dell’ultima ora.
E’ infatti contestato il posto di Armao, rappresentante dei “Siciliani indignati”, che gli alleati vorrebbero in quota Forza Italia il cui posto fa gola invece a Miccichè che ha tessuto con pazienza e fatica la tela nel tentativo di tornare ad occupare lo scranno più alto dell’Assemblea regionale siciliana già avuto in dote undici anni fa, in occasione della rielezione di Cuffaro. Gli altri posti sono, uno per ciascuno, di Fratelli d’Italia, Lega, Cantiere popolare, Udc, Mpa, e del movimento fondato da Musumeci il quale, con le parole pronunciate sulla Sicilia da un Paolo Borsellino allora vivo, combattivo e ottimista, lo ha chiamato “Diventerà bellissima”.
Perfino dentro la sua stessa creatura Musumeci cammina fianco a fianco con le ombre di Cuffaro dalle quali cerca invano di non farsi oscurare.
Portavoce del suo movimento è Giusy Savarino, deputata all’Ars dal 2001 al 2008, eletta, donna più votata in Sicilia – nel collegio di Agrigento, feudo dell’allora potente governatore – nelle file del Cdu e dell’Udc, i partiti di Cuffaro di cui si dichiarava fervente sostenitrice e ne era effettivamente fedele seguace.
Perfino dopo la sua, momentanea, uscita di scena, per l’inchiesta che la investì in relazione a concorsi truccati nell’Azienda sanitaria di Agrigento (condannata per abuso d’ufficio a due anni e due mesi in primo grado, assolta in appello) e addirittura nel momento in cui fondava, tre anni fa, un nuovo movimento politico, “AmunìSicilia” (Andiamo Sicilia) scegliendo quindi una via propria e autonoma rispetto a quella di tanti cuffariani, ecco cosa diceva Giusy Savarino del suo mentore politico: <<A quanto pare Totò Cuffaro è l’unico politico siciliano ‘colpevole’: possibile? Non entro nel merito della sentenza, ma è naturale che qualche dubbio rimane a noi liberi cittadini. Una cosa è certa: Cuffaro è stato l’uomo politico più votato in Sicilia, in assoluto. Ha segnato dei risultati positivi come la spesa dei fondi europei, le tante leggi di riforma, gli investimenti sbloccati, ma ha certamente commesso delle leggerezze, e forse proprio perché era cosi amato e senza poteri forti a tutelarlo, a differenza di altri che hanno colpe maggiori, lui sta pagando. Oggi è rimpianto non solo da chi gli ha voluto e gli vuole bene, ma anche da chi ha creduto ed investito in altri progetti che si sono trasformati in clamorosi fallimenti. Ed è pubblicamente rimpianto da dirigenti e deputati anche del PD: questo, qualcosa vorrà dire, no?>>. Di sicuro per Giusy Savarino avere favorito la mafia vuol dire avere commesso una leggerezza! Quindi invocava facce nuove nel centro destra e aggiungeva: <<Oggi guardo solo avanti per migliorare il futuro. Amunì!>>.
Quell’appello ad “andare” lo ha utilmente rivolto innanzitutto a se stessa e Giusy Savarino è andata tra le braccia di Musumeci al punto da diventarne la figura più vicina, probabile nome del listino e portavoce del movimento, guadagnando gli onori della cronaca anche per l’invito a non candidare non solo i condannati, ma neanche i loro parenti.
Quale che, sul piano etico e politico, possa essere la libera posizione di ciascuno, nell’area politica del centro destra l’idea ha suscitato angoscia nei pochi ingenui, ilarità in tutti gli altri.
Proprio ad Agrigento, base elettorale del volto femminile di “Diventerà bellissima”, è pronto a candidarsi nella sua stessa lista (magari per dare un contributo concreto e fattivo al compiersi del …messianico annuncio) Giuseppe Sodano, figlio del pluripregiudicato Calogero, ex sindaco ed ex senatore. Senza dire che il problema si porrebbe anche per Silvio Cuffaro, fratello del più famoso Totò, nonché per Rino Lo Giudice, figlio dell’ex assessore regionale della giunta Cuffaro, Vincenzo, pregiudicato per la condanna definitiva a undici anni e quattro mesi di reclusione nell’ambito dell’inchiesta “Alta mafia”, e non risparmierebbe la stessa Savarino il cui genitore, Armando, ex direttore generale dell’Asl di Agrigento ed ex sindaco di Ravanusa, è stato condannato dalla Corte d’Appello di Palermo a un anno e nove mesi (in primo grado erano stati tre anni e sei mesi) nell’ambito della stessa inchiesta sui concorsi truccati che ha investito la figlia. Si attende l’esito in Cassazione.
Alla luce di tutto ciò, non risultano propriamente felici le parole di Musumeci “Non ho mai fatto alleanze con Cuffaro e Lombardo, sono un uomo assolutamente libero. Provate a chiedere agli altri se possono dire la stessa cosa”.
In effetti qualcun altro, l’odiato e vituperato Crocetta, ha provato a dirla la stessa cosa che però, come nel caso di Musumeci, si presenta difforme dalla realtà.
Ecco cosa ha potuto rispondere Saverio Romano, l’uomo da sempre orgogliosamente più vicino a Cuffaro, al presidente uscente che rivendicava il merito della rottura con il passato: <<Ha nominato assessore Luisa Lantieri, che lavorava nella segreteria particolare di Totò e si dichiara ancora oggi pubblicamente sua amica. Devo poi ricordare che Giovanni Pistorio, assessore ai Lavori pubblici di Crocetta in quota Udc, è stato assessore alla Sanità di Cuffaro? Oppure Vincenzo Cirignotta, che fa il capogruppo del Pd a Gela, città di Crocetta. Ricordo quando ospitava a casa sua Cuffaro per le campagne elettorali e lo ostentava facendo ingelosire altri amici? Non è cambiato nulla, insomma: la classe dirigente di Cuffaro è al governo. In parte al governo e in parte nei posti chiave dell’amministrazione regionale, come Dario Cartabellotta ex direttore regionale di Cuffaro, Ester Bonafede che Totò mise al Politeama. Un elenco lunghissimo. Domando: perché ai Cuffariani oggi viene chiesto di non avere un passato o di inventarsene un altro>>?
Insomma i cuffariani ci sono, sono tanti, forti come prima e Musumeci deve farsene una ragione. Se dovesse essere eletto, lo sarebbe anche grazie ad un pacchetto consistente di consensi che viaggiano ancora sulla scia dell’ingombrante predecessore, per quanto egli non possa neanche votare.
E Musumeci non è neanche fortunato. Appena due settimane fa, proprio Cuffaro aveva annunciato il suo voto, virtuale – e, soprattutto, quello, reale, di tanti suoi tenaci fedelissimi – a Vittorio Sgarbi per la carica di presidente e, disgiuntamente, alla lista di Cantiere popolare, la sua sigla politica in campo, per l’Ars. Ma Sgarbi s’è ritirato deviando il voto del suo “Rinascimento” proprio verso Musumeci che prima aveva attaccato perché nessuno sapeva niente di lui, tranne che del suo “pizzetto”. Quindi ha arricchito l’endorsement con la motivazione che “il presidente della Regione deve essere laureato e Musumeci, a differenza del geometra Cancelleri, lo è”.
Si è sbagliato anche su questo Sgarbi, come si era sbagliato sul proprio intento di candidarsi, sicché, fino a nuove indicazioni da parte di Cuffaro, non sappiamo a quale candidato per la presidenza, se non a Musumeci, possa andare il suo pacchetto di voti, considerato che nel centro destra largo e compatto non ve ne sono altri e che la logica di coalizione probabilmente indurrà ciascun elettore di Cantiere popolare a non disperdere i consensi per mettere le mani sul bottino di sette seggi in dote alle liste del presidente eletto.
E così Musumeci dovrà accettare, a malincuore, ogni voto di Cuffaro, geneticamente democristiano ma con un’altra tessera in tasca, quella del partito radicale, lascito della sua esperienza di formazione a Rebibbia sfociata nella laurea, la seconda, in giurisprudenza, ottenuta con una tesi sul tema, “pannelliano” per definizione, della condizione illegale delle carceri.
Nulla di più distante dal credo politico, dalle idee professate e dalle battaglie combattute in quasi mezzo secolo di coerente militanza da Musumeci.
Che dovrà prendere i voti di Cuffaro e, per evitarlo, “non potrà farci niente”.